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L’inaccettabile esultanza Fnomceo sulla sentenza del Tar Lazio 

di Roberto Polillo

Una vicenda triste e dolorosa che conferma la tradizionale lontananza tra il dire e il fare degli organi di rappresentanza dei medici tra i quali sono decine di migliaia quelli che non hanno cessato nemmeno per un attimo di mettere a rischio la propria vita per dare assistenza ai propri pazienti

18 NOV - Gentile Direttore,
l’esultanza con la quale il presidente della Fnomceo Filippo Anelli ha accolto la sentenza del TAR sul mancato obbligo dei medici di famiglia di prestare assistenza domiciliare ai pazienti affetti da COVID 19, è purtroppo la conferma di come la Fnomceo sia solo l’organo di rappresentanza dei grandi elettori che garantiscono la continuazione della linea dinastica ai vertici della federazione.
 
Fa specie che nei tanto propagandati Stati generali della professione medica, fortemente voluti dal Presidente, si sia scomodato anche Anassimandro ribaltando il suo principio dell’archè dalla phisys, intesa come essere diveniente, al paziente.
Nella citata conferenza, che doveva segnare un punto di svolta per rilanciare la figura sbiadita dei vertici ordinistici, il paziente è stato collocato alla sommità della scala valoriale, identificando in lui il principio del tutto a cui ogni cosa è subordinata.
 
Una tale enfatizzazione, buona solo per impressionare chi trema davanti ai paroloni, trova ora il suo punto di caduta nell’approvazione convinta da parte del Presidente Anelli della sentenza del TAR che in buona sostanza dice: poiché la legge affida alle neonate USCA il compito dell’assistenza domiciliare dei pazienti con COVID, il MMG non può essere distratto dai suoi alti compiti di prestare assistenza in tutti gli altri casi e quindi i malati di COVD non possono contare sul loro contributo, si devono arrangiare da soli prendendosela, nel caso volessero, con le regioni inadempienti.

 
Non entro nel merito della sentenza del TAR nei confronti della quale la regione Lazio ha sollevato ricorso presso il Consiglio di Stato ma mi limito ad affrontare alcune questioni.
 
La prima di natura etico-deontologico riguarda l’inaccettabile rifiuto di un curante di prestare soccorso a un paziente che ha scelto il professionista come medico di fiducia, anche perché quel professionista è responsabile di una serie di certificazioni che certo non possono essere rese per telefono e senza che il paziente sia stato sottoposto a regolare visita medica.
 
Come fa allora quel professionista a redigere un certificato indicando una malattia che non ha potuto diagnosticare con regolare atto medico? E’ sufficiente far tossire il paziente per telefono o limitarsi a validare quello che viene raccontato? Non mi sembra che la giurisdizione in materia renda possibile un simile obbrobio. Tralascio poi cosa accadrebbe a un medico ospedaliero se si comportasse in identico modo: ignominia ben meritata, attivazione delle procedure di risoluzione del rapporto di lavoro e nei casi peggiori denuncia per interruzione di pubblico servizio. Tutte queste considerazioni sono ignote al presidente Anelli?
 
Strettamente collegato a quanto detto è poi il rilievo che il 45% dei pazienti sono asintomatici e molti di più paucisintomatici e che gli asintomatici sono responsabili del 50% dei contagi secondari. Per escludere dunque un possibile contatto con un malato COVID, il MMG dovrebbe allora pretendere che chiunque si sottoponesse a visita facesse prima della visita un tampone molecolare per escludere la sua potenziale infettività.
 
E poi il malato anziano che mediamente è portatore di una, due o tre malattie croniche da chi dovrà essere seguito in caso di COVID? Non è il MMG responsabile della gestione delle cronicità? E’ giusto attribuire tale compito a un infettivologo? Dovremmo allora devolvere a tale professionista parte della quota capitaria di cui gode il MMG?
 
Il sindacato che ha adito il TAR giustamente sostiene che il MMG non può andare al fronte del COVD senza le opportune protezioni; principio sacrosanto a cui però deve provvedere direttamente il MMG almeno fintantochè mantiene con la struttura pubblica un rapporto di libero professionista.
 
Questo non era certo possibile nella prima fase dell’epidemia, in cui i DPI erano assenti dal mercato, ma non oggi che il rifornimento è agevole per chiunque; un rifornimento peraltro privo di costo in quanto la stragrande maggioranza dei MMG, essendo titolari di Partita IVA, possono integralmente detrarre le spese per la professione. Si tratta allora semplicemente di fare un ordine via internet, allegando Codice Univoco e numero di P IVA, e di aspettare il corriere con la consegna.
 
La posizione del presidente Anelli è talmente inaccettabile sia dal punto di vista metafisico dell’archè, per utilizzare questo concetto a lui tanto caro, che nella sostanza della vita reale, che un dirigente di rilievo del suo stesso sindacato e che, ad onore del vero, si è molto impegnato nell’assistenza ai pazienti con COVD, si è pubblicamente dissociato da questa astrusa posizione.
Il presidente Anelli ha mostrato dunque in modo chiaro di non riuscire a rappresentare neanche le parti più sensibili di quel suo stesso sindacato che pure gli ha consentito di raggiungere la presidenza della Fnomceo.
 
In questa posizione c’è tuttavia da dire che anche gli altri soci di maggioranza della Fnomceo, sempre pronti a farsi a parole difensori del SSN, hanno preferito tacere, non sollevare la questione e lasciare che la polemica si sgonfiasse.
 
Una vicenda triste e dolorosa che conferma la tradizionale lontananza tra il dire e il fare degli organi di rappresentanza dei medici tra i quali sono decine di migliaia quelli che non hanno cessato nemmeno per un attimo di mettere a rischio la propria vita, e molti l'hanno persa, per dare assistenza ai propri pazienti.
 
Roberto Polillo

18 novembre 2020
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