Il 45% degli aborti nel mondo non è sicuro secondo l’Organizzazione mondiale della sanità. Cioè viene praticato con procedure che mettono a rischio la vita e la salute delle donne. Ma anche laddove le pratiche non mettono a rischio delle donne, come in Italia, si può assistere ancora a limitazioni importanti sia per quanto riguarda l’accesso all’Ivg, sia in riferimento alle tecnologie alle procedure usate. Lo sottolinea l’Associazione Luca Coscioni, che in occasione della “Giornata internazionale dell’aborto sicuro”, che si celebra oggi, richiama l’attenzione sulla necessità di insistere ancora sulla sicurezza, ma anche sugli altri aspetti connessi e non sempre esercitabili nel nostro Paese.
Nel mondo, spiega l’Associazione, “tra il 4,7% e il 13,2% delle morti correlate alla gravidanza è attribuibile ad aborti non sicuro (13.865-38.940 morti annui)”. In Italia, “la legge 194 ha permesso l’accesso a procedure sicure ma, a quasi 50 anni dalla sua approvazione, non è ancora applicata e i dati delle relazioni attuative sono sempre vecchi, aggregati per medie regionali e poco utili (qui le domande e risposte su Mai dati, per avere dati aperti sulla 194)”.
In particolare, dal 2020 l’aggiornamento delle linee di indirizzo ministeriali per l’aborto farmacologico prevede la possibilità di eseguire l’aborto farmacologico senza ricovero ospedaliero, anche in consultorio, prendendo il secondo farmaco a casa. “L’aborto farmacologico è sicuro, il ricovero non è necessario, non ne aumenta la sicurezza e anzi comporta un potenziale rischio di infezioni che dovrebbe essere evitato. Ma, dopo 6 anni dalle linee di indirizzo, pochissime Regioni garantiscono davvero questa possibilità”, sottolinea l’Associazione. “Questo ostacola il diritto di scegliere da parte delle donne e causa uno spreco di risorse sanitarie”.
Questo anche perché, sostiene l’Associazione, “permane questa visione moralistica e paternalistica dell’aborto volontario per cui abortire sarebbe sempre e necessariamente un dramma e una scelta così dolorosa per le donne da rendere per loro difficile perfino prendere il secondo farmaco da sole a casa propria o dove preferiscono”.
“Nel prossimo Congresso dell’Associazione Luca Coscioni”, a Napoli, “rilanceremo la campagna Aborto senza ricovero. Anche in Campania, dove, nonostante i proclami mediatici, le criticità sono evidenti: ci sono voluti quasi tre anni per il recepimento delle nuove linee di indirizzo (la delibera regionale è di dicembre 2023) e due e mezzo per definire del protocollo operativo (aprile 2026), che non è ancora stato messo in pratica”, commentano Anna Pompili, ginecologa e Consigliera generale dell’Associazione Luca Coscioni per la libertà di ricerca scientifica APS, Mirella Parachini, ginecologa e Vice-segretaria dell’Associazione Luca Coscioni e Chiara Lalli, bioeticista e Consigliera generale dell’Associazione Luca Coscioni.
L’Associazione Luca Coscioni ricorda gli obiettivi della campagna Aborto senza ricovero: “Garantire alle donne il diritto di scelta e applicare il principio dell’appropriatezza delle prestazioni sanitarie, che non deve essere subordinato agli orientamenti moralistici dei consigli e delle giunte regionali”.
La garanzia dell’aborto farmacologico permetterebbe, secondo l’Associazione, anche di superare le difficoltà di accesso nelle aree con maggiori percentuali di obiezione di coscienza.
“Le donne dovrebbero poter essere libere di: accedere all’aborto farmacologico entro le prime 9 settimane di gestazione, effettuare la procedura in consultorio o in ambulatorio, assumere il secondo farmaco a casa”.