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Infermieri. Ecco perché non è solo questione di "competenze"

07 GEN - Gentile Direttore,
scrivo a proposito delle competenze specialistiche, “snodo importante per l’assistenza sanitaria e per la professione infermieristica” secondo Silvestro. Nel merito delle competenze avanzate ho avuto l’opportunità di esprimermi molte volte, anche su questo giornale, pertanto  non mi ripeterò. Richiamo però, il mio pensiero  perché non ho cambiato idea neanche dopo le spiegazioni chiare del professor Proia e di quelle meno chiare, ma più “tattiche” della Presidente Silvestro.
 
Oggi, come allora, non credo che le competenze specialistiche  siano  da ritenersi competenze avanzate, ben vengano, ma non sono considerabili competenze avanzate. A mio avviso e per quel che se ne sa (bozza accordo Stato-Regioni), non lo sono perché richiedendo un solo sapere, quello tecnico scientifico, ed una sola razionalità - priva  di autonomia intellettuale, il cui scopo è esterno all’infermiere - non richiamano al concetto di professione; non permettono di rispondere ai bisogni dei cittadini sani e/o malati; non consentono di onorare la complessità portata dal malato e quella dei contesti lavorativi; non  fanno avanzare il pensiero del mondo sanitario, della società civile  e neanche l’operatività infermieristica verso un modo di intendere la professione  che superi “il mero aspetto formale e contempli aspetti di natura più sostanziale, ancora non presenti, quali: contenuti distintivi, unicità della professione, pratica effettiva, esercizio di un certo grado di  monopolio, status e riconoscimento sociale”( M.Del Vecchio, 2011); elementi tutti che se presenti  permettono alla professione di posizionarsi adeguatamente nella realtà organizzativa dei sistemi sanitari e contare, avere cioè  autorità professionale.

 
Non capisco, pertanto, l’enfasi usata “dai linguaggi autorizzati” nel comunicare la notizia relativa al comma 566 della legge 190/2014 e nel sostenerla come innovativa e non vedo né  il portone aperto dalla nuova norma, né quello che c’è oltre il portone. Se sarà chiarito meglio il comma 566 della legge  citata  e capirò di sbagliarmi ne sarò contenta. Considerato come stanno le cose  oggi io penso che il posizionamento della professione infermieristica in sanità sia determinato non da una strategia chiara, intenzionale, premessa  per  un progetto strutturato professionale, ma da un processo di configurazione spontanea, legato solo alle opportunità che l’ambiente offre, non tanto alla professione quanto a chi oggi la rappresenta, che fa sembrare quella degli infermieri una professione che non ha idea di dove vuole andare a parare.
 
Nella relazione  introduttiva  al XVI Congresso Ipasvi nel 2012, la Presidente aveva detto che non rientrava nei nostri obiettivi e ambizioni togliere ruoli e funzioni ad altri, che volevamo invece approfondire ed innovare i ruoli e le funzioni che avevamo. Ed aveva anche aggiunto che le scelte dovevano derivare da un subitaneo e serrato dibattito che doveva svilupparsi dentro e fuori la professione e che quelle scelte dovevano essere accompagnate e sostenute da uno strutturato progetto professionale collettivo, attuato con l’impegno di tutti gli infermieri indipendentemente dalla funzione svolta e dallo specifico campo di operatività di ognuno. Tutto questo a distanza di quasi 3 anni  non è avvenuto; nessun progetto strutturato accompagna la norma “chiave di un portone”, nessuna condivisione collettiva, nessun subitaneo e serrato dibattito si è sviluppato dentro e fuori la professione. E pochi, realmente pochi, sanno in cosa ci specializzeremo e perché.
 
Io sento che stiamo vivendo una profonda crisi della professione e credo che a questo punto sia legittimo domandarsi il perché di questa incompiutezza, almeno dal punto di vista sostanziale.
 
A.D.Schon (Il professionista riflessivo,Italia, 1993) sosteneva che in momenti di crisi professionale  la competenza tecnico–scientifica non è più sufficiente a governare la complessità, è quindi necessario  che si affermi la figura del professionista riflessivo. Credo, quindi,  che sia giunto il momento di  costituire, tutti insieme, una “società riflessiva infermieristica”; una società che intervenga sempre più su se stessa  e dove la conoscenza – da intendersi in senso lato - sia allo stesso tempo il prodotto ed il mezzo di produzione di questo intervento riflessivo fra professionisti.
 
