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Decreto Balduzzi. Cavicchi. “Il riformismo non c’è e si vede”

Alla fine questo decreto risulta essere “figlio di cento albumi”, una normativa, cioè, che nasce più da una promiscuità di interessi che da un autentico e condiviso interesse generale. I tagli restano il principale problema della sanità e il decreto una espressione di impotenza

07 SET - Come Fassari, confermo le mie perplessità sul decreto Balduzzi. “Il riformista non c'è” e si vede. Lo hanno capito tutti, anche chi nel testo ha visto rispecchiarsi le proprie convenienze come la medicina convenzionata, l'Onaosi e Federsanità. Cioè anche chi grazie al decreto non perde, conserva e mantiene e quindi non cambia.

Il paradosso del decreto Balduzzi è proprio questo: da qualunque parte lo si guardi, in negativo o in positivo, viene comunque riconfermato “il riformista che non c'è”. Chi è contro e chi è a favore lo è perché non cambia sostanzialmente niente, se non in peggio, anche se questo per qualcuno è un vantaggio e per qualcun altro no.

Ma bastano nel bene e nel male le proprie legittime convenienze per giudicare un testo di legge in un momento così difficile del servizio sanitario pubblico? Quale è il parametro di valutazione di un atto politico come questo decreto in un contesto di crisi  tanto pesante? “Il riformista che non c'è” è un problema che riguarda solo il ministro della Salute o anche gli interessi e le convenienze professionali , quali espressioni di un intero sistema associativo e sindacale?


La mia impressione, leggendo i commenti, è che “il riformista che non c'è” sia più ampio di quello che si pensa. Lo ha capito molto bene la Cgil confederale, cioè chi per mestiere ragiona in modo strategico e che giustamente dice che “per la sanità ci vuole altro”, ma anche coloro, come lo Smi, che parlano di “sbiadita fotografia dell'esistente”, o l’Anaao, che pur pesando le parole alla fine sbotta auspicando addirittura una riforma quater, e ancora la Fesmed, che spera in modifiche parlamentari.

Se “il riformista che non c'è” va oltre il ministro in questo caso c'è una responsabilità collettiva o quasi. Alla fine questo decreto risulta essere “figlio di cento albumi”, una normativa, cioè, che nasce più da una promiscuità di interessi che da un autentico e condiviso interesse generale. L'urgenza non c'è, i soldi per fare le cose neanche, novità rilevanti nemmeno l'ombra, se non in negativo,ma allora perché?

Ora, se vale il principio di mio nonno, “neanche il cane muove la coda per niente”, cerchiamo di capire questa assurdità. Ritenere con questo decreto di controbilanciare gli effetti disastrosi dei tagli lineari è semplicemente ridicolo, per cui esso ci dice  molto chiaramente che la politica sanitaria vera continua a farla il ministero dell'Economia, tutto il resto sono chiacchiere. Cioè i tagli restano il principale problema della sanità e il decreto una espressione di impotenza.

Non c'è dubbio che il decreto è, dopo la spending review, una ulteriore delegittimazione delle Regioni che giustamente hanno sottolineato come l'urgenza fosse pretestuosa e come trattandosi di disciplina concorrente si rischiasse una grave distorsione istituzionale. In tale delegittimazione il Pd è coinvolto fino al collo. Resta colui che ha voluto questo ministro della Salute e il più convinto sostenitore del Governo, ma nonostante ciò i suoi rilievi sono stati ignorati. In particolare viene mortificata la sua rappresentanza regionalista. E' evidente che dietro alle  riserve di Fontanelli e Bersani ci sono quelle di Rossi e di Errani.

C'è anche una questione di coesione governativa che non va sottovalutata. Bocciare il decreto come Monti avrebbe dovuto fare sarebbe equivalso ad indebolire l'immagine coesa del suo Governo.

E infine abbiamo un decreto che divide di fatto il fronte dei sindacati, gli stessi che con  l'intersindacale medica hanno dichiarato di voler organizzare la manifestazione del 27 ottobre contro i tagli alla sanità e che a questo punto mi piacerebbe sapere se è riconfermata. Devo dire con amicizia che in particolare alcuni sindacati medici in questa vicenda non ne escono proprio bene. Colpisce la scollatura tra l'analisi che li ha indotti a organizzare quella manifestazione e l'analisi sul decreto Balduzzi, come se tra i tagli e il decreto non vi fossero interdipendenze. Nel caso in particolare dei medici convenzionati  stride lo stretto consociativismo tra loro e il ministro.

Ha ragione Fassari, sarebbe bastato applicare la convenzione alla lettera per fare un autentico atto rivoluzionario. Con l'H24 nel decreto siamo alla “moina”.Secondo me questo i medici di famiglia lo pagheranno salato. Alla fine,
in prima linea, senza atti di vero cambiamento e soprattutto senza risorse per riorganizzare le cose, resteranno loro i più esposti alla delegittimazione sociale e quindi facilmente trasformabili in comodi capri espiatori.

Ivan Cavicchi

 

07 settembre 2012
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