Le infezioni periprotesiche rappresentano ancora oggi una delle complicanze più gravi e temute dopo un intervento di sostituzione del ginocchio. Un recente studio internazionale pubblicato sull’Orthopedic Review analizza le strategie preoperatorie più efficaci per ridurre il rischio di infezione e migliorare gli esiti dell’intervento.
La ricerca vede come primo autore Hassan Zmerly, Professore Associato presso la Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università degli studi Link Campus di Roma e co-responsabile del reparto di Ortopedia presso San Pier Damiano Hospital di Faenza, insieme agli specialisti del reparto di Medicina e della Direzione sanitaria della struttura faentina.
Lo studio, dal titolo Preoperative Optimization Strategies to Reduce Periprosthetic Joint Infection Following Total Knee Arthroplasty: A Narrative Review, evidenzia come una preparazione multidisciplinare del paziente prima dell’intervento possa diminuire significativamente il rischio di infezioni, complicanze post-operatorie, durata del ricovero e tempi di recupero.
“L’intervento di protesi articolare è uno dei maggiori successi dell’ortopedia moderna, ma l’infezione rappresenta ancora la complicanza più temibile – spiega il professor Hassan Zmerly –. Quando si verifica un’infezione, il paziente può essere costretto ad affrontare mesi di cure, ulteriori interventi chirurgici e un percorso di recupero molto complesso. Per questo la prevenzione resta l’arma più importante che abbiamo a disposizione”.
I numeri
Secondo i dati riportati, l’infezione periprotesica interessa circa l’1-2% delle protesi primarie di ginocchio, ma può arrivare fino al 10% negli interventi di revisione.
Lo studio identifica numerosi fattori di rischio modificabili prima dell’intervento. Tra questi figurano il controllo di diabete, anemia e altre patologie croniche, la gestione dell’obesità e della malnutrizione, la sospensione del fumo, la riduzione del consumo di alcol, il contrasto della sarcopenia attraverso attività fisica mirata, lo screening batterico con eventuale decolonizzazione e la valutazione di eventuali infiltrazioni articolari effettuate nei mesi precedenti l’operazione.
Il peso corporeo
Tra i risultati più significativi emerge il ruolo del peso corporeo: nei pazienti con indice di massa corporea (BMI) superiore a 40 il rischio di infezione aumenta di oltre tre volte, mentre nei soggetti con BMI superiore a 50 può arrivare a essere fino a 21 volte più elevato rispetto ai pazienti normopeso. Anche l’artrite reumatoide aumenta il rischio di circa il 60%, mentre l’anemia quasi raddoppia l’incidenza delle infezioni periprotesiche.
“Appena viene posta l’indicazione chirurgica, è fondamentale avviare un percorso di ottimizzazione del paziente – sottolinea Zmerly –. Bisogna valutare accuratamente eventuali infezioni pregresse, controllare le comorbidità, correggere l’anemia, migliorare lo stato nutrizionale e l’idratazione, rafforzare la muscolatura e ridurre tutti quei fattori che possono compromettere la capacità dell’organismo di difendersi da un’infezione”.
Lo screening e la decolonizzazione
Particolare attenzione viene dedicata allo screening nasale per Staphylococcus aureus: la ricerca conferma che la decolonizzazione con mupirocina e clorexidina riduce il rischio di infezioni chirurgiche e della protesi.
Gli autori raccomandano inoltre la cessazione del fumo almeno quattro settimane prima dell’intervento, e invitano a evitare infiltrazioni intra-articolari nel periodo che precede la chirurgia, poiché associate a un aumento del rischio infettivo.
Il percorso multidisciplinare
Lo studio evidenzia anche l’importanza della collaborazione tra specialisti ortopedici, fisiatri e anestesisti, medici di medicina generale, fisioterapisti, infettivologi e pazienti stessi, in un percorso condiviso di preparazione all’intervento che fa parte della procedura Fast-Track adottata dalla struttura faentina, e che mira a ottimizzare il recupero dopo gli interventi di chirurgia protesica.
“Questo lavoro è particolarmente importante perché non riguarda soltanto l’aspetto scientifico, ma ha un impatto concreto sulla comunità – commenta il professore –. Un’infezione dopo una protesi comporta costi sanitari elevati, un peso enorme per il paziente e per i familiari e, nei casi più gravi, può mettere a rischio la vita stessa della persona. Ridurre queste complicanze significa migliorare la qualità delle cure e tutelare l’intera collettività. Molti dei fattori che favoriscono le infezioni dopo una protesi di ginocchio possono essere identificati e corretti prima dell’intervento. Una preparazione accurata e personalizzata del paziente rappresenta quindi uno degli strumenti più efficaci per migliorare la sopravvivenza dell’impianto nel tempo” conclude Zmerly.