Un medico nella giungla, felicemente accasato

Un medico nella giungla, felicemente accasato

Un medico nella giungla, felicemente accasato

Gentile Direttore,
mi dispiace che una persona del rango del professor Cavicchi abbia dovuto spendere del tempo prezioso per leggere le facezie che mi diletto a scrivere dalla giungla, dove ancora mi nascondo credendo che la guerra non sia ancora finita.
 
Le confesso che i Suoi minestroni di parole non li leggo più da tempo (a spanne potrei dire da cinque anni)  perché non vi ho mai trovato nulla di interessante e perché la Sua scrittura, senza ricorrere a definizioni rubate dalla psicopatologia generale di Karl Jaspers, è talmente retorica da suonare falsa come una moneta di latta.
 
Sono anche contento che il professor Cavicchi, oltre a svolgere a tempo piano la funzione di  avvocato del presidente Anelli e di tutta la FNOMCEO, non abbia ancora intrapreso quella di giudice. Nel qual caso per me non ci sarebbero solo contumelie,  ma carcere a vita o fucilazione alle spalle, come si conviene a chi non ha ancora deposto le armi, non riconoscendosi nelle politiche della federazioni degli ordini  di cui Cavicchi oggi si sente, senza averne titolo che possa valere per me, l’alfiere.
 
Non seguirò il professore sulla strada delle offese perché, per citare, anzi scimmiottare, Deridda, gli scritti non appartengono a nessuno. Essi sono semplicemente il prodotto  della costruzione e decostruzione di pensieri e frasi dei tanti che ci hanno preceduto e  quindi, inevitabilmente e miracolosamente, si sovrappongono e si  ripetono senza fine e senza principio. Per questo non pretendo l’originalità e la profondità di argomentare che Cavicchi, sbagliando, ritiene di possedere e di cui, dunque, si fa inutile vanto
 
Noto anche che il professore ha la capacità di annotare ogni cosa che in un certo senso possano  riguardare la Sua sacra persona. Un omissione di citazione di qualche Suo enunciato (difficile ricordarli tutti  tanto è ricca la Sua produzione),  è in questo caso peggiore di un delitto. Nulla sfugge alla Sua memoria  di fine catalogatore delle cose altrui.
 
E questo mi richiama alla mente quando tempo fa, nell’età dell’oro in cui godevo della Sua apertamente dichiarata stima,  mi disse riguardo al film “La vita degli altri”, che Egli aveva visto  e particolarmente apprezzato.
 
Riconosco nel Suo articolo  minuziosamente documentato lo stesso stile dell’annotatore meticoloso di ogni sfumatura che potesse mettere in discussione la sicurezza dello Stato che oggi mi sembra di capire è sussunta nella sua straordinaria figura di sovrano.
 
Mi consenta infine una nota personale. Il professor Cavicchi scambia per soldatino nascosto nella giungla una persona semplicemente libera che scrive quello che pensa senza prendere in considerazioni  convenienze o  incarichi che potrebbe ottenere dicendo una cosa piuttosto che un'altra.
 
Ricordo anche che il sottoscritto, a differenza del professore, svolge come unica attività quella di medico e ha pieno titolo a esprimere delle proprie opinioni in un campo che a Cavicchi non appartiene  nonostante che  tra i Suoi numerosi titoli e diplomi possa vantare  anche  una laura honoris causa in medicina. Un riconoscimento sicuramente importante ma che non gli dà titolo alcuno nel rapporto oggettuale e fattuale con  quell’esigente  che ora  chiama, nel modo di Anassimandro, l’archè
 
Ed per questo che la nuova tavola della legge che si appresta a donare, al mondo medico in trepida attesa, con il concorso marginale della FNOMCEO affabulata dai commi che la Sua fervida immaginazione produrrà, farà la stessa fine degli altri Suoi scritti.
 
Non perderò tempo a leggerli o commentarli perché tremendamente noiosi. Ricordo soltanto che per me vale la legge morale che Kant ebbe modo di esprimere in poche righe: considera sempre gli altri come un fine e mai come un mezzo.
 
A questa legge mi attengo da quando ho intrapreso la mia attività di medico  e  questi semplici principi continuerò ad onorare tornando, solo dopo aver lavorato da medico per dieci ore al giorno,  nella giungla in cui mi sento felicemente accasato.
 
Roberto Polillo

12 Luglio 2018

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