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Se il medico di famiglia si "associa". Dimezzato il ricorso al Pronto soccorso e alla Guardia medica. E le visite dal privato crollano del 75%

I dati di un'indagine della Fondazione Istud che ha misurato l’impatto sui cittadini della riorganizzazione territoriale attraverso l’associazionismo dei medici di famiglia. Anche i medici coinvolti sono soddisfatti di lavorare in equipe: "Si risparmia, c'è più organizzazione e più supporto logistico". Record di associazionismo in Emilia Romagna. In coda la Campania. IL RAPPORTO

17 GEN - Comprendere e misurare l’impatto della riorganizzazione della medicina territoriale attraverso la creazione e il potenziamento dei nuclei di medici di medicina generale associati in gruppo o in rete, formula organizzativa che supera l’isolazionismo secolare dei medici di famiglia – ciascuno nel proprio studio – è stato il cuore dell’Osservatorio delle Cure Primarie nel 2013. Lo studio, svolto tra gennaio e dicembre  2013, è stato realizzato da Fondazione ISTUD mediante una ricerca degli atti ufficiali su tutte le Regioni Italiane e una ricerca sul campo in dieci di queste - Campania, Emilia Romagna, Lazio, Lombardia, Marche, Piemonte, Puglia, Sicilia, Toscana, Veneto -  interviste a decisori di politica sanitaria  (Assessorati, Direzioni Generali, Funzionari) e la raccolta via web del punto di vista su aspetti qualitativi, organizzativi e economici dei cittadini e dei professionisti sanitari che operano sul territorio.
 
L’Osservatorio è stato patrocinato da Cittadinanzattiva, FIMMG (Federazione Italiana Medici di Medicina Generale),  CARD (Confederazione Associazioni Regionali di Distretto),  e Federsanità ANCI (Associazione Nazionale Comuni Italiani). La ricerca è stata resa possibile grazie al contributo non condizionato di  Accenture, Assobiomedica, Assogastecnici, Esaote, Fater, Linde, Medicair, Medigas, Siad, Novartis, Sapio Life,  Tbs, Tesan, Vivisol, Vitalaire - Medicasa.

 
Le principali evidenze emerse: la voce dei cittadini
Sono 398 i cittadini che hanno aderito allo studio provenienti da tutta Italia: l’83% in una fascia d’età compresa tra i 25 e i 64 anni e il 10% over 64 anni. Il 43% dei rispondenti ha indicato di avere malattia cronica, dato in linea con la prevalenza delle cronicità nella popolazione italiana.  
 
I cittadini si recano dal proprio medico di medicina generale prevalentemente per la prescrizione di farmaci, per l’impegnativa relativa a visite specialistiche ed esami diagnostici, dimostrando che si è ancora lontani dalla medicina di iniziativa, per prediligere invece ancora una sanità reattiva.
Focalizzandoci sul tema centrale della ricerca, l’associazionismo medico – forma obbligatoria oramai per legge – i cittadini rispondenti dichiarano nel 50% dei casi di rivolgersi a medici di medicina generale in associazione, la restante parte invece dichiara che il proprio medico di base continua ad operare in uno studio singolo. Purtroppo si registrano differenze tra Nord e Sud, in particolare in Emilia Romagna è presente il minor numero di medici con studio singolo, 35%, mentre la Campania è la Regione con la più alta percentuale di medici non associati 70%.
Ma al di là delle norme previste, l’Osservatorio è stato il primo studio inter-regionale che ha desiderato indagare non solo la presenza degli studi associati ma i possibili benefici che ne derivano.
 
Quando il medico di medicina generale è in associazione l’esperienza dei cittadini, siano essi sani o con malattia cronica,  è più soddisfacente in merito agli orari di apertura, i tempi di visita, l’accoglienza. Non solo, ma grazie al fatto di trovare sempre qualche medico referente nello studio medico di famiglia, quando il medico non è reperibile nel suo studio i pazienti si rivolgono in misura inferiore del 50% al pronto soccorso, del 50% alla guardia medica e, addirittura,  del 75% a medici privati a pagamento. E ancora, considerando la fascia di malati che spende di tasca propria, oltre al contributo fiscale, più di 1500 Euro all’anno, questa percentuale si abbassa del 38% a una spesa annua compresa tra 500 e 1500 Euro,  se i malati possono fare riferimento sull’associazione dei medici  sul territorio. Commenta così Maria Giulia Marini, Direttore dell’Area Sanità di Fondazione ISTUD: “questi risultati sono i primi in Italia a dimostrare che l’associazionismo è di beneficio ai pazienti e alle persone sane, sia dal punto di vista organizzativo che economico. E in tempo di crisi strutturale, diffondere strumenti che contemplino un risparmio per i cittadini è un atto doveroso e da perseguire con volontà, superando gli isolazionismi strutturali e culturali”.
 
Le cure intermedie risultano diffuse in modo eterogeneo sul territorio, e uniche strutture riconosciute sono le Residenze Sanitarie Assistenziali che però i cittadini definiscono come luoghi spersonalizzanti e di solitudine e su cui, quindi, c’è molto da indagare in virtù di una famiglia italiana in grande trasformazione con un numero crescente di anziani soli e fragili.
 
