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Ricerca scientifica. Pammolli (Imt): "In Italia molte pubblicazioni ma pochi brevetti"


Presentato alla conferenza Bioeconomy Roma uno studio econometrico dell'Institutions Market Tecnology. Sei pubblicazioni scientifiche su 100 pubblicate nel mondo sono italiane. Ma se passiamo ai brevetti non superiamo il 3%.

28 NOV - “I brevetti concedono i diritti di esclusiva sulla ricerca, ma permettono anche l'accesso alle informazioni: per diventare brevetto la ricerca deve essere resa pubblica. E questo innesca un meccanismo che porta ad una crescita economica, perché permette la circolazione di idee. Produce fermento”. Parole di Fabio Pammolli, direttore dell'Imt (Institutions Market Tecnology) dell'Istituto di Studi Avanzati di Lucca, che ha presentato oggi in occasione della prima conferenza Bioeconomy Roma il rapporto “Il valore economico delle scienze della vita”, primo studio econometrico italiano sulla ricerca biomedica.

Lo studio dell'Imt ha analizzato la distribuzione dei brevetti nelle microregioni (fino ad arrivare a localizzarli a livello delle più piccole contee statunitensi) che nelle macroregioni, come le nazioni europee. Il risultato? “In Italia dobbiamo imparare a combinare gli ingredienti, il dialogo tra discipline e a far dialogare la ricerca con istituzioni, i centri in cui è possibile fare sviluppo e tutta l'industria”, ha spiegato Pammolli. La ricerca parla chiaro. Se negli Stati Uniti in media il numero di persone che fanno ricerca e dei brevetti richiesti è abbastanza equilibrato, e in Nord Europa c'è addirittura uno squilibrio a favore di chi fa sviluppo, nel nostro paese abbiamo il problema opposto. Ovvero facciamo ricerca ma non produciamo brevetti, o ne produciamo molto pochi.

Tanto che l'Italia produce il 6% delle pubblicazioni mondiali nelle scienze della vita, soprattutto in ambito medico, ponendosi al quarto posto dopo Stati Uniti, Regno Unito e Germania. Ma quando si considera il dato riferito ai brevetti l'Italia scende al quinto posto, ampiamente superata dalla Francia. In Europa, infatti, gli inventori italiani producono solo il 3% dei brevetti europei in ambito delle scienze della vita.

In particolare nel nostro paese la regione intorno Milano rimane l'area leader come centralità delle pubblicazioni e dei brevetti, ma sta pian piano perdendo centralità a livello internazionale. “L'unico cluster che sta emergendo in Italia a livello internazionale è la regione di Roma – ha spiegato Pammolli – che però è ancora lontana dai primi centri di innovazione nel mondo, come quello della zona californiana o quella intorno a Boston”.

Ma qual è il motivo di tale difficoltà? Secondo Pammolli è molto semplice: “Il problema italiano è che siamo molto più bravi nel pubblicare che non nell'applicazione industriale della nostra ricerca”. Anche perché, secondo il ricercatore, le industrie italiane non hanno ancora compreso che anche le failure, ovvero tutti quei progetti di ricerca che non vanno a buon fine non trasformandosi in brevetto, hanno un enorme valore economico. “Se noi andiamo a vedere dove si concentra nel mondo lo sforzo per la ricerca e lo sviluppo, vediamo che si trova negli ambiti in cui in realtà c'è la difficoltà maggiore di lancio di nuovi prodotti che possano creare introiti. Si tratta del settore oncologico, di quello che riguarda l'obesità e di quello che riguarda la ricerca sul cervello e il sistema nervoso”, ha spiegato Pammolli. “È qui che c'è con maggiore probabilità di fallimento dei progetti, eppure è qui che si continua a fare investimento, sempre di più. Il motivo non è la pazzia dei policy makers nel mondo. Ma il fatto che in questi ambiti, in cui lo sviluppo avviene in condizioni di forte incertezza e ci vogliono in media 12-13 anni prima di arrivare al lancio di un prodotto, comunque mettere in modo il meccanismo dei brevetti permette la circolazione delle idee. E di conseguenza fa girare l'economia”.

Il problema dunque è il trasferimento della conoscenza. L'Italia non riesce, a differenza di altre economie, a trasformare le conoscenze in benefici per la salute dei pazienti. “La maggiore capacità del sistema statunitense – ha spiegato ancora Pammolli – è influenzata in modo decisivo dalla presenza di imprese di piccole e medie dimensione specializzate in tutti gli stadi del processo di ricerca e sviluppo”. Una particolarità, questa, che potrebbe far comodo al nostro paese, che storicamente ha fatto delle piccole e medie imprese un punto di forza, se solo si riuscisse a far tesoro di questa consapevolezza.

Anche perché, commenta poco dopo Leszek Krzysztof Borysiewicz, rettore dell'Università di Cambridge, “non c'è niente altro che produca un ritorno economico così ampio come la ricerca scientifica. Basti pensare che per ogni pound investito in ricerca in Inghilterra, lo stato guadagna poco meno di 40 pence”. Un dato che forse bisognerebbe far arrivare ai nostri policy makers, sperando che li sproni ad investire, finalmente, in ricerca e sviluppo.

Laura Berardi
 

28 novembre 2011
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