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Serve il sindacato ai tempi della crisi? Sì, ma dobbiamo saper reinventare il nostro ruolo

La delegittimazione in atto delle rappresentanze sociali è funzionale al mantenimento delle politiche recessive, e in suo nome si fanno passi indietro, chiamati riforme strutturali. Oggi i cambiamenti obbligano la rappresentanza a ridefinirsi e reinventarsi se vuole sopravvivere ed evitare la eclissi del tempo di mezzo, recuperando orgoglio e coraggio

04 SET - L’articolo di Ilvo Diamanti sulla solitudine del sindacato, pubblicato recentemente su La Repubblica, interroga anche le organizzazioni sindacali che rappresentano il lavoro professionale. Perché, inutile negarlo, anche nelle nostre fila serpeggia l’interrogativo sulla utilità del sindacato, alimentando insoddisfazione se non (ancora) distacco.
 
Il cambiamento strutturale realizzatosi nel mondo dei lavori negli ultimi anni, con l’esplodere dei contratti atipici, così diversi dal rassicurante tempo indeterminato cui eravamo abituati, ha messo in crisi le rendite di posizione fino a rendere non scontata la capacità del sindacato di rappresentare in maniera adeguata il lavoro nelle molteplici forme in cui oggi viene declinato. Quando cambia il contesto, per le organizzazioni cambiare non è più una scelta, ma una necessità, di fronte alla quale il sindacato, anche il nostro, ha certo commesso errori, manifestato limiti e ritardi, anche conservando modalità di attività così lontane dalla novità dei blog, di facebook o twitter.

 
Non bisogna confondere, però, cause ed effetti, introiettando colpe non nostrecome un qualsiasi Tafazzi di turno, fino a ignorare la portata della metamorfosi subita dal lavoro professionale in sanità, svilito nella sua funzione sociale, de-capitalizzato, precarizzato, de-materializzato, impoverito dal punto di vista retributivo e numerico,il veronemicodaabbattere con taglilineari,bloccodella contrattazione, peggioramentodelle condizioni economiche e organizzative.Non a caso i tentativi di uscita dalla crisi sono stati giocati tutti contro il lavoro, di chi ce lo ha e di chi lo cerca, il lavoro pubblico assimilato tout court a spesa improduttiva e parassitaria, senza riguar­do per contenuti professionali e valori sociali, con l’attacco agli strumenti che regolano da due secoli il rapporto tra lavoratori e datori di lavoro, CCNL e sindacato. In una corsa alla deregulation nell’utilizzo delle risorse umane, costi da tagliare prima e più degli altri, alla faccia di leggi e contratti.
 
Questo lo scenario che ha portato l’onda lunga della crisi di consenso e di fiducia verso le istituzioni a raggiungere il sindacato e la sua capacità di rappresentanza. Sparare contro il sindacato è diventato, così, una moda, una variante della retorica anti-casta, terreno di consensi a buon mercato. Anzi, grazie al fatto che è in caduta libera in tutti i sondaggi è assurto a causa di tutti i guai del paese, un fattore di ritardo, un ostacolo alle magnifiche e progressive sorti del liberismo. Accusato di rappresentare, male, solo gli interessi dei propri iscritti e di non tutelare gli outsiders che, con disparità di retribuzione e di diritti, lavorano fianco a fianco con i primi, divisi da barriere invisibili.
 
Ed il sindacato sembra stare da un solo lato. Strabico fino a non vedere il precariato. Accusa ingenerosa e falsa, visto che nessuna nostra vertenza o manifestazione di questi anni ha dimenticato le criticità del mondo giovanile, precariato e formazione. D’altra parte la forza della organizzazione e degli organizzati costituisce uno strumento per includere gli esclusi e non farne carne da macello. La difficoltà del sindacato a non farsi appiattire sul profilo di medici “arrivati” per coinvolgere con più convinzione i giovani, donne e uomini, sta, però, alimentando fratture che la crisi economica amplifica, fino a farlo considerare partecipe di un complotto contro i giovani ed addirittura corresponsabile dello stato di cose.
 
