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Nuovo orario di lavoro e carenze di personale. Facciamo chiarezza

21 DIC - Gentile Direttore,
sui media di questi giorni sono comparsi articoli  relativi alla difficoltà che le aziende sanitarie incontrano nell’organizzazione dei servizi e nell’erogazione delle prestazioni ai pazienti in varie realtà regionali, prevalentemente appartenenti al centro-sud del nostro Paese.  Articoli ambigui e fuorvianti, da cui sembra quasi che il caos operativo  sia una novità dell’ultima ora, addebitabile all’entrata in vigore, dopo “soli” 22 anni,  della normativa europea sull’organizzazione del lavoro  che dispone, è bene sottolinearlo,  tutele minime in tema di riposo e di tempi di lavoro, e non diminuzione dell’orario di lavoro, dei Medici. E che confondono cause con effetti.
 
E’ importante rammentare,   per arrivare ad una giusta valutazione dei fatti,  che la normativa è stata emanata nel  lontano 1993 (Direttiva 104/CE) ed è stata recepita  in Italia dopo ben 10 anni con il D.Lgs. 66/2003. Per i Medici e i Dirigenti sanitari  dipendenti del SSN l’applicazione è stata sospesa nel 2008, prima dal Governo Prodi poi da quello Berlusconi, su richiesta delle Regioni,  in seguito alle pesanti multe comminate dalle Direzioni Territoriali del Lavoro per il mancato rispetto del diritto al riposo giornaliero e settimanale,  al  godimento delle ferie annuali,  nonché per il superamento  del tetto massimo del lavoro settimanale e dello straordinario annuale. E’ dovuta intervenire la Commissione Europea,  con la minaccia di sanzioni economiche,  per ripristinare  in Italia quelle condizioni minime in tema di organizzazione del lavoro presenti in altri paesi europei da decenni,  a tutela della sicurezza delle cure per i cittadini e dell’integrità psico-fisica degli operatori sanitari.

 
Dopo 22 anni, passati invano, molte Regioni si scoprono  impreparate e chiedono al Governo proroghe e deroghe sulla normativa ed in alcuni casi,  come la Basilicata,   si fanno esse stesse Stato, provvedendo direttamente con leggi regionali. Ultimo delirio del federalismo sanitario! Nessuno dice  che l’unica via per eventuali deroghe è quella contrattuale nazionale, come stabilito dalla legge italiana di riallineamento alla normativa europea (Legge 161/2014) e che la soluzione organizzativa più efficace, ed economica, è costituita da assunzioni, vere e non virtuali.
 
Ma per giudicare se questi  “strazianti lai” sono giustificati, guardiamo quello che è successo nelle aziende sanitarie in tema di organizzazione del lavoro  dal 2008 ad oggi.  
I tagli dei finanziamenti statali,  legati al peggioramento delle condizioni  economiche del paese, sono stati trasferiti dalle Regioni prevalentemente sul settore sanità, coinvolgendo gli ospedali sia in termini di riduzione dei posti letto (- 70.000 negli ultimi 10 anni),  sia in termini di dotazioni organiche  (- 24.000 addetti  tra medici ed infermieri, tra il 2009 ed il  2013 ) con risparmi valutabili in miliardi di Euro.
 
L’ obbligo di applicare la normativa europea, non certo un fulmine a ciel sereno, sta facendo emergere quella verità che da tempo, inascoltati, andiamo denunciando.  Cioè,   che in tutti questi anni di tagli lineari, di blocco del turn over per i piani di rientro, di pensionamenti e gravidanze non sostituite,  dideregulation selvaggia dei modelli organizzativi e dell’orario di lavoro, di svilimento dei contenuti professionali attraverso il taglio delle strutture operative e la precarizzazione violenta del lavoro medico e infermieristico, il SSN è stato tenuto in piedi grazie allo spirito di  sacrificio e al senso di responsabilità dei suoi operatori, che si sono fatti carico di condizioni di  lavoro penose, gravose e rischiose  effettuando  una quantità  impressionante di ore di lavoro eccedenti il dovuto, valutabili in circa 10 milioni ogni anno per i soli medici ospedalieri.  Ore che mai verranno  retribuite o recuperate. Se diciamo che ogni medico lavora tuttora, mediamente, per  14 mesi all’anno non andiamo lontano dalla verità. 
 
Nello stesso tempo, molti “esperti” del settore  e decisori politici hanno parlato, spesso a sproposito,  di fantastiliardi  sprecati in medicina difensiva e  in inappropriatezza  prescrittiva nei processi diagnostici e terapeutici. Nessuno ha mai acceso un faro sugli enormi risparmi che le Regioni hanno ottenuto favorendo e sfruttando  l’inappropriatezza  organizzativa, i contratti atipici, il lavoro in deroga alle leggi. Ora, grazie all’Europa,  il re è nudo, le deroghe sono  saltate perché illegittime, la coperta dell’orario di lavoro non è più elastica ad libitum delle aziende che hanno creato le premesse per ridurre ancora di più le prestazioni  per i cittadini.
 
