Gentile Direttore,
l’incremento delle risorse si trasforma davvero in una maggiore capacità di produrre salute?
Ogni volta che si dibatte in merito al finanziamento del servizio sanitario pubblico, a mio avviso, si rischia di cadere una contrapposizione tra due modi di narrare la stessa realtà con argomentazioni semplicistiche.
Da una parte si racconta di una sanità continuamente definanziata e dall’altra invece si parla di un sistema che avendo più risorse rispetto agli anni precedenti, deve necessariamente stare meglio. Io credo che i numeri meritino maggiore attenzione, infatti se è vero che il finanziamento del servizio sanitario nazionale è cresciuto, è anche vero che il rapporto tra spesa sanitaria e Pil non è sufficiente a descrivere lo stato di salute dei cittadini. Infatti, da nessuna di queste considerazioni e dalle constatazioni che ne conseguono non deriva automaticamente il fatto che le risorse siano adeguate.
E allora in realtà la questione è proprio questa: quanto dell’incremento delle risorse si trasforma davvero in una maggiore capacità di produrre salute ovvero di migliorare la nostra offerta?
Perché è evidente che un miliardo in più destinato alla sanità non equivale necessariamente a un miliardo in più di assistenza.
C’è l’inflazione o i rinnovi contrattuali che incrementano i costi, c’è anche l’aumento dei prezzi dei farmaci o dei dispositivi, si devono acquistare nuove attrezzature e i maggiori costi dei servizi assorbono una parte rilevante degli incrementi. E nello stesso periodo crescono i bisogni perché la popolazione invecchia, aumentano i costi per cronicità e fragilità, l’innovazione rende disponibili terapie straordinarie ma costose e la carenza di professionisti limita la capacità produttiva anche quando le risorse economiche sono disponibili. Quindi continuare a discutere esclusivamente di percentuale di PIL o di miliardi aggiunti al Fondo per la sanità ci fa solo perdere di vista il problema.
Invece la sostenibilità del SSN dovrebbe essere misurata attraverso ciò che il sistema riesce concretamente a restituire ai cittadini: prevenzione, accessibilità, tempestività delle diagnosi, appropriatezza delle cure, continuità assistenziale, riduzione delle disuguaglianze e migliori esiti di salute.
E c’è un’altra risorsa di cui dovremmo cominciare a tenere conto: il tempo. Il tempo che un cittadino perde aspettando una visita, quello trascorso inutilmente in ospedale, quello sottratto ai professionisti da procedure ripetitive, quello che una buona organizzazione può invece riconsegnare alla cura.
La domanda giusta quindi non è se spendiamo più o meno dell’anno precedente. E non è neanche se spendiamo più o meno degli altri Paesi europei.
La domanda è differente e più complessa, ovvero se le risorse che investiamo sono sufficienti rispetto ai bisogni e, soprattutto, quanto valore di salute siamo capaci di generare con le risorse disponibili. Perché il SSN non è sostenibile semplicemente se riesce a finanziare la propria spesa. È sostenibile se e quando riesce a trasformare le risorse disponibili, quelle economiche, professionali e tecnologiche, in salute, equità e tempo restituito. Ed è su questo terreno, molto più che sulla battaglia dei numeri, che dovrebbe misurarsi il futuro del nostro SSN.
Angelo Aliquò
Dg Aou San Camillo Forlanini di Roma