Alzheimer. La sfida è costruire una rete assistenziale per le persone affette da demenza

Alzheimer. La sfida è costruire una rete assistenziale per le persone affette da demenza

Alzheimer. La sfida è costruire una rete assistenziale per le persone affette da demenza

Gentile direttore,
in occasione della ricorrenza della giornata mondiale dell’Alzheimer il 21 settembre, qualche giorno prima, il 18 settembre, si è tenuto a Roma nella Sala della Protomoteca del Campidoglio il 26° Convegno della Associazione Alzheimer Uniti, realizzato in collaborazione con l’Associazione Italiana di Psicogeriatria e con il patrocinio delle Sezioni laziali dell’Associazione Italiana di Psicogeriatria e dell’Associazione Geriatri Extraospedalieri. Il convegno, come ogni anno accreditato ECM per geriatri, psichiatri, neurologi, fisiatri, medici di medicina generale, infermieri, fisioterapisti e terapisti occupazionali, si distingue, nel panorama degli eventi sulla malattia di Alzheimer e le demenze, per lo spessore scientifico e l’attenzione alle prospettive innovative ed interdisciplinari della ricerca e della terapia.

La comunità scientifica che fa capo ad Alzheimer Uniti, infatti, ed in primis la presidente emerita professoressa Luisa Bartorelli e l’attuale presidente dottor Paolo Marin, sono convinti del fatto che programmare e realizzare una rete assistenziale per le persone affette da demenza, una tipologia di malati molto complessa, costituisce una sfida che richiede un considerevole sforzo culturale e di servizio da parte delle istituzioni e un altrettanto notevole impegno da parte degli operatori e dell’intera comunità.

E lo sforzo e l’impegno devono applicarsi innanzitutto alla realtà dell’assistenza ai malati, su cui da sempre Alzheimer Uniti si esercita nel promuovere forme di accoglienza “amichevole” delle persone affette da demenza in un clima di “normalità” (la cosiddetta friendly community), nella convinzione che la loro qualità di vita e il loro destino siano legati in gran parte alle situazioni ambientali, sia familiari che sociali, e alla disponibilità di servizi adeguati e di professionalità competenti. E su questo Alzheimer Uniti svolge da molti anni un importante ruolo di messa a fuoco delle buone pratiche e di attivazione di valide connessioni.

Ma l’impegno deve applicarsi anche alle prospettive terapeutiche, ed ai nuovi paradigmi scientifici in ambito clinico e di ricerca biomedica. Ed è per questo motivo che il convegno ha inteso proporre importanti contributi in merito alle più recenti indicazioni sullo stato dell’arte della ricerca, sia dal punto di vista farmacologico che delle strategie non farmacologiche.

In questa ottica una intera sezione del convegno è stata dedicata alle “cure gentili”, su cui esiste una discreta letteratura internazionale, e rispetto alle quali Luisa Bartorelli è stata ed è tuttora una delle principali interpreti a livello italiano. Sezione nella quale sono stati presentati esempi virtuosi rispetto ai temi dell’alimentazione del malato di demenza, dell’attività fisica e mentale e del contesto di vita. Mentre un’altra sezione è stata dedicata alle questioni attualmente sul tappeto in termini di innovazione dei servizi di assistenza e cura, con particolare riguardo per il recente Patto per gli anziani non autosufficienti, per il modello delle RSA e per la cosiddetta Comunità Amica.

Le altre due sezioni del convegno hanno affrontato temi di spicco della ricerca biomedica e dello sviluppo tecnologico. L’intervento della professoressa Patrizia Mecocci, dell’Istituto di Gerontologia e Geriatria dell’Università di Perugia, ha portato interessanti dati e riflessioni sulle ricerche più recenti a livello internazionale per quanto riguarda i fattori di rischio e la prevenzione. Uno degli aspetti principali toccati è quello dei meccanismi legati alla senescenza delle cellule del cervello e dei diversi fattori di rischio che vi si collegano. Le evidenze portate al convegno sono numerose e complesse. Di particolare interesse è la conclusione cui si giunge sulla base della ricerca più recente, e cioè che corretti stili di vita rispetto a nutrizione, esercizio fisico, attività cognitiva, attività sociale, sonno ed altro ancora, possono contrastare in maniera consistente il progresso della malattia, con risultati significativi anche a parità di compromissione a livello cerebrale.

L’intervento del professor Stefano Govoni, dell’Università di Pavia, ha affrontato un tema di enorme rilevanza scientifica e di grande interesse euristico: il rapporto tra fisica quantistica e biologia, con riferimento alle patologie neuro-degenerative. A partire dalla fisica quantistica, che ”descrive in termini di probabilità statistica il comportamento dei sistemi di dimensioni atomiche o subatomiche” che sfuggono alle leggi della meccanica classica, Govoni ha presentato all’uditorio interessanti dati nell’ambito di una disciplina che può essere definita di “biologia quantistica”, dalla sintesi della clorofilla al volo degli uccelli migratori e delle farfalle, e soprattutto ha fatto riferimento a studi recentissimi di applicazione della meccanica quantistica in biomedicina, sia a livello di diagnosi che di terapia. Da questi studi emergono riflessioni di grande interesse innovativo, rispetto al ruolo della stimolazione sociale, cognitiva, olfattiva e visiva, in termini di resilienza di fronte alla malattia.

Un terzo intervento è stato dedicato al ruolo dell’intelligenza artificiale, ed il professor Giovanni Capobianco, dell’Ospedale S. Eugenio di Roma, ha riferito di esperienze volte a combattere, a partire dalle evidenze dell’osservazione clinica, due rischi, quello del “tecno-fanatismo” e quello della “purezza degli atti di cura”.

Carla Collicelli

Carla Collicelli

24 Settembre 2024

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