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I Forum di Quotidiano Sanità. La sinistra e la sanità. Guglielmo Pepe: “La nuova Sanità ha bisogno di umanità”

di Giglielmo Pepe

Spero e credo che quello che ha vissuto il personale impegnato nella lotta alla Pandemia sia di grande insegnamento. E così come una comunicazione corretta è già un inizio di cura, anche i momenti di umanità in una corsia, nel Pronto soccorso, in una Terapia intensiva, possono aiutare i pazienti ad affrontare con più forza la loro condizione di debolezza

24 MAR - Avete presente quello che chiamiamo “intervallo”? È quanto sta accadendo alla vita di miliardi di persone: un intervallo, che sembra senza fine, della loro normale esistenza. Con il rischio che possa continuare ancora a lungo. Perché da oltre un anno la quasi totalità del Pianeta sta combattendo contro un nemico potente, determinato, spietato come un killer. Anche se lo fa “democraticamente”, senza curarsi dell’appartenenza sociale o patrimoniale delle persone. Uccide e basta.
 
Però, almeno in parte, dopo oltre dodici mesi di Pandemia killer, abbiamo capito che ci sono le armi per mitigare la violenza di COVID-19. Ma bisogna saperle usare. Nel momento giusto e nel modo giusto. Tuttavia abbiamo pagato e stiamo pagando, in termini di vite umane, un prezzo altissimo. E la Pandemia sta mettendo a dura prova uno dei cardini del vivere comune: la Sanità. Così il “conto” alla fine sarà molto oneroso, lasciandoci pieni di debiti. In tutti i sensi.
 
Anche i sistemi sanitari più organizzati ed efficienti, hanno mostrato limiti, carenze, debolezze strutturali.  Proprio per questo motivo quello che stiamo affrontando può essere di insegnamento. Tanto più se fermiamo lo sguardo sul panorama italiano. Che grazie al libro di Ivan Cavicchi (“La sinistra e la sanità”, Castelvecchi), diventa limpido e chiaro. Perché se è vero che il suo lavoro è dedicato al pensiero di sinistra - e ai ministri democratici che hanno guidato il “settore” - è altrettanto vero che le sue riflessioni, sollecitazioni, non si fermano ad un ragionamento sul passato e sul presente, perché puntano il mirino soprattutto sul futuro.

 
E conoscendo Ivan Cavicchi da decenni, posso dire che raramente ho incontrato, nella mia professione di giornalista, uno studioso altrettanto stimolante. Direi fin troppo, perché la lettura del suo libro costringe a misurarti con argomenti che vanno ben al di là del contingente. E ben oltre il pensiero, non solo di sinistra, sul Sistema Salute.
 
Confrontarsi con il libro di Cavicchi ê una sfida interessante, spinge le riflessioni al massimo della profondità possibile. Il suo ragionamento è ricco e complesso, ma non astratto perché viene alimentato da analisi precise, da fatti concreti, da proposte e richieste che possono e devono entrare a pieno titolo di un “progetto” riformatore. E quello che scrive lo condivido, politicamente e culturalmente. Ho solo qualche perplessità sulla possibilità di realizzare le svolte indicate. Per essere più chiaro: non credo che il “personale“ politico e amministrativo attuale sia all’altezza del compito richiesto. E non tanto per incapacità dei singoli.

La sinistra, storicamente, ha messo all’opera i propri “laboratori” di studio quando era all’opposizione. Non a caso il Servizio sanitario nazionale nasce nel 1978, come risultato di una elaborazione culturale, sociale, intellettuale, che aveva coinvolto gli stessi protagonisti del mondo della salute. Il risultato  è una legge - la 833 - che rappresenta un caposaldo dell’ Italia moderna. E tutto quello che è venuto dopo, come ricorda Ivan, è stato un aggiustamento al ribasso, una correzione in corso d’opera, che in alcuni casi ha peggiorato invece di migliorare.
 
E però non credo che i ministri democratici degli ultimi 25 anni abbiano fatto una pessima figura. Rosy Bindi, Livia Turco, Roberto Speranza (meriterebbe un discorso a parte Umberto Veronesi, osteggiato dai suoi stessi colleghi fin dall’inizio), non sono da bocciare. E penso che abbiano dato il meglio quando hanno dimostrato di essere in grado di amministrare. Forse però proprio dentro questa capacità amministrativa, troviamo il limite della sinistra (ma anche del centro e della destra), perché se va al governo, nazionale e locale, pensa che il suo compito principale sia fare le cose per bene. E finisce dunque di elaborare. Perché pensa soprattutto a conquistare consenso. Magari a ragion veduta: se non soddisfi i bisogni dei cittadini, al momento del voto ti puniranno. (Sarà interessante vedere cosa succederà alle prossime elezioni, e quanto entrerà nell’urna la gestione della Pandemia).
 