La riflessività dovrebbe diventare il nostro obiettivo, con prospettive ed approcci diversi, ma caratterizzati da  un unico orientamento comune: apprendere, trasformarsi, progettare, far saltare polarizzazioni e dicotomie, aporie e generalismi, superare la distanza fra macro e micro, superare l’opposizione fra struttura e agente, fra università e prassi, fra norma e prassi, fra chi sa perché è a contatto con l’informazione  e chi non sa. Occuparsi, insomma, direttamente di noi e non lasciare che altri si occupino di noi. La riflessione che  qui s’intende non è tanto l’azione meditata che non indaga su quanto appreso precedentemente e  che mettiamo in moto per identificare una relazione, per esprimere un giudizio, generalizzare,  quanto “un processo  con cui si valutano criticamente il contenuto, il processo o le premesse dei nostri sforzi finalizzati a interpretare una esperienza e a darvi significato (Mezirov, Apprendimento e trasformazione, Cortina, pag 106). Questo perché la complessità in cui oggi lavoriamo, con il malato e senza il malato,  ci mette a contatto con le incertezze, i dubbi, il rischio, il demansionamento, la post ausiliarità, il sottopagamento, elementi tutti  che portano conflitti e dilemmi, conseguenti a questa complessificazione, che possono essere affrontati soltanto se vengono lasciati emergere per farne oggetto  di riflessione. La riflessività infermieristica ci aiuterebbe ad incorporare nelle nostre azioni le informazioni relative alla nostra stessa società per  andare oltre  l’antagonismo e per  affermarci come attori-consumatori di conoscenza, una conoscenza sempre più incorporata nelle pratiche sociali infermieristiche.
 
Fra le tante cose richieste nella relazione di Silvestro al XVI congresso  c’era “la valorizzazione del paradigma assistenziale infermieristico”. Perché chiedere di valorizzare un paradigma? Perché non valorizzarlo con la comunità cui si appartiene? Forse perché per valorizzare un paradigma bisogna avere una prospettiva di significato da cambiare e proporre; creare  un  nuovo schema di significato, adeguato a trasformare la prospettiva di significato precedente; influenzare, nello specifico, il passaggio  dalla cultura della linearità a quella della complessità utilizzando cornici di presupposti diversi dai precedenti, convincimenti, valori, idee, atteggiamenti nuovi; lavorare seriamente ai margini del paradigma che si vuole valorizzare,forzare i limiti del  paradigma dominante.
 
Quale forzatura al paradigma dominante è l’aver fatto una scelta con pochi intimi e con un pensiero unico mai declinato in un progetto strutturato annunciato ma mai realizzato?
Che lavoro ai margini del vecchio paradigma è stato fatto se non si capisce neanche la scelta fatta.
A quel congresso Silvestro ipotizzò la scelta ”tecnica” (comma d, art. 2 del DM739/94) e se fosse così, che avanzamento avrebbe  fatto la professione? Come soddisferà i bisogni complessi dei cittadini? Come evolveranno le competenze degli infermieri che sceglieranno di non essere dei “paramedici”? Con questa scelta quali sono i confini di riferimento per la crescita di competenze degli infermieri? Gli atti semplici dei medici? E quali sono gli atti semplici dei medici?
 
Poi ipotizzò quella chiamata “classica” (comma b e c dell’art. 2 del DM 739/94) e che privilegerebbe la parte educativo-relazionale, demandando l’effettuazione dell’assistenza di media bassa complessità agli operatori socio-sanitari e mantenendo la supervisione e la responsabilità del processo; in questo caso quale rapporto dovrà esserci fra crescita professionale, ruoli di responsabilità sui processi operativi e assunzione di responsabilità manageriali? E qualora avessimo la responsabilità sull’ organizzazione dei processi operativi e quindi la supervisione sulla produzione come potremmo avere la responsabilità manageriale che come ben sappiamo è riconducibile ai risultati complessivi? E qualora i processi di riorganizzazione in  atto dovessero portare alla realizzazione di  modelli manageriali puri nei quali la responsabilità della gestione è svincolata da ogni riferimento professionale a quale comma e articolo del profilo professionale dovremmo riferirci per candidarci ed avere successo nelle nuove posizioni manageriali? Ed in ultimo come e quando ci confronteremo con i colleghi medici? In cabina di regia? E che cosa gli diremo?
 
Ringrazio il professor Cavicchi per aver posto delle domande che spontaneamente anche io mi ero posta e ringrazio altresì il professor Proia per la chiarezza e prontezza della risposta e per  la coerenza che lo caratterizza. Ringrazio anche i  presidenti di collegio, Firenze, Milano, Bari, che hanno dato voce al loro pensiero. Mi fa piacere che vi siano state risposte a domande poste.
 
Marcella Gostinelli
Infermiera
 
 
 
 
 
 

07 gennaio 2015
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