Ssn, senza il riconoscimento della multiprofessionalità non può esserci sostenibilità dei processi sanitari

Ssn, senza il riconoscimento della multiprofessionalità non può esserci sostenibilità dei processi sanitari

Ssn, senza il riconoscimento della multiprofessionalità non può esserci sostenibilità dei processi sanitari

Gentile Direttore, ho letto con interesse l’articolo pubblicato su Quotidiano Sanità relativo alle richieste avanzate dalle Regioni in vista della prossima Manovra: maggiori risorse per il Ssn, superamento dei tetti alla spesa per il personale, interventi sulle retribuzioni di medici e infermieri e ulteriori finanziamenti...

Gentile Direttore,
ho letto con interesse l’articolo pubblicato su Quotidiano Sanità relativo alle richieste avanzate dalle Regioni in vista della prossima Manovra: maggiori risorse per il Servizio sanitario nazionale, superamento dei tetti alla spesa per il personale, interventi sulle retribuzioni di medici e infermieri e ulteriori finanziamenti per farmaci e terapie innovative.

Sono proposte ancora oggetto di confronto istituzionale, ma offrono l’occasione per una riflessione che ritengo non più rinviabile.

Non è in discussione la necessità di valorizzare medici e infermieri, professionisti sui quali grava una parte fondamentale della tenuta del SSN. Il problema nasce quando il racconto della sanità pubblica – e progressivamente anche le politiche che ne derivano – sembra esaurirsi in queste due componenti.

Il Servizio sanitario nazionale è, invece, un sistema profondamente multiprofessionale.

Tecnici sanitari di radiologia medica e di laboratorio biomedico, fisioterapisti, logopedisti, tecnici della prevenzione, assistenti sanitari, dietisti, terapisti occupazionali, educatori professionali, tecnici di neurofisiopatologia, ortottisti, podologi e le altre professioni sanitarie dell’area tecnica, della riabilitazione e della prevenzione partecipano quotidianamente alla produzione dei Livelli Essenziali di Assistenza.

Non rappresentano attività accessorie al processo sanitario: sono parte del processo.

Una TAC può essere acquistata, ma senza il professionista che la utilizza non produce una prestazione. Un laboratorio può essere tecnologicamente avanzato, ma senza professionisti qualificati non produce diagnostica. Una rete territoriale può essere finanziata e costruita, ma senza riabilitazione, prevenzione, assistenza tecnica e professionisti in numero adeguato rischia di rimanere soltanto un modello organizzativo sulla carta.

È per questo che il tema non dovrebbe essere posto come una rivendicazione corporativa: “se vengono riconosciuti medici e infermieri, devono esserlo anche gli altri”.

La domanda dovrebbe essere molto più seria: può essere sostenibile una politica del personale sanitario che non analizzi contestualmente tutte le professioni necessarie alla produzione dei servizi?

Se vogliamo realmente parlare di sostenibilità del SSN, dovremmo conoscere, professione per professione, il fabbisogno necessario a garantire i LEA, le carenze di organico, il turnover previsto, la capacità di reclutamento, le differenze retributive rispetto agli altri Paesi europei, l’evoluzione delle competenze e soprattutto i colli di bottiglia che la carenza di una singola professione può determinare lungo l’intero percorso assistenziale.

Perché un sistema complesso non si blocca necessariamente dove manca il maggior numero di professionisti. Si blocca anche dove manca quel professionista indispensabile affinché il processo possa proseguire.

La stessa trasformazione digitale e tecnologica della sanità rende questo tema ancora più evidente. Investiamo correttamente in apparecchiature, digitalizzazione, telemedicina, diagnostica, Case e Ospedali di Comunità. Ma ogni investimento tecnologico produce salute soltanto quando incontra competenze professionali capaci di trasformarlo in una prestazione.

Il punto, quindi, non è sottrarre risorse o riconoscimenti a qualcuno.

È chiedere che la programmazione nazionale inizi finalmente a leggere il SSN per quello che realmente è: una filiera assistenziale nella quale professioni diverse, con responsabilità e competenze differenti, concorrono allo stesso risultato di salute.

Forse la prossima Manovra potrebbe essere l’occasione per cambiare prospettiva: non individuare prima le professioni da valorizzare, ma partire dai processi sanitari, misurarne i fabbisogni e riconoscere conseguentemente tutti i professionisti necessari a garantirli.

Non sarebbe soltanto una questione di equità professionale.

Sarebbe, prima ancora, una questione di sostenibilità del Servizio sanitario nazionale.

Marco Ignazio Renzo
Amministratore di Sistema RIS-PACS
Dipartimento di Scienze Radiologiche-ASP Siracusa

30 Settembre 2026

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