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Alcol. “Consumatori continuano a crescere. Norme disapplicate e interventi di prevenzioni sono inefficaci”. Il rapporto Iss

di L.F.

La tendenza è fotografata nel nuovo Rapporto Istisan “Epidemiologia e monitoraggio alcol-correlato in Italia”. Sono 16 milioni gli italiani che hanno consumato almeno una bevanda alcolica in un anno, di questi 4 milioni sono binge drinkers. Sono invece 8,7 milioni i consumatori a rischio, stabili i maschi con 6,2 milioni, mentre sono in aumento le femmine con 2,5 milioni. “L’alcol è e resta un serio problema di salute in Italia”. IL RAPPORTO

03 LUG - In Italia ogni giorno in media sono 48 le persone che muoiono a causa dell’alcol, oltre 17.000 ogni anno. Il dato è riferito al 2016, anno di cui si dispone la mortalità registrata per tutti gli Stati dell’Unione europea (UE), e quindi già noto, ma viene comunque riportato anche nella nuova edizione Rapporto Istisan “Epidemiologia e monitoraggio alcol-correlato in Italia e nelle Regioni. Valutazione dell’Osservatorio Nazionale Alcol sull’impatto del consumo di alcol ai fini dell’implementazione delle attività del Piano Nazionale Alcol e Salute. Rapporto 2020”, pubblicato in questi giorni sul sito di Epicentro.
 
Dati più recenti non esistono ma considerando che l'andamento dei consumi non sembra essere sceso, anzi, possono evidentemente ancora essere ritenuti validi se non addirittura in difetto.
 
In base a quei dati l'alcol risulta responsabile del 5,5% di tutti i decessi registrati nell’UE, per un totale di quasi 300 mila persone morte, in gran parte e prevalentemente per cancro (29% dei decessi attribuibili all’alcol), cirrosi epatica (20%), malattie cardiovascolari (19%) e lesioni (18%).

 
Proporzioni che rispettano quelle verificate in passato per l’Italia anche dall’OMS, e ancora oggi confermate con la percentuale più alta di decessi attribuibili all’alcol registrata tra i giovani adulti maschi e tra i giovani sino ai 29 anni di età, per i quali l’incidentalità stradale alcolcorrelata continua a rappresentare la prima causa di morte anche in Europa.
 
La stesura del nuovo rapporto dell'Iss è avvenuta in un periodo precedente alla pandemia da nuovo coronavirus e si riferisce prevalentemente a dati del 2018 che dovrebbero essere aggiornati a breve con alcune sintesi dei dati del 2019, che dovrebbero comunque non discostarsi da quelli del 2018, che l’Istat elabora secondo standard concordati e complementari a quelli dell’ISS.
 
“Le conseguenze negative del consumo di alcol sulla salute sono molteplici – si legge nel report - . Nella Classificazione Internazionale delle Malattie (10ª revisione) più di 30 categorie riguardano condizioni totalmente alcol-attribuibili ma sono oltre 200 le condizioni anche parzialmente attribuibili che raddoppiano nei fatti il carico di mortalità causato dall’alcol, e tra queste almeno 12 tipi di cancro”.
 
Inoltre si specifica che “i danni alcol-correlati non coinvolgono i soli consumatori; sempre più frequentemente le conseguenze del consumo di alcol si ripercuotono sulle famiglie e sulla comunità in generale a causa del deterioramento delle relazioni personali e di lavoro, dei comportamenti criminali (come per esempio vandalismo e violenza), della perdita di produttività e dei costi a carico dell’assistenza sanitaria”.
 
Strumenti di prevenzione inefficaci.
“L’alcol – si legge nel report dell’Iss -  è e resta un serio problema di salute in Italia; la prevenzione che manca va rafforzata richiedendo interventi urgenti, al momento non resi disponibili dai piani di prevenzione e comunque evidentemente sinora inefficaci se da anni non riescono a contrastare stili e modelli di consumo che causano costi sostanziali di cui si dovrebbe valutare congruo e opportuno abbattimento”
 
“I dati – incalza l’Iss - dimostrano ancora una volta che l’alcol è ancora uno tra i più temibili fattori di rischio e di malattia in Italia. Ai consumi medi pro-capite in ripresa non poteva non esserci il riscontro di un incremento della popolazione di consumatori a rischio e di binge drinker, indicatori della necessità di risposte di salute pubblica e dei servizi sanitari, di interventi sul marketing e sulla disponibilità delle bevande alcoliche più incisive, e anche i sistemi di monitoraggio relativi all’implementazione delle politiche in Italia mostrano essere tra le aree da rafforzare”.
 
“La cultura del bere in Italia – sottolinea il report - , oggi più incisivamente influenzata dal marketing aggressivo delle fake news proposto da alcuni settori della produzione, può e deve ritrovare una capacità di maggiore controllo formale e informale per il raggiungimento di dimensioni più adeguate al mantenimento di livelli di salute e sicurezza nella popolazione che possano contribuire ad abbattere gli elevati costi sociali e sanitari dell’impatto dell’alcol stimati in 25 miliardi di euro l’anno dall’OMS e oggi in crescita”.
 
La sintesi dei dati sull’impatto dell’alcol in Italia
Gli indicatori principali dell’impatto negativo sulla salute risultano confermati in una tendenza di stabilità nel canale di crescita anziché di attesa e mancata diminuzione del consumo di alcol puro pro-capite salito a oltre 7 litri e d’incremento di comportamenti a rischio per milioni di consumatori.
 
