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Coronavirus. Dobbiamo identificare tutti i sanitari infetti

27 MAR - Gentile Direttore
come medico vorrei sottoporre ai lettori alcune riflessioni finalizzate a raccogliere contributi utili per il futuro immediato. Il contagio da COVID-19 sta colpendo il Paese causando un numero rilevante di contagi, di ricoveri e di decessi tra i pazienti ricoverati in ospedali ormai dedicati, in alcuni casi simili a lazzaretti. Si rende necessaria ed improcrastinabile una attenta riflessione sulle condizioni di lavoro dei medici e del personale sanitario costretti, fin dall’inizio dell’epidemia, a lavorare senza i necessari dispositivi, necessari per garantire la loro incolumità ed anche l’incolumità dei pazienti con cui entravano in contatto.
 
La pandemia ci ha colto di sorpresa. L’Italia non è certamente adusa alla gestione delle emergenze, ma, da parte delle strutture deputate ad analizzare gli scenari di crisi sanitarie mondiali, è stata sottovalutata la possibilità di trasmissione del contagio da Coronavirus attraverso il traffico internazionale di passeggeri in arrivo dalla Cina.
 
La gestione del rischio in sanità, peraltro auspicata e prevista dalla legge 24/17, è affidata a strutture create per prevedere gli eventi avversi in ambito sanitario e a realizzare gli interventi adeguati che, in questo caso, possono essere raccolti in procedure adatte a mettere in sicurezza sia i pazienti che gli operatori.

 
Purtroppo la reale carenza di adeguati dispositivi utili a prevenire il rischio di contagio ha portato i medici ed il personale sanitario a combattere una battaglia “a mani nude”, provocando una loro rilevante contaminazione che, per l’esistenza di portatori senza sintomi, non ha permesso, in fase iniziale, una valutazione reale del problema e delle sue possibili conseguenze.
 
Tuttavia, ora che i cittadini sono per la gran parte confinati nelle loro abitazioni, dobbiamo constatare che la fonte di contagio principale è all’interno degli ospedali dove i cittadini stessi stanno evitando, per quanto possibile, di recarsi con una riduzione degli accessi ai Pronti Soccorsi, erroneamente interpretata come un segno del controllo della epidemia nel territorio.
 
La carenza di dispositivi per la protezione dei medici e del personale sanitario non può essere più giustificata! Non è più ammissibile non prestare attenzione al controllo delle sedi in cui vi è la maggior potenzialità di diffusione della malattia, ovvero degli ospedali. Il fatto che il personale sanitario asintomatico possa trasmettere l’infezione è ormai accertato. I cittadini, costretti a stare in casa, possono contribuire a non diffondere l’infezione ma i medici ed il personale sanitario in prima linea, anche se asintomatici, possono essere una fonte di infezione formidabile.
 
Per questo motivo, ora non è più procrastinabile l’identificazione di tutti i sanitari infetti sia per la loro sicurezza che per la sicurezza dei cittadini.
La proposta di una indagine a tappeto su medici e sul restante personale sanitario per il COVID-19 dev’essere programmata in via prioritaria per la necessaria messa in sicurezza del personale al fine di garantirne l’incolumità e per ridurre il rischio di contagio “nosocomiale”, ma anche per la definizione scientifica delle problematiche legate alla diagnostica del COVID-19 e dell’evoluzione della immunità a livello di popolazione.
 
Al fine di ottenere dati statisticamente e clinicamente validi e verificare la fattibilità del progetto è possibile identificare inizialmente una popolazione rappresentativa, costituita da un vasto campione controllato di medici e personale sanitario sul quale effettuare sia la ricerca con tampone sia con metodica sierologica.
 
Di fatto, non abbiamo ancora dati oggettivi sui tempi di sviluppo delle IgM, delle IgG, della loro durata, delle caratteristiche della attività anticorpale neutralizzante da correlare con i dati ottenuti dal tampone: la ricerca del virus mediante tampone e conseguente RT-PCR è il metodo certo, ma non riflette l’infettività del soggetto e la sola ricerca degli anticorpi è utile ma non dà una risposta chiara sull’approccio clinico da seguire.
 
È giunto il momento di agire e di coordinare il contributo delle migliori realtà di ricerca scientifica in questo campo.
 
Franco Vimercati
Presidente FISM

   


27 marzo 2020
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