AI non è né brutta né bella

AI non è né brutta né bella

AI non è né brutta né bella

Gentile Direttore,
questa lettera potrebbe averla scritta un operatore virtuale ChatBot: le conclusioni sono forse scontate date le premesse, e gli elementi presi in esame nel ragionamento sono noti ai più, anche ai non addetti ai lavori. Invece l’ho scritta proprio io, essere umano senziente con emozioni. Sono impaurito, a volte fiducioso, a volte arrabbiato, a volte entusiasta, a volte anche deluso…da cosa? Dall’evoluzione di un sistema che, come utente, ho visto nascere e poi, come professionista, svilupparsi e anche decrescere.

Non ho la sfera di cristallo e nessuno, salvo qualche decisore politico, l’aveva fino alla fine degli anni ’70; ma l’esperienza confortante del NHS britannico sembrava dare ragione. Lo diceva persino Michael Caine nel documentario “My Generation”: se c’è stata una Swinging London (giovane, piena di voglia di vivere e con tante speranze) è anche grazie al fatto che quei giovani per primi avevano beneficiato del NHS fin dall’infanzia.

Oggi analisi impietose di realtà ci ricordano che quel sistema sanitario pioniere sta segnando il passo, come un anziano che inciampa e si rompe il femore – spesso tragico punto di non ritorno. Data l’età anagrafica del NHS, permettetemi quest’analogia semiseria.

Eppure, la risposta territoriale carente denunciata come elemento critico nel collasso generale ci riguarda da vicino, con il nostro SSN “figlio” (anche anagraficamente) del NHS. Un figlio che però ha già molte fragilità dell’anziano pioniere. E che cerca di ripercorrere alcune esperienze tentate dal NHS, quali la telemedicina e soprattutto la galassia (o nebulosa?) dell’intelligenza artificiale (AI).

Non mi sorprendo che da sola la AI (termine generico, ma prendiamolo così per ora) non riesca a dare le risposte alle carenze del NHS. Non per questo butterei via il bambino (AI) e l’acqua sporca (sempre continuando coi paragoni generazionali): occorre studiarne il potenziale.

Il dottor Bozza mette in campo un’analisi molto “umana”, vibrante di passione proprio sull’AI. Ma essa non è che uno degli elementi del Sistema. Un’organizzazione, da manuale, è costituita dalle persone e dalle loro relazioni reciproche e con l’esterno, finalizzate all’utilizzo di mezzi e risorse per conseguire degli obiettivi.

La AI ne è un pezzo, una risorsa. Le persone (veri decisori) devono lavorare per sfruttarla meglio e migliorarla, cambiando anche il sistema intorno. La tecnologia è una risposta, ma le domande di base restano: come garantire ai cittadini la salute con appropriatezza, equità, economicità, umanità, etc.? Non partiamo dalla risposta per riformulare la domanda. Si fa sempre l’esempio del pic-nic per parlare di organizzazione: vogliamo rinunciarvi perchè l’auto strattona? Non fermiamoci: organizziamo diversamente, la tecnologia ci deve servire e non viceversa!

Sempre citando la condivisibile visione artistica del dottor Bozza, sarebbe come se il genio creativo di Michelangelo si fosse arreso prima di liberare completamente la Pietà dal blocco di marmo, solo perché si era spuntato lo scalpello. Michelangelo era triste spesso, e certamente sottopagato. Ma non si era arreso. Come tutti noi (aspiranti “artisti” del fare salutogenesi con umanità) lui non aveva la sfera di cristallo, ma vedeva cosa solo alcuni filosofi avevano immaginato e nessuno prima di allora aveva così ben esemplificato: la Pietà era già nel blocco di marmo.

Il sistema che porta salute c’è, dobbiamo tirarlo fuori, con le mani e con le macchine. AI non è né brutta né bella: è un “incompiuter” (parafrasando il compianto artista dottor Jannacci).

Se non con l’arte di Michelangelo, almeno con il coraggio del dopoguerra britannico. E di nuovo, saremo fra chi (Who) potrà cantare “It’s my generation”.

Ivan Favarin
Dott. Mag. in Scienze Infermieristiche e Ostetriche – BSc European Business with Techology – Dott. Ing. Produzione Industriale

Ivan Favarin

17 Aprile 2023

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