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L’infermiere libero professionista è in concorrenza con il dipendente

16 MAR - Gentile direttore,
qualche tempo fa navigando su internet mi sono imbattuto in un articolo scritto dal collega Giuseppe Papagni sul sito nurse time che, scandalizzato dagli esiti di alcune aste al ribasso per servizi domiciliari banditi dall'Asl di Bari, poneva di conseguenza questa domanda: “Quanto vale un’ora di lavoro di un infermiere nella struttura pubblica?”
 
Sono rimasto colpito prima di tutto dagli esiti dei bandi che il collega portava all'attenzione dei lettori perché in tali bandi la retribuzione economica dell'infermiere era esageratamente bassa, ma soprattutto che ancora come categoria non sappiamo dare un valore economico al nostro lavoro.
 
Per questo motivo ho cercato di rispondere a tale domanda.
 
Per questo quesito non si può attingere a letteratura scientifica internazionale perché le realtà di ogni paese in ambito sanitario e fiscale sono molto diverse fra loro, quindi il primo documento utile è il vecchio tariffario approvato dalla federazione IPASVI il 3 marzo 2002 e abolito, successivamente, dalla legge nr. 248 del 04.08.2006 noto come decreto Bersani, il quale indicava come compenso minimo orario per l'assistenza diretta Euro 23,20 e massimo Euro 34,8.

 
Ma come si diceva il tariffario è stato abrogato e ogni singolo professionista è lasciato libero di contrattare col proprio committente il corrispettivo economico. Premesso che in un libero mercato il prezzo di una prestazione è dato da innumerevoli fattori, primo fra tutti la legge della domanda e dell'offerta. Il problema però è che il singolo professionista non ha “potere contrattuale” con committenti molto più “forti” di loro e alla fine si riduce tutto in un “accetti o lasci” poiché non c’è una vera contrattazione ma il committente forte della sua posizione “predominante” stabilisce in modo autonomo, a sua vantaggio, il prezzo della prestazione.
 
Detto questo quindi ho cercato di capire quanto valutano il lavoro del libero professionista le aziende pubbliche nei vari bandi di affidamento dei servizi infermieristici. Davanti a questo enorme lavoro mi è venuto in aiuto l'agenzia delle entrate che nel 2015 ha rinnovato gli studi di settore basati sulle dichiarazioni dei redditi del 2013.
 
Un focus particolare l’Agenzia delle Entrate lo fa sugli infermieri che, pur essendo liberi professionisti, dipendono in qualche modo per la maggior parte del loro reddito da enti o strutture come cliniche private o cooperative tramite lo studio di settore UK19U. Qui ci sarebbe da chiedersi che senso ha essere liberi professionisti se poi hai un solo datore di lavoro come un dipendente...
 
Successivamente a tale studio di settore (dicembre 2015)  la federazione ha fatto presente all’Agenzia delle Entrate che si è registrato un aumento delle posizioni non congrue e per il quale sarebbe previsto un aumento ingiustificato della soglia dei compensi, sia a causa della contingenza generale, sia per l’andamento della professione che ha registrato invece una flessione di redditività già nel 2013-2014, aggravata nel 2014-2015 (dal sito della federazione IPASVI).
 
La Federazione ha spiegato infatti all’Agenzia delle Entrate che per le rilevazioni effettuate sull’anno d’imposta 2013, alla base della costruzione del prototipo di studio di settore, si considera come valore medio della resa oraria del professionista 26,68 euro, importo già sopravvalutato rispetto al 2013 e che a settembre 2015 non era più assolutamente significativo La prova della non rispondenza della resa oraria stimata è fornita dalle gare di appalto dei servizi infermieristici dove già soltanto la base d'asta è più bassa di 26,68 euro e il valore di aggiudicazione non raggiunge quasi mai il valore di E 20,00 per ora”.
 
Tale dato è confermato dalle mie rilevazioni delle ultime 6 gare di appalto bandite da aziende sanitarie pubbliche (2 per ogni macro area nord centro sud) il prezzo massimo è stato di 21E il minimo di 12E con un media di 16E confermando una marcata differenza fra nord e sud come fatto notare da Gennaro Rocco.
 
Di conseguenza l'infermiere libero professionista è economicamente in concorrenza con l'infermiere dipendente che se ha uno stipendio netto di 1500 euro costa all’amministrazione 24 euro/ora. Per le amministrazioni, quindi, i liberi professionisti oltre ad essere più vantaggiosi economicamente sono anche più “gestibili” per la loro estrema flessibilità data dalla tipologia del rapporto lavorativo.
 
Consideriamo che un libero professionista oltre ad dover provvedere a sostenere tutti i costi diretti e indiretti della propria società nella propria “parcella”  5% IVA allo stato (se si rientra nel regime dei minimi) 15-20% all’ente previdenziale 15-20% anticipo per le tasse dell’anno precedente deve anche considerare il rischio di impresa.
 
Inoltre c’è da considerare che il libero professionista ha dei costi fissi (600-800E commercialista, 600-800E assicurazione infortuni e rischio professionale ecc) che si ammortizzano solo con un giro di affari sufficientemente sostenuto altrimenti andranno ad incidere ulteriormente sul margine d’impresa già gravemente basso.
 
Condivido le affermazioni di Franco Ognibene che afferma la necessità di un coordinamento nazionale della federazione che oltre a rilevare il calo di redditività della professione dovrebbe intraprendere azioni correttive, ci sono collegi che non espongono un tariffario, altri che hanno quello del 2002, altri che propongono tariffe massime e altri tariffe minime.
 
Serve una tariffa minima condivisa, è importante per il libero professionista sapere che se accetta lavori a meno di 24 euro/ora è in concorrenza al ribasso con l'infermiere dipendente.
Serve un associazione che coordini i liberi professionisti con p.iva verso le altre forme come gli studi associati e le coop.
 
Gabriele Ballerini
Infermiere, Consigliere IPASVI Firenze

16 marzo 2016
© Riproduzione riservata


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