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I limiti del monitoraggio Covid, anche al di là del caso Sicilia

01 APR - Gentile Direttore,
doverosa premessa: le notizie che vengono dalla Sicilia sulla manomissione di alcuni dati su cui si basa la classificazione delle Regioni per fascia di rischio vanno considerate al momento presunte. In ogni caso questa vicenda conferma alcuni grossi limiti dell’attuale  sistema di monitoraggio della pandemia su cui si basa la valutazione di “rischiosità” delle Regioni, limiti che mi fanno dire che mentre era stato un grande merito del Ministero della Salute produrre lo scorso aprile 2020 il documento tecnico con i 21 indicatori, rischia di essere una grave colpa non averci ancora messo mano in modo deciso a distanza di quasi un anno.
 
Su questo sistema si basa la attribuzione delle Regioni ad una classe di rischio nell’ambito del monitoraggio della fase 2 della pandemia secondo il modello riportato nel documento “Prevenzione e risposta a COVID-19: evoluzione della strategia e pianificazione nella fase di transizione per il periodo autunno-invernale” predisposto dal Ministero della Salute e dall’Istituto Superiore di Sanità.

 
L’andamento degli indicatori viene riportato nei rapporti settimanali del Ministero della Salute e dell’Istituto Superiore di Sanità (l’ultimo uscito ad oggi 31 marzo 2021  è il numero 45). Una volta uscito il report il Governo poi adotta i suoi provvedimenti di solito sotto forma di Decreti del Presidente del Consiglio dei Ministri.
 
La vicenda siciliana evidenzia ancora una volta alcuni enormi limiti di fondo del sistema di monitoraggio e della organizzazione che lo sostiene.  Mi limito a ricordarne solo alcuni.
 
Un  primo grosso limite è il suo orientamento al controllo centrale e non al governo regionale. E’ evidente che nella stragrande maggioranza delle Regioni c’è una spasmodica  attenzione ai riflessi dell’andamento dei dati sulle misure restrittive che prenderà il governo.
 
Questa attenzione rischia di essere nella peggiore delle ipotesi cattiva consigliera  (come la vicenda siciliana se confermata farebbe  clamorosamente emergere) e nella “migliore” una occasione persa dalle Regioni che non usano i dati per capire e decidere. Tanto è vero che se si guardano le richieste di modifica del sistema di monitoraggio da parte delle Regioni (o almeno da parte di alcune) esse non mirano tanto a migliorarne la qualità informativa, ma a minimizzarne l’impatto in termini di regole.
 
Un secondo limite, direttamente collegato al primo, è la possibilità di applicazione disomogenea o inappropriata dei criteri di calcolo. I problemi dell’indice R(t) così come calcolato dall’Istituto Superiore di Sanità illustra benissimo la “precarietà” degli indicatori del sistema di monitoraggio ho già avuto modo di ricordare assieme alla collega Salmaso. Un altro esempio è quello relativi agli indici di saturazione delle terapie intensive. Fra l’altro non sono mai riuscito a trovare un disciplinare tecnico che illustri in modo dettagliato quei criteri.
 
Un terzo limite è rappresentato dall’eccessivo numero di indicatori teoricamente previsto per la classificazione della “rischiosità” delle Regioni. A questo sistema si potrebbe quasi applicare con una piccola modifica il titolo del vecchio giallo di Agatha Christie: “E non ne rimase (quasi) nessuno”. Infatti, essendo quel sistema usato a esclusivo strumento di riconoscimento del colore della fascia di rischio delle Regioni, si è finito con il valorizzarne solo pochissimi.
 
Alcuni si sono persi subito visto che  già nel primo elenco completo dei 21 indicatori cinque venivano definiti “opzionali”, ma di fatto gli indici costantemente richiamati anche dai media sono solo quattro:
- l’indice R(t),
- l’indice di saturazione delle terapie intensive e delle degenze di area medica;
- il tasso di incidenza di nuovi casi;
- la percentuale di tamponi positivi.
 
Un altro limite è rappresentato dai buchi informativi che il sistema lascia su aree in cui teoricamente sono previsti indicatori. Sfido chiunque ad esempio a ricostruire dai report settimanali del Ministero della Salute e dell’Istituto Superiore di Sanità lo stato del sistema di tracciamento e il numero e la tipologia dei focolai epidemici in corso nella propria Regione. Forse chi vive in altre Regioni queste informazioni le ricava dai siti “locali”, ma chi vive nelle Marche ad esempio di tutto questo e di altro ancora non sa niente. Il report settimanale di Ministeriale ed Istituto in una lettura regionale finisce con l’assomigliare ad una sorta di black box in cui si sa cosa esce (il livello di rischio), ma non si sa cosa entra.
 
Un quinto limite è rappresentato dalla almeno apparente assenza di momenti di verifica della qualità dei dati, degli indicatori e dell’intero sistema. Questo contrasta con l’affermazione contenuta nella nota del 30 aprile 2020 delle direzioni generali della Prevenzione e della Programmazione sanitaria del ministero della Salute in cui si afferma che “tali indicatori non sono finalizzati ad una valutazione di efficienza/efficacia dei servizi ma ad una raccolta del dato e ad una migliore comprensione della qualità dello stesso, al fine di poter realizzare nel modo più corretto possibile una classificazione rapida del rischio di concerto con l’Istituto Superiore di Sanità e le Regioni/Province Autonome”.
 
Letta e riletta (ma temo che sia nella sua lettura che nella sua rilettura si siano impegnati in pochi) questa frase non suona chiarissima, ma una cosa la fa capire: la importanza della qualità del dato. Che, come abbiamo visto, è fortemente migliorabile ed in attesa di correttivi.
 
Col tema della qualità del dato arriviamo all’ultimo limite che riguarda la organizzazione della funzione epidemiologica a livello delle Regioni ed ai suoi collegamenti con la funzione epidemiologica centrale: l’epidemiologia deve essere svincolata da un rapporto diretto con la politica andando in controtendenza rispetto alla figura dell’epidemiologo del Presidente, che peraltro epidemiologo spesso non è, figura spesso emersa nel corso di questa epidemia. E’ impossibile arrivare a dati di qualità sia nella loro produzione, che nella loro elaborazione e comunicazione che prescinda da una robusta ed autonoma organizzazione della funzione epidemiologica. Posso aggiungere: ma come si fa a non capirlo?
 
Claudio Maria Maffei
Coordinatore scientifico Chronic-On
 

01 aprile 2021
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