Alla fine del mese scorso la notizia che in Italia sono sei persone su dieci a soffrire di dolore cronico e che addirittura l’11% di questi non viene mai curato per alleviare la sofferenza, mentre molti altri convivono con il disturbo che non riescono a curare, per la sua persistenza. Ma presto – grazie a uno studio dell’Università di Bordeaux e dell’Università di Stoccolma – il problema potrebbe diventare molto più semplice da risolvere: alcuni scienziati hanno infatti individuato una delle proteine responsabili del dolore cronico nei ratti. La scoperta, che potrebbe portare a nuove opzioni terapeutiche, è stata pubblicata su Embo Journal.
A quanto si sa oggi, il dolore persistente e difficile da trattare è causato in parte da cambiamenti nel signaling molecolare che ha luogo nei neuroni: alcune alterazioni in questo tipo di meccanismi possono interferire con i segnali nervosi che dal midollo spinale arrivano al cervello, causando il dolore. “È una fortuna che le nuove tecnologie siano abbastanza precise da riuscire a mostrarci eventi a livello molecolare, perché questo ci permette di fare anche scoperte di questo tipo, su un tema come il dolore cronico”, ha commentato Marc Landry, autore principale dello studio e docente a Bordeaux. “I risultati che siamo riusciti ad ottenere con gli strumenti a nostra disposizione, dimostrano come i livelli della proteina 14-3-3zeta, che si trova normalmente nell’organismo, siano più alti nel midollo spinale dei ratti che soffrono di dolore cronico. Dopo aver osservato questo, siamo riusciti a documentare come sia proprio questa proteina a innescare i meccanismi che inducono i sintomi”. La molecola infatti interrompe l’interazione tra due sub-unità del recettore Gabab, una proteina complessa che si trova sulla superficie delle cellule nervose e che fa parte di una famiglia di molecole che regolano molti processi fisiologici e che per questo sono spesso bersagli terapeutici.
I ricercatori hanno usato tecniche di microscopia e di labelling per osservare come la proteina 14-3-3zeta interagisca direttamente con la sub-unità B1 del recettore Gabab, il che impedisce a quest’ultimo di attivare il meccanismo che dovrebbe alleviare il dolore. Gli scienziati hanno però anche mostrato che i ratti affetti da questa sofferenza potevano essere aiutati: iniettando un peptide rivale della molecola, o usando un pezzetto di Rna specifico che causa interferenza con il processo da essa innescato, il dolore poteva essere fermato. “Abbiamo dunque scoperto un metodo efficace, quantomeno sui topi, di modulare il dolore cronico”, ha spiegato Laundry. “È possibile che presto questo metodo possa essere usato in combinazione con trattamenti già esistenti: si potrebbero sviluppare farmaci in grado di prendere a bersaglio il processo appena descritto, e l’uso combinato con gli antidolorifici potrebbe rendere questi ultimi molto più efficaci”.