Gentile Direttore,
Le scrivo nella mia veste di presidente di UNPIT (Unione Nazionale Pensionati per l’Italia). La nostra associazione riunisce soci in pensione e/o in attività lavorativa che in pensione lo saranno domani. I soci provengono da quasi tutti i settori produttivi dove hanno ricoperto posizioni di alta professionalità. Tuttavia sulla vostra testata giornalistica desidero evidenziare il disagio che accomuna tutti i lavoratori sanitari sia nel settore pubblico che privato; il poco rispetto del loro sacrificio e del loro impegno quotidiano, al loro preoccupazione per le loro pensioni, il loro scoramento per come ci si è dimenticati troppo presto del loro aiuto nel periodo della pandemia.
Noi di Unpit diamo sostegno ancora oggi alle famiglie dei medici deceduti nel combattere il covid. Lo Stato vessa continuamente il settore sanitario e con la politica lo inquina. Lo inquina a tal punto da influire in modo precipuo sulle nomine dirigenziali. La Sanità è un Valore, non è un costo, è un investimento. Una volta, e io ero medico e lo testimonio con la mia esperienza di lavoro di oltre 40 anni, era il primario che poteva fare scelte oculate per il suo dipartimento. Ora sono dei dirigenti che decidono tagli solo per prendere il loro benefit a fine mandato, tagli non oculati, ma solo per il loro budget personale, senza tenere conto di strategie a lungo termine utili al Bene Comune e al buon funzionamento e ad una sana ed oculata razionalizzazione ed equa distribuzione delle risorse per migliorare i servizi sanitari ai cittadini, per pagare meglio il personale.
Come UNPIT ci siamo mobilitati sia in questo periodo che in passato per dimostrare che il sistema sanitario italiano ha una struttura che altri Paesi ci invidiano come impostazione e ci battiamo perché sia riconosciuto il valore delle strutture pubbliche che sono ancora oggi un’eccellenza a livello europeo. Siamo favorevoli alla cooperazione tra strutture sanitarie pubbliche e private ma senza la penalizzazione dei lavoratori e ci battiamo per la pensione. Oggigiorno chi lavora nel settore privato, soprattutto se è giovane, lavora a cottimo, con contratti a tempo determinato o a partita iva e spesso sottopagato e con turni pesanti; chi lavora nelle strutture pubbliche non è tutelato, è penalizzato dalla carenza di personale. Tutti i lavoratori del settore sanitario lavorano con passione e con dedizione eppure le loro pensioni sono tassate in modo eccessivo.
A metà gennaio del prossimo anno la Corte Costituzionale si riunirà nuovamente per affrontare il problema del pagamento dilazionato del Tfr nel settore del pubblico impiego a distanza di un anno, due, tre e, in alcune circostanze, addirittura a 4, 5 anni, senza interessi e senza rivalutazione. Dilazione peraltro dichiarata illegittima dalla Corte. Il neo pensionato deve aspettare a prendere il Tfr, ma attenzione il Tfr non è una regalia, il Tfr è la restituzione di soldi versati mensilmente dal pubblico lavoratore, sono soldi del lavoratore, esattamente il 6,91% della retribuzione annua lorda più le rivalutazioni: fissa all’1,5% più il 75% dell’aumento dell’indice ISTAT (non il 100%!!!).
E qui una logica domanda: “dove sono andati a finire questi nostri soldi?” e come fanno i giovani ad avere fiducia in uno Stato che cambia le regole in itinere e che penalizza chi è onesto e versa i contributi durante tutta una vita di lavoro onesto? In Italia l’assistenza deve essere separata dalla previdenza. Ora i giovani sanitari devono farsi subito una pensione integrativa, ma quanto a distanza di anni sarà il suo effettivo potere di acquisto? Il potere di acquisto dei pensionati è diminuito, urge una rivalutazione dell’assegno di pensione per la svalutazione intervenuta nell’anno in corso e un Patto sociale che rispetti i diritti dei pensionati e dei futuri neopensionati.
prof. Marco Perelli Ercolini, presidente di UNPIT