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Tumore al collo dell’utero. Per la prevenzione meglio il test per l’Hpv del Pap test

A dirlo un documento italiano, il Rapporto di Health Technology Assessment del Ministero della Salute, che potrebbe essere tra i primi a puntare a un cambiamento radicale nella prevenzione del tumore, che colpisce ogni anno 3500 donne solo in Italia. Ma perché la metamorfosi avvenga, c’è bisogno dell’impegno dei professionisti.

30 NOV - Il test per la ricerca del DNA del Papillomavirus (Test HPV DNA) potrebbe presto sostituire il Pap test come primo esame di screening per la prevenzione del tumore del collo dell’utero. Tra i pionieri di questo importante  cambiamento c’è proprio l’Italia: dall’ultimo rapporto italiano di Health Technology Assessment (HTA Report), un documento indipendente finanziato dal Ministero della Salute e recentemente pubblicato sulla rivista scientifica “Epidemiologia e Prevenzione”, emergerebbe infatti punta proprio a questa “rivoluzione” nello screening per il carcinoma alla cervice.
                                        
Secondo le raccomandazioni del Rapporto, le evidenze scientifiche dimostrano che lo screening basato sul test HPV DNA è più efficace rispetto al tradizionale screening citologico (Pap test), oltre che rispondente a caratteristiche quali sicurezza clinica, economicità e appropriatezza. Per arrivare alla questa conclusione il lavoro ha visto il contributo di numerosi esperti italiani, che hanno valutato tutti i risvolti di efficacia e fattibilità legati all’introduzione del test HPV DNA come primo test di screening per il tumore del collo dell’utero, che nel nostro Paese colpisce ogni anno circa 3.500 donne. 

“Si rende necessario quindi definire protocolli appropriati per favorire il passaggio a questo strumento di prevenzione che vedrebbe il Pap test come esame di secondo livello, nelle donne HPV-positive”, fanno sapere gli esperti che hanno lavorato al Rapporto, coordinati da Guglielmo Ronco, dell’Unità di Epidemiologia dei Tumori Centro per la Prevenzione Oncologica di Torino.
 
Il test HPV si effettua con un prelievo simile al Pap test, facile e indolore. Il materiale prelevato viene utilizzato per la ricerca del DNA del Papillomavirus ad alto rischio mediante un test di laboratorio, basato su tecnologie molecolari. Fra le metodiche più utilizzate vi è il test HPV HC2, utilizzato in numerosi studi scientifici italiani e internazionali e nella maggior parte degli studi sui quali si basa il rapporto di HTA. “Mentre il Pap test consiste in un’analisi al microscopio per individuare le alterazioni presenti sul collo dell’utero, il test HPV è un’analisi molecolare per rilevare la presenza del Papillomavirus”, ha spiegato Massimo Confortini, Direttore del Laboratorio di Citologia Analitica e Biomolecolare e Citopatologia ISPO, tra gli autori del Rapporto. “Le raccomandazioni del Rapporto sottolineano l’importanza di definire protocolli di screening appropriati per favorire l’introduzione di questo nuovo strumento di prevenzione. L’avvio dello screening basato sul test HPV DNA dovrebbe avvenire non prima dei 30-35 anni, con un intervallo di almeno 5 anni dopo un test HPV con risultato negativo. Molto importante è l’utilizzo di test validati e la definizione di sistemi di triage per le donne positive al test HPV DNA, dove a oggi l’esecuzione del Pap test è il metodo più raccomandabile”.
 
La positività al test HPV non significa che la donna è malata, ma è soltanto un indice di maggior rischio di patologia che richiede successivi approfondimenti. “La comunicazione alle donne dell’esito del test HPV di screening rappresenta un elemento totalmente innovativo e di grande rilevanza”, ha commentato Mario Sideri, Unità di Ginecologia Preventiva, Istituto Europeo di Oncologia (IEO) di Milano, anche lui tra gli autori del Rapporto. “Mentre in genere negli screening oncologici il test è diretto a distinguere sani e malati, il test HPV sia esso negativo o positivo individua comunque una popolazione sana, ma con un livello di rischio differente. A un test HPV positivo non segue infatti alcun esame di approfondimento invasivo ma solo la lettura del  tradizionale Pap test eseguito all’atto del test virale; nel caso di negatività invece, presente in più del 90% dei casi,  il Pap test non è più necessario e il controllo successivo si sposta a 5 anni”.
 
Il cambiamento però richiederà un grande impegno da parte di tutti i professionisti. “Si tratta di una novità concettuale richiede la massima collaborazione da parte di tutti gli operatori sanitari coinvolti nel programma di screening, perché cambia notevolmente il paradigma seguito finora”, ha concluso Sideri. “Il test HPV, dato il suo alto valore predittivo negativo (la capacità di individuare le donne sane), permette di incrementare notevolmente gli intervalli tra uno screening e il successivo, all’insegna del motto ‘meno è meglio’. Abbiamo a disposizione un’altra importante arma contro questo tumore, in perfetta sintonia con la vaccinazione preventiva anti HPV; per sfruttare al meglio le nuove conoscenze sarà importante uno sforzo comune, a partire dall’impegno per la formazione di tutti gli operatori sanitari coinvolti”.

30 novembre 2012
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