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Si curi chi può

Le profonde diseguaglianze tra i cittadini italiani nella esigibilità del diritto alla salute garantito dalla Costituzione, effetto della crisi, ma anche di scelte politiche ed amministrative, sono in rapido incremento. Si intravedono nuove faglie di rottura non solo tra Nord e Sud del Paese, ma tra centro e periferia della stessa città metropolitana o dello stesso comprensorio regionale

15 LUG - L’orario di lavoro UE e le assunzioni straordinarie di personale sanitario sono tornati al centro del dibattito politico per una interrogazione presentata dal Movimento 5 Stelle alla Camera alcuni giorni addietro. Alle contestazioni sui ritardi di quanto previsto dalla Legge di Stabilità 2016 in tema di assunzioni straordinarie, ha risposto il Sottosegretario Vito De Filippo affermando cheNon ci sembrano ad oggi sussistere casi generalizzati di violazione delle disposizioni sull'orario di lavoro e, pertanto, eventuali ipotesi che si potrebbero accertare nel corso dei prossimi mesi di una non corretta applicazione sono verosimilmente circoscritte a casi isolati sul territorio nazionale".
 
Ci sia permesso di dissentire da tale affermazione. Dalle segnalazioni che riceviamo da tutta Italia possiamo affermare che nella maggioranza delle Aziende sanitarie la normativa UE sull’orario di lavoro è largamente disattesa e che le inadempienze si sono accentuate nelle ultime settimane per poter garantire le ferie estive al personale.

 
La deriva intrapresa dalle Aziende per cercare di rientrare nei parametri europei dell’organizzazione del lavoro è molto pericolosa consistendo in una decurtazione importante nella quantità di servizi sanitari offerti alle popolazioni di riferimento. Per evitare i turni mattino/notte, notte/mattino o notte/pomeriggio, tutti illegittimi, si tagliano gli ambulatori e altre attività ospedaliere che prima erano garantite con queste turnazioni e con il lavoro straordinario dei medici, spesso nemmeno retribuito.
 
Dopo il taglio dei posti letto (-26.000 negli ultimi 6 anni), del personale (-25.000 addetti tra medici e infermieri dal 2009) che già hanno determinato un deterioramento quali/quantitativo dei servizi erogati ai cittadini, ora si tagliano direttamente gli orari dedicati alle attività sanitarie invece di procedere alle assunzioni necessarie (almeno 6.000 medici secondo i nostri calcoli).
 
Nemmeno ci convince la proposta di applicare in tempi brevi e in modo stringente il Decreto del Ministero della Salute 70/2015 per eliminare “situazioni di ridondanza, di duplicazioni delle strutture e anche di non programmazione della rete ospedaliera”.
 
Come abbiamo sostenuto a suo tempo nel documento di analisi del decreto, pubblicato su QS e inviato al Ministero, per quanto riguarda gli ospedali sedi di Pronto Soccorso con una popolazione di riferimento posta tra 80.000 e 150.000 abitanti, gli standard indicati rappresentano, di fatto, un ritorno ad una organizzazione ospedaliera primordiale, riscontrabile in Italia negli anni 70’-80’.
 
Basta fare il confronto tra le funzioni garantite oggi negli ospedali zonali, per esempio della Toscana, e la scarna dotazione di UU.OO. che si propone nel Regolamento nonché valutare i riferimenti di popolazione esageratamente elevati per istituire una Unità Operativa specialistica (per esempio Cardiologia, Terapia intensiva, Malattie infettive, Geriatria).
 
E’ inimmaginabile oggi ipotizzare ospedali che abbiano un accesso al P.S. superiore a 25.000/30.000 utenti per anno senza una guardia cardiologica e rianimatoria h 24 e letti di terapia intensiva e sub-intensiva gestiti in modo multidisciplinare. Gli eventi cardiovascolari maggiori, le gravi insufficienze respiratorie, gli stati di shock, le sepsi rappresentano le principali urgenze mediche che un P.S. affronta (l’accesso di pazienti con patologia cardiovascolare rappresenta circa il 15-20% del totale).
 
