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Diabete di tipo 2. L'obesità è il fattore con il più alto grado di rischio

Nel diabete di tipo due, che riguarda oltre il 90% dei casi, "se è vero che alcuni fattori non sono modificabili, è possibile correggerne altri, quali il peso e l'alimentazione non corretta", E' quanto ha sottolineato Giuseppe Fatati, presidente della Fondazione Adi, in occasione del convegno "Nutrition and metabolism".

19 APR - “Diabete e obesità sono problemi di salute pubblica a forte impatto sociale solo in apparenza distanti. Non solo perché sono uniti da un marker metabolico comune, che è l’insulinoresistenza, ma anche per la condivisione della necessità di prevenire, razionalizzare ed ottimizzare il trattamento dei pazienti, e contenere i costi della malattia”. E’ l’analisi effettuata da Giuseppe Fatati, presidente della Fondazione Adi, in occasione di Nutrition and metabolism (Nu.Me) - 5° Internationalmediterranean meeting -, l’incontro in programma a Terni dal 18 al 20 aprile, che vede riuniti esperti nazionali e internazionali per discutere sulle più attuali tematiche riguardanti la nutrizione e il metabolismo.

In Italia, il diabete interessa circa il 4,9% della popolazione: 3 milioni di italiani sono diabetici e almeno 1 milione lo è senza saperlo. Solo nel nostro Paese il diabete è responsabile di circa il 9 della spesa sanitaria, pari a oltre 9 miliari di euro l’anno. Secondo le stime dell’International Diabetes Federation (Idf) se in Europa nel 2011 erano affetti da diabete (tipo 1 e 2) 35 milioni di adulti, le proiezioni per il 2030 indicano 43 milioni. A livello mondiale, secondo alcune previsioni, il numero dei diabetici nel mondo salirà a oltre 380 milioni nel 2025 con un incremento triplo in Africa, Medio Oriente, Sud Est Asiatico, doppio in America e Ovest Pacifico, del 50% in Europa se non cambierà nulla in termini di prevenzione.


“Mentre per il diabete di tipo 1 (insulino-dipendente, caratterizzato dall’esordio durante l’infanzia o l’adolescenza e dalla totale o quasi totale carenza di insulina, che richiede fin dall’inizio una terapia insulinica sostituiva) – ha spiegato Fatati - bisogna intensificare la ricerca per una cura, nel diabete di tipo 2 (diabete mellito non insulino-dipendente, laddove l’insulina è prodotta in modo incostante), che riguarda oltre il 90 per cento della popolazione diabetica, è fondamentale programmare interventi per la prevenzione primaria. Nonostante il diabete di tipo 2 abbia molti fattori di rischio (età, etnicità, fattori genetici, ipertensione, dislipidemia e obesità) l'obesità è stata identificata come il fattore con la più forte associazione a questo tipo di diabete”.

Se è vero che alcuni di questi fattori non sono modificabili, tuttavia, è possibile correggerne altri, quali il peso, l’alimentazione non corretta e la mancanza di attività fisica. Anche perché l’età di insorgenza del diabete tipo 2 si sta riducendo, con un più precoce riscontro nei giovani e negli adolescenti con problemi di sovrappeso od obesità e che hanno scorretti stili di vita (sedentarietà). Gli ultimi dati di OKkio alla Salute - sistema di sorveglianza sulle abitudini alimentari e sull’attività fisica dei bambini delle scuole primarie (6-10 anni) - confermano livelli preoccupanti di eccesso ponderale: il 22,2% dei bambini è risultato in sovrappeso e il 10,6% in condizioni di obesità, con percentuali più alte nelle regioni del centro e del sud. Una volta in presenza di diabete di tipo 1 o di tipo 2 occorre fin dall’inizio attuare la cosiddetta prevenzione secondaria mirata a rallentare o ad evitare lo sviluppo delle complicazioni tardive. Un ruolo fondamentale in tal senso è svolto dal mantenimento di soddisfacenti valori di glicemia e soprattutto da buoni livelli di emoglobina glicata (HbA1c).

“Nei soggetti diabetici, l’iperglicemia causata dall’insufficiente produzione di insulina da parte delle cellule beta del pancreas determina una condizione di stress ossidativo che – ka osservato Fatati - genera una serie di effetti tessutali, che a loro volta rappresentano i fattori causali delle complicanze responsabili della morbilità e della mortalità associate. Riduzioni anche minime dell’emoglobina glicata (HBA1c) permettono di ottenere una riduzione notevole delle complicanze”.

L’intervento deve essere il più precoce possibile (the earlier, the better) per evitare che la cattiva “memoria metabolica”, derivante da un prolungato scarso controllo della glicemia, aumenti il rischio di complicanze macrovascolari con tutti gli esiti che ne conseguono. Peraltro il dosaggio dell’HbA1c è un semplice test di laboratorio che consente di valutare se il diabete si mantiene sotto controllo nel tempo. “Il test dell’emoglobina glicata – ha concluso Fatati - permette infatti di determinare la qualità media del controllo della glicemia nei 4 mesi precedenti al test e, in tal modo, di valutare l’efficacia di una terapia in atto. La maggior parte dei report nazionali e internazionali evidenzia purtroppo che la terapia del diabete tipo 2 non è né precoce né intensiva, denotando una inerzia terapeutica inaccettabile. Eppure negli ultimi anni la disponibilità degli inibitori del DPP IV e degli analoghi del GLP-1 hanno apprestato nuove risorse terapeutiche”.
 

19 aprile 2013
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