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Considerazioni sul dossier Agenas sulle cure primarie in Europa

di Walter De Caro

15 APR -

Gentile Direttore,
mi complimento con Quotidiano Sanità per la divulgazione del dossier “Analisi comparata delle cure primarie in Europa” dell’Agenas menzionato in un vostro articolo riassuntivo. Ho avuto modo di leggere tale dossier, ancorché in maniera non approfondita, che ha il pregio di voler comparare alcuni sistemi europei rispetto alle cure primarie. A mio modesto avviso presenta tuttavia discrepanze tali da impormi di scrivere queste poche righe.

Lungi da me essere troppo tranchant, ma ritengo doveroso sottolineare alcuni punti.

Relativamente al quadro definitorio, nel titolo e nel testo sono spesso utilizzati, come sinonimo, termini che non lo sono, tra i quali, “Cure primarie” “assistenza primaria”, “primary care”, “primary health care”. Giacché l’intento del documento è dover spiegare e compare modelli di “cure primarie” forse sarebbe stato preferibile scegliere in una forma coerente un solo termine/concetto ben definendolo o spiegarne le differenze tra quelli sopra richiamati, per facilitare il lettore nella piena comprensione dell’argomento in discussione.

Essendo personalmente interessato alla funzione infermieristica, ho potuto notare in tutte le schede dei Paesi esaminati taluni aspetti di scarsa corrispondenza e, in generale, di quanto atteso ad esempio nell’indicazione dei percorsi formativi e delle attività operativa degli infermieri in tale ambito.

Ad esempio, dalla lettura del documento duole scoprire che nel Regno Unito, alla luce di quanto scritto, per gli infermieri “Non esiste un percorso chiaro di formazione” (pag. 53).  Non è chiaro a chi legge a cosa possa riferirsi, ma alla luce delle tabelle delle altre nazioni indagate il riferimento appare essere connesso alla formazione di infermiere generalista.

Risulta noto  a tutti che anche il Regno Unito segue per la formazione infermieristica, al pari di tutte le nazioni esaminate (Svezia, Italia, Spagna, Regno Unito, Francia, Germania) vige quanto previsto dalla Direttiva europea 2005/36/CE e seguenti che statuisce “La formazione di infermiere responsabile dell’assistenza generale comprende almeno tre anni di studi complessivi, che possono essere espressi in aggiunta anche in crediti ECTS equivalenti, consistenti in almeno 4.600 ore di insegnamento teorico e clinico in cui l’insegnamento teorico rappresenta almeno un terzo e quello clinico almeno la metà della durata minima della formazione”. Ed il Regno Unito ha una tradizione ed una importante presenza accademica infermieristica, oltre che di sviluppo clinico avanzato, che nel nostro Paese purtroppo appare essere ancora in divenire.

Allo stesso tempo sono acclarati e ben noti gli aspetti di non omogeneità nei sistemi di formazione post-base dei diversi Paesi.

Tuttavia anche riferendosi, alla presenza infermieristica o alla formazione specifica nel settore del Primary health care, il Regno Unito a me risulta essere molto attivo sia in campo formativo che di presenza nelle comunità con la figura, ad esempio del “District Nurse”, e con la presenza di ulteriori percorsi di sviluppo clinico delle competenze infermieristiche avanzate e della prescrizione infermieristica. A queste figure è consentito di esercitare al massimo potenziale nell’ambito di esercizio professionale infermieristico e le stesse svolgono un ruolo fondamentale nel ridurre al minimo i ricoveri ospedalieri e le riammissioni, elementi cruciali del settore primary health care.

Anche per altre Nazioni esaminate, taluni passaggi sono rubricati, ad esempio, in modalità da non rendere al meglio la comprensione delle capacità operativa infermieristica nell’ambito del settore primary health care, come ad esempio i modelli di responsabilità condivisa con i medici e le funzioni di interfaccia con i cittadini.

Alcune volte, ad esempio, non sembra totalmente espresso il pieno significato di alcuni concetti. Per i cosiddetti “social prescriber” del modello inglese, il documento indica che “Questi ultimi non sono clinici e vengono contattati dai general practicioner, per il supporto di coloro che hanno problematiche abitative o che hanno contratto debiti (pag. 59)”.

Dal sito del Governo inglese, risulta, invece che lo spettro di azione dei “Social prescriber” sia decisamente più ampio e vada ad estendersi allo sviluppo del capitale sociale dell’individuo nell’ambito delle comunità (es. riduzione isolamento sociale, attività artistiche, housing sociale, etc.). Tali funzioni appaiono essere prioritarie per dar luogo ad una vera visione olistica della salute, anche esso fondamento del settore primary health care e che potrebbero essere pienamente recepite nell’ambito delle innovazioni socio-sanitarie legate al Piano nazionale di Ripresa e Resilienza italiano (PNRR).

Ulteriormente, a carattere generale, appaiono presenti una serie di discrasie nelle diverse schede. Illustrativi esempi sono relativi a: 1) fonti e citazioni (carenza di supporto/riferimento a talune affermazioni, citazioni secondarie, utilizzo di fonti non interamente appropriate); 2) Dati e statistiche (in taluni casi non aggiornate, riferite spesso ad anni precedenti al 2010,  con difformità tra tabelle e testo); 3) Strategia di ricerca: nella tabella risultano parole chiave differenti da quelle dichiarate nel testo (inserimento del termine COVID-19 nella strategia) e 4) Concetti vaghi e assenza metriche di riferimento (sono indicati termini quali “rara”, “bambini piccoli” che risultano di difficile interpretazione per il lettore non avendo a disposizione scale di riferimento rispetto a quanto dichiarato).

Nella certezza che l’Agenas opererà al meglio per sviluppare questa area strategica per il nostro Servizio sanitario, anche con il contributo di tutte le rappresentanze professionali, ordini, sindacati e in particolare le Associazioni/Società Scientifiche con più tradizione nelle relazioni internazionali,  proprio per l’importanza cruciale che riviste tale area di sviluppo, si manifesta disponibilità a generosamente collaborare per l’elaborazione di un update esteso, anche ad altre nazioni, del documento anche  con l’obiettivo di delineare al meglio le modifiche previste al sistema italiano e i rapporti tra le diverse professioni.

Come indicano gli autori nelle conclusioni “Si tratta di un’occasione unica per dar vita ad un sistema sanitario nazionale più equo e sostenibile, che sia realmente organizzato intorno ai bisogni di salute della popolazione”.

Ecco, non perdiamola.

Walter De Caro

Infermiere

 



15 aprile 2022
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