In meno di due secoli gli italiani hanno guadagnato 54 anni di vita. La fotografia nel nuovo report dell’Istat ‘La salute: una conquista da difendere’

In meno di due secoli gli italiani hanno guadagnato 54 anni di vita. La fotografia nel nuovo report dell’Istat ‘La salute: una conquista da difendere’

In meno di due secoli gli italiani hanno guadagnato 54 anni di vita. La fotografia nel nuovo report dell’Istat ‘La salute: una conquista da difendere’

L'analisi fotografa un'Italia in cui diminuisce la mortalità e migliora la speranza di vita. In soli dieci anni (dal 1995), la percentuale di popolazione che si descrive in “cattiva salute” è scesa dall’8% al 5,5%, con le fasce più anziane che registrano i miglioramenti più significativi. Aumentano diabete, obesità e ipertensione, ma migliorano le abitudini al fumo. IL REPORT

In Italia, ad oggi, il tasso di mortalità si colloca a circa mille decessi ogni 100 mila abitanti, con un’età mediana alla morte che è di 81,6 anni per gli uomini e 86,3 per le donne; la mortalità infantile è uno dei valori più bassi al mondo: 2,7 su mille nel 2023. I dati sono fotografati dal report Istat “La salute: una conquista da difendere e mostrano un miglioramento esponenziale delle condizioni generali di salute degli italiani nell’ultimo secolo, la cui altra faccia è mostrata nell’invecchiamento – progressivamente più sano – della popolazione.

Basti pensare che alla fine dell’Ottocento il tasso di mortalità era di 3 mila decessi per 100 mila abitanti, di cui oltre un quarto accadeva nel primo anno di vita, e l’età mediana alla morte arrivava difficilmente ai 25 anni, mentre il tasso di mortalità entro il primo anno di vita era di 230 per mille nati vivi nel 1863.

Cresce la speranza di vita: da 29 anni ad 83 in 1,5 secoli

Nel 1872, secondo Istat, l’Italia era tra quelli con la speranza di vita più bassa in Europa: soli 29,8 anni. Oggi tocca gli 83,4 anni con una non trascurabile variante territoriale: da meno di 82 anni in Campania a oltre 86 nelle Marche, con uno svantaggio di tutte le regioni più popolose del Mezzogiorno.

Tra il 1990 e il 2023 la mortalità è diminuita del 43% tra gli uomini e di quasi il 40% tra le donne, rendendo le geografie maschile e femminile sono oggi sovrapponibili: entrambemostrano livelli più elevati nel Mezzogiorno, con Campania e Sicilia nettamente distanziate dal resto del Paese, indicando come la sopravvivenza in Italia sia oggi fortemente condizionata dal territorio di residenza. Più profondamente delle differenze territoriali, sulla mortalità incidono le disuguaglianze sociali: tra gli adulti di almeno trent’anni, quelli con bassa istruzione hanno una mortalità di circa il 40% più elevata rispetto a quelli con istruzione elevata.

Una popolazione “in salute”, specie tra gli anziani

In generale, nonostante l’invecchiamento generale, la popolazione italiana si percepisce in buona salute. In soli dieci anni (dal 1995), la percentuale di popolazione che si descrive in “cattiva salute” è scesa dall’8% al 5,5%, con le fasce più anziane che registrano i miglioramenti più significativi.

Nel 2025 il 28% delle donne con oltre 85 anni ha dichiarato di stare “male” o “molto male”, dieci anni fa erano il doppio; tra gli uomini over 85 la quota è scesa dal 39,5% al 17,2%. Il progresso al 2025 è stato maggiore al Nord e minore nel Mezzogiorno, confermando il quadro osservato per la mortalità; si sono invece notevolmente ridotte le differenze per titolo di studio (anch’esse standardizzate), grazie alla forte diminuzione della prevalenza nella componente con bassa istruzione, inizialmente molto sfavorita.

Cambiano le minacce alla salute: crescono tumori e scendono le malattie infettive

Cambiano anche radicalmente le cause di morte e le minacce di salute. Se a inizio Novecento le malattie infettive (colera, tubercolosi, malaria) erano responsabili del 30% dei decessi totali e di un altro 30% le malattie dell’apparato respiratorio, oggi sono invece cresciute le malattie cronico-degenerative: i tumori sono passati dal 2–3% dei decessi alla fine del XIX secolo al 26,3% nel 2023, e le malattie cardiovascolari dal 6–8% al 30%, diventando dalla seconda metà del Novecento la principale causa di morte.

Dopo l’arrivo di sulfamidici e antibiotici, la parabola discendente delle malattie infettive e respiratorie si è arrestata brevemente solo nel 1918-19 per la pandemia da influenza spagnola e, ancora, nel 2020 dove il Covid-19 è stato responsabile del 12,4% dei decessi.

Multimorbilità e patologie cronico-degenerative: le minacce dell’attualità

Sono aumentate le patologie cronico-degenerative e la multimorbilità (oltre 2 patologie nella stessa persona simultaneamente), che rappresentano la sfida per i paesi “ad elevato invecchiamento” come è l’Italia. Nel 2025 la multimorbilità caratterizzava 13 milioni di persone, oltre il 39% over 75.

Di pari passo è aumentata la diffusione di diabete e obesità, oltre che ipertensione. Nel 2025 il 6,4% della popolazione era affetto da diabete (nel 1980 era il 2,9%), e l’11,6% da obesità (5,9% nel 1990), con una maggiore prevalenza negli uomini, meno istruiti e residenti al Sud. Gli ipertesi erano il 18,9% (6,4% nel 1980) e non sono solo anziani: probabilmente grazie ai progressi delle diagnosi e alla diffusione della prevenzione, ma sono in aumento anche stili di vita poco salutari.

Miglioramenti sul fumo 

Di contro, tra il 1995 e il 2025 si è ridotta considerevolmente la diffusione di artrosi e artrite, quasi dimezzandosi al netto dell’invecchiamento della popolazione (prevalenze standardizzate), e si notano netti miglioramenti nella diffusione di patologie legate all’abitudine al fumo, come la bronchite cronica: nel 1980 interessava oltre 4 milioni di persone (di cui più dei 2/3 uomini) e nel 2025 soli 2 milioni, senza differenze di genere, soprattutto per la forte riduzione dei fumatori uomini.

Infine, una riflessione importante va dedicata al fumo. Nel 2025 si dichiara fumatore il 22,9% degli uomini italiani (era il 54,3% nel 1980); Tra le donne la quota di fumatrici, già molto più bassa rispetto ai coetanei (16,7%), è diminuita al 15,9%. Il 16,5% dei giovani (18-34 anni) però, dichiara di fare uso congiunto della sigaretta elettronica e del tabacco riscaldato non bruciato. L’Italia resta comunque al di sotto della media dell’Unione europea per popolazione che fuma abitualmente, che si stanziava al 17% nel 2019.

Gloria Frezza

07 Aprile 2026

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