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L’Aquila a tre anni dal terremoto/3. Medici di famiglia: "Depressione aumentata del 70%"

E il dato è forse addirittura sottostimato. In generale resta poi il disagio per i pazienti nel raggiungere gli studi medici. E per i medici è difficile fare visite a domicilio. Ma il Piano di rientro dal disavanzo sanitario ha impedito il riconoscimento di “area disagiata”

06 APR - A distanza di tre anni dal terremoto, circa la metà della popolazione de L’Aquila è ancora “assistita”, non è riuscita cioè a tornare nella propria casa e vive e nelle C.a.s.e., ovvero i “Complessi antisismici sostenibili ecocompatibili” costruiti a formare le 19 new town che hanno ridisegnato il panorama della città, o nei Map, i “moduli abitativi provvisori”, le case prefabbricate di legno costruite in fretta quando si è verificato che le prime non bastavano.
Una situazione che crea non pochi disagi nel lavoro dei medici di famiglia, che fondano il loro servizio proprio sulla prossimità territoriale tra pazienti e studi medici.
 
“Questa diaspora dei nostri assistiti – spiega Giancarlo Rossetti, segretario regionale Abruzzo della Fimmg - rende difficile per loro raggiungere gli ambulatori e difficile per noi fare le visite domiciliari. E resta anche la difficoltà nel trovare locali per aprire nuovi studi medici”.
Proprio per questo i medici de L’Aquila avevano chiesto il riconoscimento di “area disagiata”, che gli avrebbe consentito almeno di coprire in parte le aumentate spese per gli spostamenti e per gli affitti degli studi, raddoppiati dopo il terremoto. Ma mentre le forze dell’ordine sono riuscite ad ottenere questo riconoscimento nel 2010, completo di retroattività, i medici di famiglia non hanno trovato risposta da parte della Regione, alle prese con un difficile Piano di rientro.


A compensare un po’ i disagi, c’è il fatto che i medici di famiglia erano organizzati già prima del terremoto in aggregazione, con 5 Nuclei di Cure Primarie: due sono in prossimità del centro storico, due sono ancora nei container del presidio di Collemaggio e uno è attivo presso l’ospedale di Coppito. Tutti questi ambulatori garantiscono un’apertura H12, offrendo così un punto di riferimento ai bisogni della popolazione. I medici di famiglia coprono l’orario attraverso i turni, mantenendo poi anche i propri studi individuali dislocati un po’ in tutto il territorio. “Sotto il profilo organizzativo – ci dice Vito Albano, vicesegretario Fimmg de L’Aquila – abbiamo mantenuto tutto quello che avevamo prima, salvaguardando anche l’occupazione del personale infermieristico e di studio, in modo di non gravare ulteriormente sulle difficoltà della città”.

Secondo i dati ufficiali il temuto esodo delle persone verso altre città non c’è stato. Gli iscritti presso i medici di medicina generale sono infatti calati solo del 5-6%, anche se molte persone giovani in realtà sono andate a vivere altrove, pur senza cambiare medico.
Sotto il profilo sanitario, l’elemento più rilevante è l’aumento di disturbi psichiatrici. Secondo i dati forniti da Massimo Casacchia, psichiatra docente dell'Università dell'Aquila, la sindrome da stress post traumatico ha fatto crescere del 70% i casi di depressione grave. Ma secondo Vito Albano i disturbi lievi sono cresciuti ancora di più, almeno dell’80%, e per gli anziani questi disturbi spesso sono stati fatali: “Dopo il terremoto c’è stato un netto aumento della mortalità tra gli anziani. Non abbiamo dati precisi, ma lo abbiamo notato tutti”.

Il ritorno alla normalità sembra ancora molto lontano: almeno tre anni per ricostruire le case E, quelle più fortemente danneggiate, e almeno quindici per il centro storico. “Oltre a tutto il resto, il problema è la mancanza di socialità, ci mancano le strade del centro dove passeggiare dopo il lavoro” spiega il dottor Albano, confessando con un po’ di ritrosia che in tanti, nei giorni di festa, vanno respirare un po’ di normalità nelle città vicine.
 
Eva Antoniotti
  
 

06 aprile 2012
© Riproduzione riservata


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