Per molti pazienti il radiologo è ancora un medico senza volto. È il nome in fondo a un referto, lo specialista che osserva immagini su uno schermo e restituisce una risposta scritta. Si conosce la macchina che esegue l’esame, molto meno il medico che ne governa l’impiego e ne interpreta i risultati. Eppure, prima e dopo una TAC, una risonanza magnetica o un’ecografia, ci sono domande alle quali proprio il radiologo può dare un contributo decisivo: questo esame è davvero utile? È quello più adatto? Che cosa significa il risultato? Occorrono altri accertamenti?
L’immagine del «radiologo invisibile» racconta questa distanza tra il peso clinico della professione e la percezione che ne ha il cittadino. Una distanza che diventa concreta quando il paziente affronta un’indagine senza comprenderne bene lo scopo oppure riceve un referto di cui fatica a interpretare il linguaggio. In entrambi i casi manca un passaggio di relazione: un incontro nel quale la competenza specialistica possa tradursi in ascolto, spiegazione e orientamento. Rendere possibile questo incontro significa riconoscere che il percorso radiologico comincia prima dell’acquisizione delle immagini e continua dopo la loro interpretazione.
A questa esigenza si affianca un problema che occupa quotidianamente il dibattito pubblico: le liste di attesa. La risposta più immediata è aumentare il numero degli esami, estendere gli orari, utilizzare maggiormente le apparecchiature. Sono interventi necessari in molte realtà, ma da soli rischiano di inseguire una domanda che continua a crescere. Occorre interrogarsi anche su quali prestazioni vengano richieste, per quale problema e con quale beneficio atteso. Ogni posto disponibile dovrebbe rappresentare un’occasione diagnostica utile per il paziente che lo occupa. Quando questo non accade, anche l’accesso degli altri può risentirne.
Le cause delle attese sono molteplici: carenza di personale, distribuzione disomogenea delle risorse, difficoltà organizzative e disponibilità insufficiente rispetto ai bisogni. Dentro questo quadro trova spazio anche l’inappropriatezza prescrittiva. Un esame già eseguito, un controllo anticipato senza una motivazione clinica, una metodica poco adatta alla domanda possono impegnare tempo e risorse senza offrire un vantaggio concreto. Affrontare il problema richiede collaborazione, evitando di trasformarlo in una ricerca di responsabilità individuali. Il prescrittore può avere bisogno di un confronto specialistico; il paziente può chiedere un accertamento perché preoccupato; il sistema può favorire la ripetizione anziché la condivisione delle informazioni.
Da questi due bisogni, migliorare la relazione con il paziente e qualificare la domanda di esami, nasce la proposta di un progetto pilota fra l’assessorato alla sanità della Regione Marche e i radiologi marchigiani: rafforzare il personale di radiologia con la assunzione di 14 radiologi per attivare uno “sportello di ascolto” in ciascun Dipartimento di Radiologia collegato a una vera attività di visita radiologica. L’idea rivoluzionaria è offrire un luogo riconoscibile, un ambulatorio all’interno degli spazi della radiologia nel quale il cittadino possa trovare competenza clinica e ricevere indicazioni comprensibili. La visita darebbe una forma organizzata a un lavoro che molti radiologi già svolgono, ma spesso in modo occasionale, tra un esame e l’altro, senza tempi riservati e senza un percorso di accesso chiaramente definito.
Lo sportello sarebbe la porta di ingresso di questo servizio. Nella fase di prenotazione, un’équipe radiologica dedicata raccoglie la richiesta, verifica la documentazione disponibile e individua le situazioni che richiedono una valutazione del radiologo che a questo punto accoglie il paziente per cercare di risolvere al meglio il problema clinico. Una prescrizione poco chiara, la presenza di esami recenti o il dubbio sulla metodica da utilizzare diventerebbero occasioni di confronto prima di occupare un posto in agenda. Servono criteri semplici, personale formato e collegamenti efficaci con i medici prescrittori. La funzione dello sportello sarebbe accompagnare la domanda verso una risposta adeguata, rendendo più facile orientarsi in un percorso spesso frammentato.
Il momento clinico centrale è la visita radiologica prima dell’esame, da riservare a indagini di secondo livello ad alta complessità o a quelle situazioni nelle quali l‘intervento dello specialista può realmente incidere sulla scelta diagnostica o sull’opzione terapeutica. In accordo con il prescrittore, si concorda di confermare la richiesta di esame o viceversa si suggerisce una metodica diversa, si rivede la tempistica o si riconoscono elementi che richiedono una valutazione più rapida. L’interazione diretta radiologo-paziente diventa elemento fondamentale nel processo assistenziale identificandosi come tempo di cura.
Per il paziente questo passaggio avrebbe un significato preciso: comprendere perché gli venga proposto un determinato accertamento e che cosa ci si possa attendere. Le tecnologie diagnostiche possono essere percepite come strumenti capaci di vedere tutto e sciogliere ogni dubbio. Spiegarne possibilità e limiti aiuta a costruire aspettative realistiche. Consente anche di affrontare timori, chiarire aspetti della preparazione e riconoscere eventuali difficoltà che potrebbero compromettere l’esecuzione. La qualità dell’esame dipende anche dalla qualità del percorso che lo precede. Un paziente informato può partecipare con maggiore consapevolezza a ciò che sta per affrontare.
