I predatori dell’Asl (s)perduta

I predatori dell’Asl (s)perduta

I predatori dell’Asl (s)perduta

Gentile Direttore,
alcuni sono attratti da quello specchietto per allodole rappresentato dalle polizze sanitarie integrative (contrattuali e non). Assistiamo di fatto a una riduzione di investimenti in sanità pubblica da parte dei governi, tendenza che sta assumendo numeri preoccupanti in Italia, con il governo Meloni, passando da un 7,3% a un 6,1% del PIL.

Ed è questa una prima innegabile ricaduta di scelte in materia fiscale (tra cui flat tax ai lavoratori autonomi e condoni vari). In un simile contesto tutte le operazioni e scelte, individuali o sindacali, volte a incrementare soluzioni di polizze assicurative portano a un crescente trasferimento di risorse economiche verso le compagnie assicurative e verso la sanità privata (spesso nemmeno convenzionata con il sistema pubblico).

Non soltanto le assicurazioni tendono a non coprire più nulla dopo i 70 anni, non soltanto si vanno ad arricchire grosse lobby familiari, se non vere e proprie multinazionali, nutrite con investimenti e capitali di non chiara provenienza, su cui sarebbe utile indagare, ma la sanità privata, in quanto tale, non è soggetta agli stessi controlli e regole della sanità pubblica. E nemmeno si preoccupa di ricerca e della formazione di nuovo personale e nuovi medici come fa un sistema pubblico, in sintonia con l’Università. Le logiche sono quelle del profitto a breve termine, se non immediata scadenza.

In Gran Bretagna, in seguito a una riforma del governo conservatore (denominata “Health and Social Care Act”), dal 2012 in poi sono notevolmente aumentati i servizi di sanità affidati al sistema privato. Recenti articoli citano una ricerca inglese (pubblicata dalla rivista scientifica The Lancet), sul risultato dei mancati investimenti e delle logiche assicurative private”.

Se ne deduce che nel periodo tra il 2013 e il 2020, per ogni attività sanitaria ceduta al privato i “decessi evitabili” (quelli che si evitano grazie a interventi sanitari tempestivi) hanno subìto un incremento dello 0,38% ogni 100mila abitanti, per mancate politiche di prevenzione correlate a esami entro tempi debiti.
Sembra una cifra bassa? In un quartiere come quello di Torino Santa Rita (Circoscrizione 2), cosiddetto dei 100 mila (abitanti), significherebbe 380 morti premature in più.

Un analogo studio in Italia, effettuato da ricercatori senesi (menzionato da Marco Geddes da Filicaia, esperto di sanità pubblica e collaboratore di Saluteinternazionale) su dati esaminati nel periodo tra il 1993 e il 2003, afferma che un incremento pro capite di 100 euro in spesa pubblica equivarrebbe a una riduzione dell’1,47% della mortalità evitabile: 1470 persone (su un campione di 100mila) alle quali verrebbe evitata una morte prematura.

Non sono numeri trascurabili e sono solo la punta dell’iceberg, perché prendono in considerazione gli eventi più catastrofici, ma è saggio chiedersi: “se aumentano i morti, quanti sono i casi dei pazienti non adeguatamente gestiti?”.

Abbiamo la vista sempre troppo corta quando crediamo di recuperare qualche soldo o qualche garanzia in più dalle assicurazioni, cosa che spesso implica battaglie individuali stressanti, che non puoi fare quando sei già malato o sei vecchio. E tutto questo non ci sarà di aiuto quando arriveremo nei Pronto Soccorso e li troveremo chiusi o affollati, perché non abbiamo indotto e costretto la politica a investire saggiamente in sanità pubblica.

Provo quindi un certo sconcerto nel leggere comunicati sindacali sulla possibile estensione della “copertura” sanitaria (a pagamento) per i pensionati di talune categorie. Concordo con Rosy Bindi, quando afferma che le polizze sanitarie integrative inserite nei contratti nazionali sono state il cavallo di Troia della sanità privata rispetto alla sanità pubblica. Ma qualche riflessione autocritica dovrebbe farla anche lei, se consideriamo che le regole su attività intramurarie furono definite durante il periodo in cui Rosy Bindi era Ministro della Sanità con la Legge n.662, 23 dicembre 1996 e la Legge n. 124 del 29 aprile 1998. Le intenzioni forse erano buone, ma controproducente negli anni il risultato.

Giacché è anche e soprattutto un problema occupazionale e di investimenti nel comparto sanità, è giunto il momento che organizzazioni sindacali, movimenti vari, intellettuali e personale di tutte le categorie, organizzazioni democratiche in genere, ritornassero a tessere la tela per restituire a sanità, lavoro, retribuzioni, scuola e formazione, la priorità e l’attenzione nell’agenda e discussione politica.

Pier Paolo Calcagno

20 Febbraio 2023

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