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Hiv/Aids. Ma prima o poi arriverà la cura “definitiva” in grado di eradicare il virus?

Avremo ancora nuovi farmaci o la ricerca su questo fronte si sta arenando, complice inconsapevole anche la cronicizzazione della malattia? Ne abbiamo parlato con Andrea Antinori, Direttore Sanitario dell'istituto. Lazzaro Spallanzani e presidente della X edizione del Congresso annuale Icar (Italian Conference on AIDS and Antiviral Research) che si è concluso ieri a Roma: "Alcuni progetti esistono ma i risultati sono ancora molto preliminari”

25 MAG - Da infezione letale per la quale si moriva nel giro di un anno, a malattia cronica, il cui rischio di trasmissione può diventare quasi nullo e permettere anche, in determinate situazioni, di procreare: la ricerca contro il virus dell'Hiv ha fatto passi da gigante negli ultimi 30 anni, da quando i primi casi sono arrivati in Italia.
 
E di Hiv e Aids se ne è parlato tanto, tantissimo negli anni '80, quando eroina, sesso non protetto e Aids erano diventati un'associazione quasi indissolubile.
 
E si è cominciato a parlarne sempre meno, mano a mano che la ricerca scientifica progrediva, il numero di nuovi contagi in Italia scendeva dai 18 mila casi annui a 3500 e dal concetto di letalità si passava a quello di cronicità, mentre le scene di film di denuncia come “Philadelphia” sbiadivano finendo nel dimenticatoio.
 
Tuttavia, ancora oggi, l'Hiv c'è eccome. E' più che mai presente nella popolazione, è di fatto endemico in Italia e conta, appunto, dai 3 ai 4 mila nuovi casi di contagio all'anno. Qualcosa, a parte la “dimensione” del problema, è comunque cambiato: l'assunzione di droghe per via endovenosa con uso promiscuo delle siringhe non è più la causa principale di trasmissione dell'infezione, ma il sesso non protetto sì. Rimane uno dei principali fattori di rischio.

 
Di fatto, a cambiare veramente, è stata la percezione del pericolo, tanto è vero che in Italia si stima che almeno un malato di Hiv su 10 non sappia di esserlo: considerando che nel nostro Paese quasi 130 mila persone vivono con Hiv, ne consegue che, di questi, circa 13-15 mila non avrebbero la minima idea di aver contratto il virus. Inoltre, tra chi viene diagnosticato, quasi uno su 2 (40%) non è consapevole di essersi esposta all'Hiv. Questi alcuni dei dati e dei temi presentati in occasione del Congresso annuale Icar (Italian Conference on AIDS and Antiviral Research), a Roma.
 
Centrale il tema delle nuove terapie in grado anche di rendere il paziente “non infettivo”, ma di eradicazione si parla ancora? Avremo ancora nuovi farmaci? “La ricerca è più che mai attiva”, afferma Andrea Antinori, Direttore Sanitario I.N.M.I. Lazzaro Spallanzani, Roma e presidente della X edizione del Congresso annuale di Icar.
 
“Oggi abbiamo ottenuto un controllo stabile, cronico, a lungo termine dell'infezione, il passaggio successivo è quello di eradicare la malattia o ottenere quella che si chiama 'cura funzionale', dove è possibile sospendere la terapia e il paziente, a quel punto, controlla spontaneamente l'infezione”.
 
Attualmente, infatti, se viene sospesa la terapia in un soggetto che è in trattamento anche da 15 anni con viremia soppressa, dopo alcune settimane il virus torna a replicarsi e l'immunità ricomincia a scendere: “Questo è il grande problema che ci costringe a somministrare vita natural durante i farmaci”, afferma l'esperto.
 
“I progetti di cura ci sono, non sono ovviamente esclusivamente basati su terapia antiretrovirale perché per poter realizzare obiettivi di quel tipo servono situazioni terapeutiche molto più complesse – spiega Antinori - Il vero problema è il virus di deposito. Esiste, infatti, una quota di virus circolante che in terapia non replica o replica a bassissimo livello, ma il problema è la quota di virus che è latente nelle cellule di deposito, prevalentemente linfociti, e non è raggiungibile dagli antiretrovirali perché gli antiretrovirali colpiscono il virus quando il virus si replica”.
 
Alcuni di questi approcci pionieristici di eradicazione mirano a riattivare il virus di deposito per poterlo far emergere dai serbatoi naturali e in modo da poterlo aggredire con gli antiretrovirali, ma “i risultati sono ancora molto preliminari, siamo ancora un po' lontani da questa soluzione, sono ancora studi Proof of Concept, non registrativi”.
 
Tra le varie strategie in ballo “alcune possono utilizzare vaccini nel senso di vaccino-terapia, non di profilassi, altre utilizzano altri farmaci che intervengono sulle fasi di latenza. Non è chiaro quale sia la strategia ottimale. Per ora sappiamo che c'è stato un solo paziente al mondo, il famoso Timothy Ray Brown, in cui la cura funzionale sia stata casualmente possibile, ma ovviamente questo è un obiettivo che la scienza si pone per tutti quelli che hanno l'infezione”.
 
Attilia Burke

25 maggio 2018
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