Altrettanto importante è ciò che accade dopo l’indagine. Il referto è un documento medico indispensabile, ma il suo linguaggio non sempre è accessibile a chi lo riceve. Una formula dubitativa può essere interpretata come una diagnosi grave; un reperto occasionale può diventare il centro di una preoccupazione sproporzionata; l’indicazione a un controllo può lasciare incerti sul motivo e sull’urgenza. Il paziente torna a casa con una risposta scritta e, talvolta, con più domande di prima. In questo spazio possono crescere ansia, ricerche disordinate di informazioni e richieste di ulteriori accertamenti.
Anche un risultato negativo merita, in alcune circostanze, una spiegazione: occorre capire che cosa l’indagine abbia escluso e quali siano i suoi limiti. Le indicazioni dovrebbero essere condivise con il curante, perché il risultato radiologico trovi il proprio posto nella storia e nelle decisioni assistenziali di quella persona.
Una comunicazione comprensibile può aiutare il paziente a seguire correttamente i controlli indicati e a evitare interpretazioni che lo spingano a ripetere esami senza una ragione chiara. Anche il medico curante potrebbe beneficiare di indicazioni più contestualizzate e di un confronto diretto nei casi complessi. Si costruirebbe così una maggiore continuità tra richiesta, esecuzione e utilizzo del risultato. Il possibile effetto sulle prestazioni successive andrebbe verificato, ma il beneficio atteso è già ben definibile: rendere ogni passaggio più comprensibile e ogni scelta meglio motivata.
La visita radiologica dopo l’esame permetterebbe quindi di restituire al referto il suo significato clinico e al radiologo riacquistare il proprio ruolo nel processo diagnostico terapeutico del paziente.
È in questo modello che il radiologo clinico manifesta tutta la sua competenza rendendo esplicita la sua responsabilità e valorizzando allo stesso tempo una dimensione della disciplina che l’attenzione alle apparecchiature tende a lasciare sullo sfondo. Il rapporto con il prescrittore e con gli altri specialisti resta essenziale: la visita radiologica sarebbe un punto di raccordo, capace di collegare le informazioni e favorire scelte condivise. E il paziente potrebbe finalmente riconoscere il medico dietro le immagini.
Perché la proposta funzioni, tuttavia, servono condizioni organizzative concrete. Il rafforzamento del personale è parte integrante del progetto: aggiungere colloqui a giornate già sature rischierebbe di sottrarre tempo ad altre attività e allungare ulteriormente le attese. Occorrono agende dedicate, responsabilità definite, modalità di accesso comprensibili.
La visita andrebbe quindi proposta secondo il bisogno, concentrando l’impegno dove può cambiare una decisione o risolvere una difficoltà di comprensione. Non tutti gli esami richiedono un colloquio strutturato prima e dopo. Un percorso ben disegnato dovrebbe riconoscere le situazioni più complesse e offrire risposte proporzionate, mantenendo semplice l’accesso alle prestazioni ordinarie. Anche il tempo dedicato all’ascolto deve essere organizzato con attenzione: la sua indiscussa utilità dipende dalla capacità di inserirlo nel lavoro quotidiano senza creare passaggi ridondanti. Questa sarebbe una delle principali sfide della sperimentazione, da affrontare insieme agli operatori e ai pazienti.
Il progetto pilota nato dalla collaborazione tra l’Assessorato alla Sanità della Regione Marche, con l’assessore Paolo Calcinaro, e i radiologi marchigiani, coordinati dal professor Andrea Giovagnoni ha quindi come obiettivo principale, ambizioso, costruire un modello “marchigiano” eventualmente da estendere alle radiologie di tutta Italia: rendere la visita radiologica un atto medico riconosciuto e strutturato, valorizzando il contributo insostituibile dello specialista nella scelta dell’esame e nella comprensione dei risultati.
La sfida è dare piena espressione clinica alla potenza della tecnologia. Le apparecchiature producono immagini; il medico le trasforma in risposte, le collega alla storia del paziente e contribuisce a decidere come proseguire. In questo passaggio si afferma il valore della visita radiologica: un atto medico infungibile, indispensabile per assicurare l’impiego più appropriato ed efficace delle risorse diagnostiche e contribuire a ridurre le liste di attesa.
Dalle Marche può così partire un cambiamento che riguarda l’intero sistema sanitario: riconoscere nel tempo dell’ascolto e della valutazione clinica un investimento capace di migliorare le cure e liberare disponibilità per chi ne ha bisogno. Perché dietro ogni immagine c’è una persona. E prima e dopo ogni esame deve esserci un medico.
Prof. Andrea Giovagnoni
Past President SIRM
Direttore del Dipartimento di Scienze Radiologiche
Az. Ospedaliero-Universitaria della Marche – Ancona
Università Politecnica delle Marche