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27 NOVEMBRE 2022
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La lentezza della burocrazia e la velocità del Covid-19

di Caludio Maria Maffei

26 OTT - Gentile Direttore,
in un mondo come quello della sanità che dovrebbe rapidamente rispondere a esigenze di intervento su strutture e tecnologie come quelle determinate dalla pandemia di Covid-19, la inesorabile (e inevitabile ad oggi) lentezza dei processi amministrativi che le dovrebbe affrontare lascia sconcertati. Un recente clamoroso esempio è rappresentato dai ritardi nella predisposizione dei posti letto aggiuntivi di terapia intensiva previsti nel cosiddetto Decreto Rilancio, il DL 34/2020. Questi ritardi sono stati opportunamente ricostruiti solo pochi giorni fa qua su QS.
 
Significativa la frase di commento ai dati: “Sui ritardi pesa certamente il sistema di regole messe in campo. Ogni Regione ha dovuto presentare un piano al Ministero della Salute. Dopo l’ok da Lungotevere Ripa la palla poi è passata al commissario per l’Emergenza. A quel punto c’è stato un confronto con le Regioni per l’attuazione dei lavori (il bando si è chiuso solo l’8 ottobre). Ad oggi sono 9 regioni che hanno ricevuto la delega da Arcuri per iniziare le opere. Per le altre si è ancora in attesa dei cronoprogrammi e del piano di governance. Insomma, a 5 mesi distanza la maggior parte dei cantieri non è ancora partito”.
 
Proprio sullo stesso tema, e cioè la creazione di post letto aggiuntivi di terapia intensiva, iniziative gestite con procedure amministrative da vera urgenza come i due Fiera Hospital di Milano e Civitanova Marche, sulla cui opportunità qui non entro in merito,  hanno al contrario consentito una spettacolare dimostrazione di rapidità esecutiva. Spettacolare in senso stretto perché nei media il richiamo alla velocità con cui avanzavano i lavori ha trovato larghissimo spazio con titoli come “Il miracolo di Milano”. Del resto i ritardi nella creazione di nuovi posti letto di terapia intensiva sono gli stessi che si stanno registrando nella assunzioni del personale per l’emergenza Covid, vedi gli infermieri di famiglia previsti nel Decreto Rilancio.
 
Ma è nel campo dei programmi di edilizia ospedaliera quello in cui la burosaurocrazia in sanità dà il meglio (o il peggio). Un rilettura al Rapporto di pochi mesi fa della Corte dei Conti al riguardo si rivela utile. Anche qui per comodità stralcio la sintesi del commento comparso su queste pagine al Rapporto: “Le risorse sono già poche. E in più tra burocrazia, incapacità progettuale e tempi biblici per la realizzazione i soldi non si riescono nemmeno a spendere. La dotazione di risorse per l’edilizia sanitaria è arrivata a quota 22 mld, ma di questi solo 12,5 sono stati accordati alle Regioni e addirittura 1,5 mld sono stati revocati. Fotografia impietosa della Corte dei conti sul capitolo degli investimenti in sanità”.
 
Mi rifiuto di credere che questi ritardi siano legati alla performance di chi dirige i (o lavora nei) servizi amministrativi.  Il problema è che per questi servizi la pressione della urgenza dei problemi è infinitamente più debole di quella delle regole e della pesantezza delle procedure. E i risultati di questo squilibrio di forze si vede.
 
Gli stessi ritardi nella applicazione del Decreto Rilancio erano già in nuce nelle procedure stesse previste dal Decreto: presentazione del Piano di riordino da parte delle Regioni, validazione da parte del Ministero, nomina da parte delle Regioni dei soggetti attuatori, incertezza su scadenza/proroga dello stato di emergenza con la conseguente impossibilità di capire il quadro normativo applicabile e le eventuali deroghe applicabili negli appalti e per finire mancata chiarezza sulla disponibilità dei finanziamenti e sulle relative modalità di rimborso/liquidazione. Del resto che fine hanno fatto le 4 unità di terapie intensive mobili che il livello centrale avrebbe dovuto mettere a disposizione delle Regioni? Se Sparta (le Regioni) fanno piangere, Atene (il livello centrale) non fa ridere.
 
Non si può pensare di affrontare con l’attuale apparato di regole amministrative e il tipo di cultura che questo apparato ha fatto prevalere in chi le deve applicare la gestione degli investimenti di qualunque provenienza che dovrebberi riversarsi sulla nostra sanità per una sua ricostruzione anti-Covid  (meglio ancora, se possibile, post-Covid). Come non si può pensare di gestirli con il fragilissimo supporto che i servizi di natura tecnica di Regioni ed Aziende riescono al momento con i loro organici a dare.
 
Mai come in questo periodo emerge con chiarezza la responsabilità di avere dimenticato di sostenere le aree tecniche/tecnologiche della sanità pubblica. Non è una rivendicazione sindacale, (io non c’entro niente con queste professionalità), ma un grido di allarme. Ospedali flessibili, sanità digitale, analisi dei dati e predittività, intelligenza artificiale, apparecchiature e tecniche di avanguardia, telemedicina, ecc.: chi se ne occuperà?
 
Claudio Maria Maffei
Coordinatore scientifico di Chronic-on

26 ottobre 2020
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