Scompenso cardiaco: la prevenzione funziona

Scompenso cardiaco: la prevenzione funziona

Scompenso cardiaco: la prevenzione funziona
In Canada i nuovi casi si sono ridotti di un terzo in soli dieci anni, grazie a politiche di prevenzione. Tuttavia, la diffusione di fattori di rischio nelle fasce di popolazione più giovane potrebbero arrestare o addirittura invertire questa tendenza.

Decise politiche sanitarie di controllo del fumo, dell’ipertensione e dell’ipercolesterolemia. È questa la ricetta che ha consentito all’Ontario, una delle province del Canada, di ridurre di circa il 33 per cento i nuovi casi di scompenso cardiaco in soli dieci anni.
 
È quanto emerge da uno studio pubblicato sul Canadian Medical Association Journal che tuttavia sottolinea che la mortalità, per le persone affette dalla patologia, rimane ancora alta.
 
I ricercatori canadesi hanno osservato un campione significativo della popolazione tra il 1997 e il 2007 stimando circa 420 mila casi incidenti di scompenso cardiaco, la metà dei quali ha richiesto il ricovero. La riduzione dell’incidenza dello scompenso è stata costante in tutto il decennio: è infatti passata da 454,7 per 100 mila persone nel 1997 a 306,1 nel 2007 con una riduzione complessiva del 32,7 per cento. “Significa una riduzione del 3 per cento l’anno”, ha commentato il coordinatore dello studio Jack Tu, dell’Institute for Clinical Evaluative Sciences di Toronto. “Simile a quella precedentemente osservata nel caso della mortalità complessiva per malattie cardiovascolari e nell’incidenza degli infarti”.
 
“Le ragioni di questo declino […] sono complesse e non possono essere completamente spiegate dallo studio”, hanno scritto i ricercatori. “Tuttavia, crediamo che la gran parte della riduzione sia connessa al calo degli eventi ischemici. [Questi] rappresentano la principale causa di scompenso e perciò migliore prevenzione primaria (riduzione dei fumatori, migliore controllo della pressione e dello status lipidico) significa una riduzione delle complicanze associate, come appunto lo scompenso”.
 
Inoltre, il miglioramento potrebbe essere più ampio di quanto i numeri grezzi suggeriscono. L’aumento della sopravvivenza all’infarto, infatti, sarebbe potuto essere un fattore in grado di far schizzare in alto i tassi di incidenza dello scompenso. Ma così non è stato grazie alla disponibilità di tecniche in grado di preservare la funzione di pompa del cuore.
 
Ciò non toglie, tuttavia, sottolinea il team, che la mortalità per le persone che si ammalano di scompenso rimane ancora alta. Dallo studio emerge infatti che il rischio di mortalità a un anno dalla diagnosi di scompenso è del 25,2 (con una riduzione di meno di due punti percentuali rispetto a un decennio prima).
 
Dunque, concludono i ricercatori, “benché i risultati dello studio siano incoraggianti”, “la sorveglianza e la ricerca sono ancora essenziali per assicurare che la prevenzione e i trattamenti siano ottimizzati per tutti i pazienti a rischio o già affetti da scompenso”.
 
Soprattutto dal momento che “la popolazione continua a invecchiare e i fattori di rischio come diabete e obesità sono in costante aumento, soprattutto nelle persone più giovani. E questo potrebbe frenare il trend o addirittura invertirlo”.
 

21 Agosto 2012

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