Anche la sanità elettronica è sviluppata in modo differente tra Centro-Nord e Sud:  infatti nel settentrione vi è maggior utilizzo dei sistemi di refertazione online, e fascicolo sanitario elettronico. Non sempre però tecnologia è sinonimo di efficienza, vengono infatti denunciati problemi tecnici nella metà degli intervistati e circa un terzo dichiara che non conosce nessuno di questi servizi.
Rispetto alla qualità dell’informazione, le persone si informano rispetto alle trasformazioni del Sistema Sanitario Regionale e della propria ASL attraverso la stampa locale (nel 60% dei rispondenti) e in misura inferiore rispetto ad altri canali quali Internet, la Tv, il medico di medicina generale e le Associazioni dei pazienti: di fatto il 79% degli italiani chiede una maggiore trasparenza e questo dato indica la crisi di fiducia tra cittadino ed istituzioni sul patto per la salute.
 
L’indicatore di auspicio di una maggiore chiarezza  è marcato da un 82% di persone che ritengono utile disporre di una lista di organizzazioni qualificate che erogano assistenza domiciliare sul territorio tra cui scegliere, servizio informativo a oggi mancante.
 
I cittadini della Lombardia hanno già stipulato nel 31% una polizza sulla salute rispetto al 15% del resto d’Italia, cercando di incanalare la spesa out of pocket in modo più strutturato attraverso offerte assicurative.
 
Le principali evidenze emerse: la voce dei professionisti sanitari
L’altra parte dell’indagine era dedicata ai medici, e infatti sono 128 i professionisti del territorio che hanno aderito alla proposta di studio, 78% medici di medicina generale, 10% pediatri di libera scelta, e 12 % altri professionisti del territorio.
 
Se i cittadini sottolineano l’efficacia delle cure attraverso l’associazionismo, i professionisti sanitari sul territorio - di cui l’83% è associato mentre il 17% ancora conduce uno studio singolo -  annunciano l’efficienza di questo sistema che permette un migliore confronto tra colleghi, un migliore supporto logistico, risparmio economico e una modalità di lavoro più organizzata. Solo come ultima ragione viene segnalata la migliore qualità di servizio per le persone assistite. I motivi segnalati a sfavore dell’associazionismo in quella piccola quota di medici non ancora associati, sono  le caratteristiche territoriali nel 32%, “non ci ha mai pensato” nel 21%,  un 16% ha problemi burocratici con la regione/ASL, un 16% non ha trovato colleghi disponibili, l’11% non pensa sia una regione ottimale e un 5% scrive che è vietato.
 
Una spaccatura netta è presente rispetto alla capacità di lavorare in equipe e la formazione nell’associazionismo, nelle case della salute e altre forme di aggregazione professionale. Sono stati attivati infatti solo nel 49% dei rispondenti percorsi formativi: questo dato è spiegabile con i diversi approcci regionali: in alcune realtà c’è maggiore consapevolezza dell’esigenza di fornire ulteriori competenze ai professionisti che provengono dall’ospedale per poter gestire le cronicità del territorio, in altre realtà invece non si percepisce questo bisogno, nella convinzione che coloro che hanno lavorato in una struttura per acuti ad alta complessità sappiano gestire i pazienti le cronicità.
Un indicatore allarmante che emerge dalle risposte dei medici di medicina generale rispetto alle tecnologie come ausili e presidi è che, per quanto riguarda la fornitura ai pazienti, quantità, qualità e servizi distintivi abbiano la medesima rilevanza, laddove invece sono note le evidenze che derivano dalle differenze di qualità.
 
Come per i cittadini, anche per i medici l’e-health è diffusa maggiormente nel Centro-Nord rispetto al Sud e, ancora una volta, si sottolineano tutti vantaggi di efficienza che derivano dall’utilizzo di sistemi tecnologici. Le difficoltà dell’uso della digitalizzazione sanitaria derivano nel 53% da problemi di errori nell’utilizzo, nel 20% dall’assenza di connessione telematica con altre strutture e dalla mancanza, per la restante parte, di formazione.
 
Rispetto agli aspetti economici, le risposte dei medici sono profondamente diversificate: il 34% dei rispondenti auspica una riduzione dell’esenzione totale e una compartecipazione per una maggiore responsabilizzazione dei cittadini per i servizi di cui usufruiscono. Mentre il 29% si preoccupa che in un prossimo futuro il paziente dovrà pagare per i servizi sanitari. Un 36% dei medici insiste sul fatto che il sistema si possa rendere sostenibile attraverso modelli organizzativi e la lotta agli sprechi: questo dato è importante perché uno dei massimi studiosi di organizzazione sanitaria al mondo, Donald Berwick  nel 2012,  ha proprio sottolineato sul Journal of  American Medical Association  gli sprechi derivanti dalla mancanza di coordinamento delle cure e dalla complessità amministrativa.  E quindi il mancato associazionismo è mancata cooperazione, uno spreco non più sostenibile.

17 gennaio 2014
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