“Il numero di consumatori fuori pasto – rileva l’Iss - , di consumatori a rischio (e comunque non in linea con le linee guida) e di binge drinkers (consumatori che bevono per ubriacarsi) non mostra battute di arresto, anzi si consolida, anche a fronte della contestuale insufficienza d’iniziative, di programmi e azioni di prevenzione istituzionali e dell’incrementata attività di rinnovate forme di marketing teso alla diffusione di fake news che hanno richiesto campagne istituzionali poste in essere da ISS e ministero della Salute e di forme di comunicazione ambigue ed equivoche rivolte ai più giovani e tese alla diffusione d’iniziative da più parti segnalate come incongrue per l’età e per la violazione di norme e cultura di tutela, quali, tra le altre, quelle sul cosiddetto “bere responsabile”, promosse da alcuni settori della produzione su target di popolazione minorile negli istituti scolastici, supportati e facilitati da un’inadeguata interpretazione del ruolo e del concetto di autonomia scolastica che non ha ritenuto in alcune sedi regionali di sottrarre i minori ad eventi condotti da portatori d’interesse e a messaggi e contenuti didattici proposti in assenza di un contraddittorio critico e in evidente distanza dalle raccomandazioni europee e nazionali che pongono in 25 anni l’età da indicare come quella di avvio all’eventuale consumo e che le stesse norme nazionali, ampiamente disapplicate, pongono da decenni almeno a 18 anni attraverso il divieto di vendita e somministrazione a tutela della salute dei minori”.
 
I numeri dell’alcol in Italia
- Le persone che, nel 2018, hanno consumato bevande alcoliche lontano dai pasti sono state il 40,5% degli uomini e il 20,4% delle donne, pari a quasi 16 milioni di persone sopra gli 11 anni, un dato in aumento rispetto alle stime precedenti. I valori massimi riguardano gli uomini nella fascia di età 18-44 anni e le donne della classe di età 18-24 anni. L’analisi del trend dei consumatori di vino o alcolici fuori pasto mostra che, per entrambi i generi, è aumentata la prevalenza dei consumatori rispetto al 2008 (M=+10,2%.; F=+38,0%) e per il genere femminile si conferma anche nel 2018 un incremento lineare costante rispetto al precedente anno (da 19,4% a 20,4%)
 
Nel 2018, oltre 5 milioni di persone sopra gli 11 anni (il 14,2% degli uomini e il 6,1% delle donne) hanno dichiarato di aver abitualmente ecceduto nel consumo di bevande alcoliche. La percentuale, non diminuita rispetto agli anni precedenti, è più elevata per entrambi i sessi riguarda gli adolescenti di 16-17 anni e gli ultra 65enni. Al contrario, la percentuale più bassa riguarda la fascia 18-24 anni.
 
La prevalenza dei consumatori binge drinkers che hanno dichiarato di essersi ubriacati almeno una volta negli ultimi 12 mesi (che hanno consumato 6 o più bicchieri di bevande alcoliche in un’unica occasione) è stata nel 2018 pari a 11,7% tra gli uomini e 3,6% tra le donne di età superiore a 11 anni, con una frequenza in aumento tra le donne rispetto all’anno precedente, identificando oltre 4 milioni di persone. Le percentuali di binge drinkers sia di sesso maschile che femminile aumentano nell’adolescenza e raggiungono i valori massimi tra i 18-24enni per poi diminuire nuovamente nelle fasce di età più anziane. Per tutte le classi di età considerate, la proporzione di binge drinker di sesso maschile è superiore a quella di sesso femminile a eccezione dei giovani di età inferiore ai 15 per i quali non si rilevano differenze statisticamente significative di genere.
 
- La prevalenza dei consumatori a rischio in Italia rileva che, nel 2018, il 23,4% degli uomini e l’8,9% delle donne non si sono attenuti alle indicazioni di salute pubblica relativamente a frequenza, quantità di alcolici e modalità di consumo di bevande alcoliche per un totale di 8 milioni e 700 mila individui, stabili i maschi con 6 milioni e 200 mila consumatori a rischio, in aumento le femmine con 2 milioni e 500 mila consumatrici a rischio. L’analisi per classi di età mostra che la fascia di popolazione più a rischio per entrambi i generi è quella dei 16-17enni (M=48,3%, F=40,7%), seguita dagli anziani ultra 65enni. Verosimilmente, a causa di una carente conoscenza o consapevolezza dei rischi che l’alcol causa alla salute, circa 1.700.000 giovani (di cui 800.000 minorenni) e 2.700.000 ultra sessantacinquenni sono individui da considerare a rischio per patologie e problematiche alcol-correlate, esattamente quei target di popolazione sensibile per i quali la WHO e la Commissione Europea raccomandano azioni d’intervento volte a sensibilizzare le persone sulla non conformità dei loro consumi alle raccomandazioni di sanità pubblica.
 
- Infine, è preoccupante la proporzione di consumatori dannosi, in need for treatment, (dati non inclusi nel report ma prodotti per la Relazione al Parlamento di prossima pubblicazione) che avrebbero bisogno di una qualunque forma d’intervento sanitario e non lo ricevono; 65.000 pazienti alcoldipendenti in carico ai servizi rappresentano il 10% circa della platea stimata di poco meno di 600.000 persone attese per l’immissione in un programma di disassuefazione, persone che non sono identificate nei settori di assistenza primaria e non sono intercettate dalle strutture territoriali di riferimento del Servizio Sanitario Nazionale i cui gruppi di lavoro, ridotti in organico, sono in costante affanno per un carico crescente di domanda. Una situazione destinata a pregiudicare peggiorare ulteriormente le attività a causa della recrudescenza di tutte le dipendenze nel corso del lockdown imposta dall’epidemia da COVID-19 e che ha messo in evidenza la mancanza di preparedness e readyness del sistema delle reti curanti da riorganizzare urgentemente sia per funzionalità che per competenza.
 
L.F.

03 luglio 2020
© Riproduzione riservata

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