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Tre proposte per la riforma dei servizi territoriali

di Nicola Preiti

23 APR - Gentile Direttore,
la drammatica situazione che stiamo vivendo indica nella organizzazione del territorio il punto strutturalmente più debole del SSN. Per questo il potenziamento del territorio è entrato nell’agenda di governo, come affermato dal Presidente del Consiglio Conte e dal Ministro della Salute Speranza. E può portare a risultati concreti, visto che ci sarebbero anche le risorse: 36 miliardi messi a disposizione dal MES. Ora bisogna dire come. Alcune proposte in sintesi.
Il covid19 ha mostrato tante cose a questo livello. Si è visto che un’epidemia non si può combattere solo sul livello ospedaliero. Senza territorio anche l’assistenza ospedaliera viene travolta, compromettendo così tutto il SSN.
E questo non vale solo per l’epidemia. Basti ricordare (per esempio) i precedenti intasamenti dei Pronto soccorso.
 
Si è visto che il territorio comprende in sé criticità e una complessità che non ha nulla da invidiare all’assistenza ospedaliera. Non è proprio semplice curare pazienti cronici, con pluripatologie e pluriterapie; gestire contemporaneamente screening, prevenzione, salute pubblica, riabilitazione, salute mentale, non autosufficienza, consultori, specialistica ambulatoriale. E non è banale gestire domiciliarità, residenzialità e supporto sociale. A ciò si aggiunge la gestione dell’epidemia Covid.
E’ evidente che tale complessità non può essere affrontata con la dispersione e la disorganizzazione.

Così il sistema non è neanche in grado di tutelare i suoi professionisti. L’elevato contagio e purtroppo il sacrificio di troppi medici di famiglia deriva sostanzialmente, al di là di specifiche responsabilità, da questa frammentazione e dal loro isolamento.
Nel momento del bisogno sono emerse le contraddizioni e i medici si sono trovati ad affrontare la situazione a mani nude, senza riferimenti operativi, senza una organizzazione alle spalle e senza neanche i minimi presidi di sicurezza.
Stesso discorso vale per i dipartimenti di prevenzione e per la sanità pubblica depotenziati e spinti verso la marginalità del sistema.

L’assistenza territoriale va strutturata nella organizzazione delle sue diverse parti, ed orientata alla piena connessione dei servizi portandola a sintesi unitaria. E questo risulta oggi più agevole grazie all’informatica. Si costruisce una sanità che va dal cittadino in base ai suoi bisogni, e non viceversa. Girano le informazioni non le persone.
 
Il territorio deve superare la visione ed il ruolo di filtro per assumere un ruolo proattivo, il nuovo baricentro del sistema sanitario: centro di erogazione, coordinamento, presa in carico e gestione unitaria dei servizi territoriali. E’ nel territorio che si decide la diversa necessità assistenziale del cittadino, l’ospedale diventa una delle opzioni possibili.
 
Il nodo irrisolto (per ritardi ed indulgenze) rimane la mancata integrazione organizzativa delle figure professionali mediche operanti in convenzione (medici di famiglia, pediatri, specialisti ambulatoriali, continuità assistenziale) con quelle, mediche e non mediche, operanti nei servizi distrettuali e aziendali territoriali.
 
Se non si supera questo ostacolo sarà impossibile modernizzare il territorio e il SSN, sarà impraticabile utilizzare efficacemente tutte le risorse professionali presenti sul territorio.

Tre proposte:
• Creazione di centri distrettuali (centri di Cure Primarie) per il coordinamento delle cure e degli interventi territoriali (una specie avanzata di case della salute, per dare un’idea).
Qui trovano luogo di integrazione e sede organizzativa (non fisica, naturalmente) i diversi professionisti del territorio.
Qui avviene la presa in carico e la gestione amministrativa dei bisogni di salute dei cittadini.
Qui si coordinano i diversi interventi: la medicina d’iniziativa, la gestione attiva delle patologie croniche (chronic care), delle popolazioni a rischio (screening) e il collegamento tra le varie parti e gli interventi sanitari e sociali: prevenzione, riabilitazione, specialistica, domiciliarità, residenzialità, pianificazione degli interventi diagnostici e terapeutici, ospedalizzazione, ecc.
Questo diventa il luogo di primo intervento aperto h 24 e della diagnostica di base con riduzione accessi ai Ps e abbattimento liste d’attesa.
 
• Superamento delle convenzioni con passaggio alla dipendenza dei medici di famiglia, pediatri e specialisti ambulatoriali. Riconoscimento ai medici di continuità assistenziale della stessa funzione dei medici di famiglia (il titolo posseduto è uguale). Non ci può essere integrazione se ognuno fa Principato a sé.
Il medico di famiglia, oltre a medico di fiducia del cittadino, diventa anche medico del relativo territorio e si occupa di tutte le sue problematiche. Diventa dirigente dell’assistenza territoriale.
 
• Ruolo unico per tutti i medici del territorio: Medico Territoriale (analogo al medico ospedaliero). Ogni categoria professionale mantiene la sua specificità e la sua autonomia, ma rientra in una organizzazione unitaria distrettuale.
 
Ecco, questa potrebbe essere una buona base di partenza, non esaustiva, se si volessero ottimizzare e valorizzare tutte le risorse professionali, creare sinergie tra esse e rendere efficiente e moderna l’assistenza territoriale.

Nicola Preiti
Medico Neurologo, Perugia

23 aprile 2020
© Riproduzione riservata

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