Aids. Più vicina la cura? Due nuovi casi dicono di sì 

Aids. Più vicina la cura? Due nuovi casi dicono di sì 

Aids. Più vicina la cura? Due nuovi casi dicono di sì 
Il trapianto di midollo osseo potrebbe rivelarsi un trattamento efficace per contenere l’infezione. Due pazienti statunitensi che si sono sottoposti alla procedura rissultano sieronegativi dopo anni dal trattamento. Ma solo se si continua la terapia antiretrovirale.

Le speranze di arrivare a trovare una cura per l’Aids sono alte ormai da lungo tempo, a volte alimentate da nuove scoperte. Come è facile immaginare questo tema era aperto anche nell’ultima International Aids Conference, conclusasi a Washington la settimana scorsa. Ma quali sono le novità e le prospettive della ricerca in questo campo? Presentati proprio nel corso della conferenza, due casi di pazienti statunitensi sembrerebbero puntare nella giusta direzione: il trapianto di midollo può funzionare per eliminare il virus dal sangue, ma solo se a seguito si continua la terapia antiretrovirale.
 
In particolare ad aver portato speranze nella cura tramite trapianto era stato, nel 2007, il caso di Timothy Ray Brown, un cittadino statunitense residente a Berlino, malato di leucemia e sieropositivo: il paziente, allora quarantenne, aveva ricevuto una trasfusione di cellule staminali ematopoietiche per combattere la leucemia da un donatore naturalmente resistente all'Hiv, e a seguito di questo evento, sebbene non sottoposto a terapia antiretrovirale, i medici non avevano trovato in lui traccia del virus. “Sostanzialmente è guarito”, avevano commentato allora i medici che lo avevano curato. 
 
Da allora, però, si sono aggiunti a quello di Brown altri due casi, presentati proprio nel corso di Aids 2012. Due uomini, entrambi curati nel Brigham and Women’s Hospital di Boston ed entrambi affetti da Hiv da molto tempo, dopo essersi sottoposti a trapianto di midollo osseo non hanno più avuto traccia del virus nell’organismo: l’Hiv, facilmente riscontrabile nei linfociti di entrambi prima dell’operazione, alla quale è seguita in ogni caso la terapia antiretrovirale, non era più riscontrato in seguito. Sorprendentemente il virus non era solo sparito dal plasma, ma non era più rilevabile in nessuna delle cellule del sangue: ad oggi, a quattro anni dall’intervento sul primo dei due uomini e a due da quello del secondo, entrambi i pazienti continuano a non risultare non infetti, e anche gli anticorpi al virus – misura dell’esposizione ad esso – sembrano essere spariti dai loro corpi. “Il prossimo passo è verificare che non ci siano tracce di Hiv in nessuna delle cellule”, ha commentato Timothy Henrich, uno dei due medici che ha seguito i pazienti. “Per questo già stiamo pensando a studi specifici”.
Il nuovo risultato, precisano comunque i ricercatori, ha delle differenze chiave con il paziente di Berlino, che può dirsi del tutto curato dall’Hiv. In quel caso il donatore era stato scelto proprio per la mutazione genetica che lo rendeva immune dal virus, mentre in questo caso i donatori non sono stati selezionati in questo senso. In più – e non meno importante – Brown in seguito al trapianto non aveva continuato la terapia antiretrovirale, mentre i pazienti statunitensi sì.
 
“Questo studio ci dà comunque informazioni molto interessanti”, ha però specificato Daniel Kuritzkes, l’altro medico del Brigham che ha partecipato allo studio. “Suggerisce che sotto l’influsso positivo dei farmaci antiretrovirali le cellule che hanno ripopolato il sistema immunitario del paziente sembrano essere protette da un nuovo attacco del virus”. E i ricercatori stanno già ragionando su nuovi trial, che possano confermare questi risultati.
 
Laura Berardi

01 Agosto 2012

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