Il testamento spirituale di Luca: “Il Ssn è l’unica strada per garantire l’universalità del diritto alla salute”

Il testamento spirituale di Luca: “Il Ssn è l’unica strada per garantire l’universalità del diritto alla salute”

Il testamento spirituale di Luca: “Il Ssn è l’unica strada per garantire l’universalità del diritto alla salute”
Ho parlato con Luca Benci l'ultima volta poche settimane fa e, a voce, mi raccontava quel che poi ha scritto, quasi un testamento spirituale, in una sua lettera pubblica: tanto vi è da migliorare, ma l'unica strada per garantire quel diritto di civiltà che è l'universalità della tutela della salute è il sistema sanitario pubblico. Una verità quanto mai evidente oggi con l’emergenza coronavirus

Avevo già in mente un commento a questa drammatica situazione; lo faccio nel ricordo dell'amicizia con Luca Benci. Ho conosciuto Luca giovanissimo, già impegnato nella difesa del servizio sanitario. Da allora non abbiamo cessato dal confrontarci, accumunati dall'idea che la sanità pubblica rappresenti il miglior strumento di contrasto alle disuguaglianze e di tutela della salute e che questi valori possano affermarsi solo in un clima di tolleranza tra cittadini e di reciproco rispetto tra i professionisti sanitari.
 
Ho parlato con Luca l'ultima volta poche settimane fa e, a voce, mi raccontava quel che poi ha scritto, quasi un testamento spirituale, in una sua lettera pubblica: tanto vi è da migliorare, ma l'unica strada per garantire quel diritto di civiltà che è l'universalità della tutela della salute è il sistema sanitario pubblico.
 
Il che si è puntualmente verificato di fronte all'epidemia "cinese". Nonostante qualche baruffa tra virologi il sistema sanitario ha reagito con maggior compostezza, efficacia e consapevolezza del sistema amministrativo politico.
 
Ho vissuto da medico "massimalista" – così si diceva allora- la pandemia del ‘68, ultimo strascico della cosiddetta "asiatica". Due settimane alla media di 30/40 domiciliari al giorno con gli ambulatori aperti almeno per i certificati, senza guardia medica né di notte né nei festivi. Poi alcuni mesi per uscire "a coda di topo" dal parossismo epidemico. Nessuna indicazione dalle autorità, nessun obbligo protettivo, ciascuno faceva del suo meglio; contro il catarro si prescrivevano antibiotici ma anche farina di seme di lino per gli impiastri.
 
La differenza è una sola: le conquiste della scienza dell'ultimo mezzo secolo che consentono di predisporre interventi con mezzi moderni e efficaci e di acquisire rapidamente le conoscenze necessarie per evitare aggravamenti drammatici. Perfino i no vax tacciono e forse attendono con ansia un vaccino.
 
In realtà un'altra differenza esiste: l'enfasi dei mass media, la strumentalizzazione politica (allora nessun politico ci avrebbe pensato e ora sembra lo sport preferito), il predominio dei social e le teorie complottiste. C'è oggi molta più paura di allora e lo dimostrano i supermercati svuotati perfino di carta igienica (neanche fosse un'epidemia di colera!), il governatore lombardo con la sua inutile mascherina, il mercato nero dell'amuchina.
 
Quel che abbiamo capito è che si tratta di una forma influenzale più diffusibile, nuova e quindi priva di ostacoli immunitari, con una maggiore letalità, che più spesso chiama in causa l'intensivologia, per cui, se l'epidemia si spalma in due mesi invece che in quattro o cinque come di consueto, il sistema sanitario rischia la crisi. Si impone l'antico rimedio quarantenale, ma con giudizio, perché tra il Governatore della Toscana e Burioni i fatti hanno dato avuto ragione a Rossi.  
 
Da tutto ciò si possono trarre alcune prime conclusioni in ordine sparso.
Lasciamo lavorare i medici e tutti i professionisti che sanno quel che debbono fare, e sono perfettamente consapevoli – tranne qualche rarissima pecora nera- di essere fisicamente esposti non per eroismo ma per il mestiere che hanno scelto.
 
Utilizziamo i medici, in particolare i medici generali, per trasmettere un clima tranquillizzante alla popolazione, concordando con le autorità sanitarie i messaggi da diffondere e quindi approfittando per riistabilire buoni rapporti con i professionisti della sanità, il contrario di quel che finora si è fatto da parte dei nuovi partiti e dei nuovi leader.
 
Quale miglior occasione per avere la prova provata dei guasti di un esasperato particolarismo e per riflettere sul "regionalismo differenziato"?
Quale miglior occasione per riaffermare l'assoluta priorità della programmazione pubblica su qualsivoglia forma di "secondo pilastro"?
 
E, infine, per riflettere su quanto la buona sanità abbia bisogno di un'informazione corretta. E' già stato detto che "è impossibile raddrizzare il legno storto dell'umanità", e che la paura fa dare a chiunque il peggio di sé. Occorre bilanciare dal punto di vista sociale due grandi necessità umane, il lavoro e la salute perché, come dice Isahia Berlin: "ogniqualvolta il razionalismo si spinge  troppo oltre tende a manifestarsi una qualche specie di resistenza emotiva, un'ondata di ritorno, che nasce da ciò che vi è di irrazionale nell'uomo". 
 
Anche questa volta "la grande scopa" porterà un'apparente uguaglianza perché durante l'epidemie le differenze sembrano sparire. Un'occasione provvidenziale per il servizio sanitario, come la peste per Renzo e Lucia. A meno che non muoia Renzo e sopravviva Don Rodrigo. 
 
Antonio Panti  

Antonio Panti

28 Febbraio 2020

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