Non avere uno specialista esperto nelle tecniche rianimatorie o nella clinica delle malattie cardiovascolari, e reparti adeguati per affrontare l’emergenza/urgenza, significa solamente condannare a morte un discreto numero di cittadini ogni anno, soprattutto se le distanze dai centri maggiori sono superiori ai 60 minuti! In un ospedale siffatto sarebbe praticamente impossibile curare persone con necessità di assistenza complessa, come potrebbe essere il caso di malati che richiedano di vicariare funzioni vitali compromesse.
 
Qualsiasi altro tipo di attività più impegnativa rispetto alla erogazione minimale di assistenza e cure prevista dal Regolamento, sarebbe, dal punto di vista qualitativo, al di sotto di standard assistenziali accettabili per cui non è chiara nemmeno la necessità di definire per “acuti” una simile funzione ospedaliera. Sarebbe un ulteriore passo verso la desertificazione delle strutture,  questa volta non solo nelle regioni in piano di rientro ma in quelle più avanzate in tema di organizzazione della rete ospedaliera.
 
E così, con impeto iconoclasta, si tagliano le Unità operative complesse, andando anche oltre i limiti previsti dal Decreto ministeriale 70/2015. Si dimentica che i reparti, come afferma Ivan Cavicchi, non sono catene di montaggio ma sistemi complessi dove etica, relazioni umane, tecnica, scienza, economia e organizzazione si mischiano per raggiungere faticosamente un equilibrio che va presidiato e mantenuto quotidianamente con un impegno costante.
 
Le profonde diseguaglianze tra i cittadini italiani nella esigibilità del diritto alla salute garantito dalla Costituzione, effetto della crisi, ma anche di scelte politiche ed amministrative, sono in rapido incremento. Si intravedono nuove faglie di rottura non solo tra Nord e Sud del Paese, ma tra centro e periferia della stessa città metropolitana o dello stesso comprensorio regionale. Esiste un gradiente economico evidente in tutte le regioni, per cui le classi sociali a basso reddito sono anche quelle che più frequentemente rinunciano alle cure. Con effetti che cominciano a vedersi nell’aspettativa di vita, nella mortalità e morbilità, nella iniquità di accesso ai servizi sanitari, nelle possibilità di tutela della salute.
 
Le diseguaglianze legate alla zona di residenza e al reddito contribuiscono a ridurre la coesione sociale, specie nei periodi di crisi. “Si curi chi può” sembra essere il motto di questi tempi economicamente disastrati. Mentre la spesa privata per la tutela della salute raggiunge i 33 miliardi di €, il 10% della popolazione non si cura ed il 7% si indebita per curarsi. Percentuali che aumentano con il diminuire del reddito, cioè nelle stesse regioni dove il finanziamento pro capite pubblico è più basso e nelle stesse fasce sociali dove più carente è il welfare. Nelle periferie urbane e nelle regioni sottoposte ai piani di rientro in cui il voto politico si alimenta di protesta e rabbia.
 
Il Movimento 5 Stelle cavalca legittimamente le ricadute pesanti sotto il profilo sociale degli errori nel campo delle politiche sanitarie. La Calabria rappresenta l’esempio attuale più eclatante. Inspiegabilmente nel dibattito politico odierno condotto sui media nazionali la sanità continua ad essere desaparecida, se non come costo da tagliare o cronaca giudiziaria, scomparsa dall’agenda del Governo o delle amministrazioni, perché scomparsa da quella dei partiti al governo, nazionale e locale.
 
Ma così facendo i partiti di governo rischiano di perdere il sostegno degli italiani. Con forza dirompente, uscita dalla porta, la salute rientra dalla finestra del voto di protesta e di richiesta di cambiamento.Il recente voto delle amministrative registra un arretramento del partito di governo, a Milano come a Roma e Napoli, nelle periferie urbane. Laddove, cioè, si segnala maggiore emarginazione sociale ed aumento delle diseguaglianze, anche per i servizi sanitari e gli indicatori di salute. Non è arrivato il momento di cambiare verso?
 
Carlo Palermo
Vice Segretario Nazionale Vicario Anaao Assomed

15 luglio 2016
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