Le Regioni  hanno difficoltà nell’organizzazione dei servizi perché nulla hanno fatto in questi 8 anni per avvicinare la sanità alle condizioni di lavoro europee. Anzi, sono andate dalla parte opposta concentrando i tagli sulla spesa sanitaria, così che il perimetro pubblico delle tutele si è progressivamente  ristretto anche per i cittadini. La limitazione dell’accesso alle cure è cresciuta  e le liste d’attesa si misurano, in non poche realtà,   in semestri se non anni. Le diseguaglianze aumentano non solo tra regioni ma anche tra cittadini e famiglie  in base al reddito e la salute è un diritto oramai declinato secondo il censo e il codice di avviamento postale.
 
Siamo al “si curi chi può”, come dimostra,  da un lato,  la percentuale molto alta  di italiani che ogni anno  sono costretti a rinunciare alle cure  per motivi economici o per carenze delle strutture di offerta  (il 9,4% della popolazione secondo dati Istat  2015, circa 6 milioni di italiani), dall’altro l’importante incremento della cosiddetta spesa sanitaria out of pocket che ha raggiunto i 33 miliardi di € nel 2014 (Censis) , dato assolutamente anomalo nel panorama europeo, assestandosi nei paesi a noi comparabili tra gli 8 e i 15 miliardi di Euro.  Una recente ricerca del Censis  conferma che  circa il 41% delle famiglie italiane ha avuto almeno un componente costretto a rinunciare alle cure  a causa delle lunghe liste di attesa nella sanità pubblica e dei costi proibitivi in quella privata.
 
Le conseguenze sulla morbilità e sulla mortalità di queste scelte cominciano a manifestarsi negli studi epidemiologici. Nel Sud  l’aspettativa di vita in buona salute è di 55,4 anni contro i 60 del Nord Italia.  Inoltre la mortalità assoluta nei primi 7 mesi dell’anno  2015 è aumentata dell’11% ,rispetto a quella del 2014,  con un incremento su base annua  proiettabile a 66.000 decessi  (Istat 2015). Bisogna risalire agli anni della prima e della seconda guerra mondiale per trovare un aumento così significativo della mortalità, solo in minima parte, al massimo 16.000  decessi in più,  giustificabile dal  processo di invecchiamento.  E  i rimanenti 50.000? Il razionamento ed i tagli del sistema socio-sanitario, con un indebolimento del welfare, unito alla crisi economica con un incremento della numerosità dei ceti sociali più fragili, possono costituire gli elementi alla base di  un peggioramento dello stato di salute ed un incremento della mortalità nella popolazione generale, come è già successo in Grecia. Il dramma sociale e sanitario della Grecia si sta quindi manifestando anche in Italia?
 
E’ una domanda che abbiamo  già posto, senza risposte, nell’estate del 2012  temendo  l'impatto della crisi economica sulla salute e le prestazioni del sistema sanitario. Ovviamente è  diversa la struttura economica e sociale dei due paesi. Ma quando alla caduta importante , e di lunga durata, delle capacità economiche dei cittadini si affianca un attacco al sistema di welfare e al sistema sanitario in particolare, lo scenario che si apre rischia di avvitarsi verso il dramma, perché viene a mancare quel ruolo di collante e di “ammortizzatore” sociale che da sempre svolge il SSN.
 
La applicazione delle tutele sui riposi e sui tempi massimi di lavoro ha il merito di aver portato alla luce una delle tante conseguenze della deriva economicistica delle aziende sanitarie italianee  il totale fallimento del processo di aziendalizzazione,  una governance   ormai votata al puro controllo dei costi, che considera i Medici e la Dirigenza sanitaria come anonimi fattori produttivi  da saldare al massimo ribasso.  E che, paradossalmente, adesso è diventata un costo essa stessa, tagliata dalla corsa ai gigantismi organizzativi, ultima via di fuga partorita da Regioni in cerca di  salvezza per se stesse.
 
E’ il Governo che a questo punto deve intervenire per  ri-definire  una idea di sanità pubblica in cui collocare nuove risorse umane, con certezza di finanziamento,  non solo per rispondere a quello che ci chiede l’Europa, ma soprattutto per salvaguardare  il diritto alla salute dei cittadini, l’unico che la Costituzione definisce fondamentale.
 
Carlo Palermo
Vice segretario nazionale vicario Anaao Assomed

21 dicembre 2015
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