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Direttore assistenziale sì e Direttore clinico no?

22 LUG - Gentile Direttore,
la stima che nutro nei confronti di Claudio Maria Maffei mi spinge a intervenire a commento del suo articolo pubblicato da Quotidiano Sanità sulla controversa questione della introduzione della figura del Direttore Assistenziale in Emilia Romagna. Una questione che, ormai, supera l’ambito localistico.
 
Credo non sia solo per amicizia verso Marcello Bozzi, parte interessata, che Maffei giudichi “una buona scelta” quella del Direttore Assistenziale ai vertici delle Aziende sanitarie in staff alla Direzione Generale“come riferimento del personale delle cosiddette “professioni sanitarie”. Un giudizio, però, motivato solo con vaghe considerazioni di tipo organizzativo e ricorrendo alle motivazioni riportate da “un’adesione spontanea di 400 medici con tanto di lettera aperta di sostegno alla iniziativa della Regione”.
 
Curioso, innanzitutto, che un ricercatore attento come Maffei non si interroghi su un fenomeno, quello della adesione spontanea, che nella mia esperienza quarantennale di medico ospedaliero e dirigente sindacale rappresenta un caso piu unico che raro. Non esistono a mia memoria precedenti di medici che “spontaneamente” plaudono a iniziative della loro Regione o della loro Direzione generale, che nemmeno portano loro vantaggi. Ma l’Emilia Romagna, si sa, è terra di miracoli.

 
Tra le motivazioni addotte mi sembra molto generico il richiamo a “quotidiane esperienze e prassi di collaborazione e condivisione e alla consapevolezza che solo dalla integrazione tra le diverse professioni è possibile garantire una sanità innovativa e all'avanguardia”. Addirittura ritenendo “che il coordinamento tra i contributi professionali sia necessario per una visione strategica e moderna della sanità”, tacciando, in pratica, di oscurantismo chi non vede quanto “la figura del direttore assistenziale sia utile al fine di programmare l'evoluzione delle loro organizzazioni anche alla luce dell'opportunità rappresentata dal PNRR”.
 
Non mi convince, poi, la affermazione di una “sempre più diffusa organizzazione delle degenze secondo il modello della intensità di cura”, modello ancora limitato, per quanto mi risulta, a poche Regioni e, soprattutto, privo di solide evidenze di efficienza ed efficacia.
 
Maffei coglie solo parte del vero nel ricostruire le motivazioni, cui non offre replica, dell’aspro dissenso espresso dalla Intersindacale Medica, a livello regionale e nazionale. Dissenso che riguarda, in soldoni, “la scelta e la tempistica di una iniziativa che apre l’ennesimo poltronificio ad alto costo, producendo confusione nella gestione clinica del paziente e sottraendo, per di più, personale, già scarso, alla attività assistenziale”.
 
La Intersindacale va, in verità, “molto al di là del semplice rifiuto di una nuova figura direzionale”. Pone, infatti, questioni riguardanti una pandemia in crescita, che tocchera ai soldati rimasti in trincea affrontare ancora una volta a mani nude, e a ranghi ridotti, e la continua sottovalutazione delle questioni riguardanti i medici, anche di quelle attinenti il loro ruolo nel modello organizzativo. Ma i medici,si sa, hanno il doppio peccato di costare molto e di essere ricchi e cattivi. Nessuna meraviglia che la loro riduzione a figli di un dio minore avvenga in Emilia Romagna, che ha smesso da tempo i panni di alfiere e vetrina del SSN per vestire quelli della sagra del regionalismo differenziato e
dell’aziendalismo spinto fino allo sfinimento dei fattori produttivi, compreso il lavoro dei suoi medici.
 
Certo, nella critica c’è la insofferenza nei confronti delle politiche sanitarie complessive della Regione, ma soprattutto il richiamo forte alle ormai infinite liste di attesa dei cittadini, ad organici drammaticamente al lumicino, a condizioni di lavoro al limite della sopportabilità, causa di disagio, umano e professionale, quando non di vera e propria sofferenza, ed alla riorganizzazione del sistema di cure per metterlo in condizioni di reggere la ondata pandemica in arrivo.
 
Questioni, come ognuno può vedere, che non riguardano solo i medici ma che riguardando i medici vengono sempre accantonate, fino a immarcescire, perche” ben altri sono i problemi”. Come la invenzione del Direttore assistenziale. Se e vero che il PNRR prevede nuovi modelli organizzativi e nuovi ruoli professionali, perchè si pensa solo alle altre professioni? Perchè, se c’è necessita di coordinamento, non si pensa anche un Direttore Clinico, che è cosa diversa dal Direttore sanitario?
 
Rimane inesplicabile ed ingiustificabile, poi, il fatto che facciano più rumore le 400 firme “spontanee” che i 288 Medici, numero quasi triplicato in dieci anni, che nel solo 2019 hanno lasciato un lavoro a tempo indeterminato nel SSR per migrare verso lidi più gratificanti, senza che a nessuno di loro venisse posta la domanda “perchè te ne vai?”.
Sono in discussione, in questa vicenda, prerogative e comportamenti dei professionisti tutti nei confronti di un potere monocratico, padrone assoluto su persone e cose, che ha fatto del divide et impera un metodo di comando ed ormai rappresenta la malattia senile dell’aziendalismo.
 
Non è in discussione la possibilità di evoluzione, anche di carriera, delle professioni sanitarie, ma il principio che nessuna evoluzione sarà possibile se non in percorsi di coevoluzione. Dai quali non possono essere esclusi i medici che, piaccia o non piaccia, rimangono, anche dopo la fine della retorica degli angeli e degli eroi, i soli a possedere le competenze e le conoscenze capaci di fare la differenza tra salute e malattia e, spesso, tra vita e morte. Come anche la pandemia dimostra.
 
Costantino Troise
Presidente Nazionale Anaao Assomed

22 luglio 2021
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