Resta comunque la questione di fondo: che Sanità vogliamo. La mia risposta dipende in buona parte dagli avvenimenti determinati dalla Pandemia. E al primo punto c’è l’investimento, anche etico, sul SSN. Da qui ne consegue una scelta da fare quanto prima: la revisione dell’articolo V della Costituzione. Quanto meno abbandonando velleità e desideri dei governatori che spingono sull’autonomia differenziata.
 
Zaia, nel Veneto, come Bonaccini, in Emilia Romagna, sanno benissimo che senza il sostegno dello Stato centrale - che ha dimostrato la sua importanza in ogni segmento - non avrebbero potuto affrontare i momenti più duri della emergenza. È come se il Welfare State avesse rialzato la testa. Non a caso diventa oggi fondamentale un riequilibrio del SSN. E a questo proposito, va ricordato che la tesi che la Sanità italiana sia una delle migliori al mondo, è una grossolana bufala. Perché può essere vera per meno di un terzo del territorio. Il resto del Paese garantisce una qualità media dell’assistenza, se non addirittura bassa (penso alla Campania, alla Calabria, alla Sicilia).
 
La famosa pelle di leopardo è confermata dalle troppe, eccessive diseguaglianze. In ogni campo. Abbiamo cittadini di serie A, B e C. Ma nel “settore” della salute, queste differenze diventano devastanti, perché producono più malattie, più dolore, più decessi. Non è più accettabile che nell’anno 2021, per ottenere una buona diagnosi, un residente del Mezzogiorno deve trasferirsi in una Regione del Centro o del Nord.
 
Se la disparità di trattamento non è più tollerabile, è altrettanto chiaro che la domanda di salute è in crescita esponenziale. E non solo a causa della Pandemia. E la risposta non può essere data soltanto attraverso maggiori disponibilità (di personale, mezzi, strutture), bensì cambiando “l’ordine dei lavori”. Mettendo, ad esempio, in testa alla lista la prevenzione.
 
Avendo come barra di navigazione, la consapevolezza che la Sanità, nonostante il sostegno che arriverà dal Recovery Fund (e in teoria perfino grazie al Mes), non può essere un pozzo senza fondo. Perfino se la consideriamo un investimento (può esserlo, ma solo in parte), l’utilizzo delle risorse richiede la massima attenzione. È fondamentale dunque evitare gli sprechi e spendere meglio. Grazie appunto alla prevenzione, una parola tanto evocata e poco praticata.
 
C’è infine un punto, prioritario: il fattore umano. Nei momenti più acuti e tragici e dolorosi della Pandemia, l’addio di migliaia e migliaia di donne e uomini, senza un bacio, un abbraccio, una carezza da parte dei loro cari, è stato ed è devastante. Vedere poi i camici bianchi e gli infermieri protetti come astronauti, i malati chiusi in scafandri di plastica, senza possibilità di comunicazione, ha reso palpabile la disumanità della malattia, ben al di là della nostra immaginazione. Non a caso, dopo lo choc iniziale, il personale sanitario ha cercato di farsi carico del dramma collettivo vissuto. Per rendere il distacco definitivo dalla vita meno triste, meno doloroso.
 
Sono convinto da sempre che la Sanità manchi di umanità. Anche perché gli aspetti psicologici della malattia non vengono presi in considerazione come materie di studio e di conoscenza.
 
Medici e infermieri spesso non sanno come comportarsi e quei frammenti di sensibilità, di empatia, di attenzione verso il malato sono frutto e conseguenza dell’esperienza. Un giorno forse diventeranno argomento di studio per preparare alla professione. Ma spero e credo che quello che ha vissuto il personale impegnato nella lotta alla Pandemia sia di grande insegnamento. E così come una comunicazione corretta è già un inizio di cura, anche i momenti di umanità in una corsia, nel Pronto soccorso, in una Terapia intensiva, possono aiutare i pazienti ad affrontare con più forza la loro condizione di debolezza.
 
Guglielmo Pepe
(L’autore di questo articolo, storico giornalista di Repubblica, ha fondato e diretto per anni l’inserto Salute del quotidiano romano).
 
Vedi gli altri interventi relativi a questo Forum: CavicchiBonacciniMaffeiRossiTestuzzaSpadaAgnoletto, Zuccatelli, Mancin.

24 marzo 2021
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