La delegittimazione delle rappresentanze sociali, figlia di un populismo di ritorno, è funzionale al mantenimento delle politiche recessive, e in suo nome si fanno passi indietro, chiamati riforme strutturali. Oggi i cambiamenti obbligano la rappresentanza, che non è gentile concessione di spazio concertativo da parte della politica o della legge, a ridefinirsi e reinventarsi, se vuole sopravvivere ed evitare la eclissi del tempo di mezzo, recuperando orgoglio e coraggio. Dai quali occorre ripartire.
 
Orgoglio di essere il telaio di qualunque sistema sociale, componente indispensabile nella gestione delle società complesse che non funzionano senza processi di rappresentanza, come dimostra la stessa soluzione delle 43 crisi aziendali di cui il Governo si vanta. E nei sistemi complessi come quello sanitario ilsaperedichiillavorolofaèsuperioreatutto,eri-definisceanchelarappresentanza. Coraggio di rifiutare, anche in spazi fortemente limitati dal taglio dei permessi sindacali, la riduzione dei rapporti di lavoro a questione privata, guerra personale, solitudine di fronte allo Stato ed alla arroganza del potere. Il mondo che vorrebbero politici, di destra e di sinistra, che puntano sul rapporto diretto con gli utenti di tv e web,, in cui il sindacato semplicemente non esiste, superato dai tempi che corrono scartando chi non sta al passo. Il lavoro al tempo del colera.
 
Più che orfani della concertazione o sconcertati, ci sentiamo protagonisti che continuano ad avere, anche in questi anni bui, un ruolo ed un senso perché esprimono solidarietà, comunità, partecipazione,servizio. E tenuta, sia di iscritti, come testimonia l’alto tasso di sindacalizzazione della categoria, che di idee. Anche se, paradossalmente, l’acuirsi di incertezze e criticità nel mondo del lavoro tende a fare ritenere antiquata l’idea associativa, nata dai grandi partiti e movimenti del secolo breve, come forma organizzata di tutela delle aspettative e dei legittimi interessi, individuali e generali, crediamo che i problemi di uno sono problemi di tutti.
 
“An injury to one is an an injury to all”,il motto di un sindacato americano del primo Novecento. Anche in tempi di crisi feroce, e con governi che “fanno” sindacato distribuendo a pioggia incrementi economici ed invadendo per via legislativa gli spazi della contrattazione, che si volevano privati, il sindacato garantisce la sostenibilità di un servizio sanitario pubblico e nazionale ed allo stesso tempo la esigibilità del diritto alla salute dei cittadini. E “serve” a non lasciare nessuno da solo con i propri problemi, a dare voce collettiva al disagio ed alla protesta, costituendo anche un forte elemento di coesione professionale. Ed alla riduzione del danno, soprattutto in termini di perdita di posti di lavoro.
 
Una recente ricerca del FMI dimostra che nei Paesi in cui c’è sindacato e contrattazione il livello di diseguaglianza socio-economica è più basso. E’ poco? Forse, anche se occorre tenere a mente non solo quello che “si deve” fare ma anche quello che “si può” fare, in situazioni in cui appaiono sterili i tradizionali strumenti del conflitto sociale.
 
Viviamo in un periodo di pensiero debole ed identità professionali confuse e fragili che alimentano un neoindividualismo competitivo e autosufficiente. Che non cancella il bisogno di sindacato ma esige un sindacato nuovo e più forte, capace di mettersi in discussione per semplificare la rappresentanza e recuperare la frantumazione e lo smarrimento della identità professionale e la perdita di ruolo sociale e politico della categoria. Uscire dalla crisi tutti insieme è il sindacato.
 
Il sindacato soffrirà anche di solitudine, per dirla con Diamanti, ma di certo, almeno per quello che ci riguarda, non è morto né in via di estinzione. E continua a lottare per i diritti del lavoro e dei cittadini.
 
Dott. Costantino Troise
Segretario Nazionale Anaao Assomed

04 settembre 2015
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