L’Italia continua a essere uno dei Paesi più longevi al mondo, con una speranza di vita che raggiunge nuovi massimi storici e una mortalità evitabile nettamente inferiore alla media europea. Ma dietro questi risultati si nascondono criticità importanti sul fronte dell’accesso alle cure, della disponibilità di personale sanitario e delle disuguaglianze territoriali.
È un quadro a due velocità quello che emerge dal Rapporto sul Benessere equo e sostenibile (BES) 2026 dell’Istat, che dedica ampio spazio alle condizioni di salute della popolazione e alla qualità dei servizi sanitari.
Da una parte aumentano gli anni di vita, migliora la sopravvivenza e si rafforza progressivamente l’assistenza domiciliare. Dall’altra, oltre 5,6 milioni di cittadini dichiarano di aver rinunciato ad almeno una prestazione sanitaria nell’ultimo anno, più della metà dei medici di medicina generale supera la soglia dei 1.500 assistiti e la mobilità ospedaliera continua a mantenersi su livelli storicamente elevati.
Un insieme di indicatori che restituisce l’immagine di un Paese capace di raggiungere risultati sanitari importanti, ma che fatica a garantire le stesse opportunità di salute e di accesso all’assistenza a tutti i cittadini.
Oltre 5,6 milioni di italiani rinunciano alle cure: pesano liste d’attesa e costi
Uno dei dati più significativi riguarda la rinuncia alle prestazioni sanitarie.
Nel 2025 il 9,6% della popolazione, pari a oltre 5,6 milioni di persone, ha dichiarato di aver rinunciato ad almeno una visita specialistica o a un accertamento diagnostico, pur avendone bisogno. Il dato è stabile rispetto al 2024, ma rimane nettamente superiore ai livelli precedenti alla pandemia.
La prima motivazione è rappresentata dalle lunghe liste d’attesa, indicate dal 6,5% della popolazione, seguite dalle difficoltà economiche, che riguardano il 5,2%. Più contenuta la quota di chi rinuncia per la difficoltà di raggiungere le strutture sanitarie o per problemi organizzativi, pari all’1,4%. Le motivazioni possono sovrapporsi.
Il fenomeno interessa maggiormente le donne: l’11,2% ha rinunciato a una prestazione contro l’8,1% degli uomini. Il divario è particolarmente evidente tra i 35 e i 44 anni, quando le percentuali raggiungono rispettivamente il 14,3% e l’8,9%.
Sul territorio nazionale emergono differenze importanti. Nel Nord la quota di rinunce scende dal 9,2% all’8,7%, mentre rimane stabile al Centro (10,7%) e nel Mezzogiorno (10,3%).
È però la Sardegna a registrare la situazione più critica, con il 19,5% della popolazione che ha rinunciato alle cure, in aumento rispetto al 17,2% del 2024. Valori elevati si osservano anche nel Lazio (12,1%) e nelle Marche (12%), mentre le percentuali risultano più contenute nella Provincia autonoma di Bolzano (5,3%), in quella di Trento (5,4%) e in Valle d’Aosta (6%).
Anche il livello di istruzione incide sulle possibilità di accesso. Tra gli ultrasessantacinquenni del Mezzogiorno la rinuncia riguarda il 14,1% delle persone meno istruite, contro l’8,7% di quelle con un titolo di studio più elevato.
Il dato conferma come la difficoltà di ottenere prestazioni sanitarie non sia soltanto un problema organizzativo, ma costituisca anche un fattore di disuguaglianza sociale.
Medici di famiglia: il 54,5% supera i 1.500 assistiti
Un altro segnale di criticità riguarda la medicina generale.
Secondo il Rapporto, nel 2024 il 54,5% dei medici di medicina generale aveva più di 1.500 assistiti, la soglia massima ordinaria prevista dalla normativa nazionale.
Si tratta di un dato in costante peggioramento: nel 2014 la percentuale era pari al 28%, mentre nel 2023 aveva già raggiunto il 51,7%.
In dieci anni, dunque, la quota di medici con un carico assistenziale superiore alla soglia è quasi raddoppiata.
Un’evoluzione che evidenzia la crescente pressione sull’assistenza primaria, proprio mentre l’invecchiamento della popolazione e l’aumento delle patologie croniche richiederebbero una maggiore capacità di presa in carico sul territorio.
Per quanto riguarda il personale sanitario complessivamente attivo, nel 2024 l’Istat rileva circa 287 mila medici, pari a 4,9 ogni mille abitanti, e 430 mila infermieri e ostetriche, pari a 7,3 ogni mille residenti.
Il rapporto è di appena 1,5 infermieri e ostetriche per medico. La dotazione è rimasta sostanzialmente stabile dal 2021 e, sottolinea il Rapporto, risulta insufficiente rispetto alle stime annuali del fabbisogno elaborate dal Ministero della Salute d’intesa con le Regioni.
La distribuzione territoriale del personale infermieristico mostra inoltre differenze marcate. Nei dati regionali riferiti al 2023 si passa dai 9,6 infermieri e ostetriche ogni mille abitanti della Provincia autonoma di Bolzano ai 5,4 della Campania, ai 5,5 della Calabria e ai 5,6 della Sicilia.
Più omogenea la distribuzione dei medici, con valori che oscillano dai 6,2 per mille del Lazio ai 3,9 della Basilicata.
Va precisato che queste rilevazioni riguardano i professionisti sanitari attivi nel loro complesso e non esclusivamente quelli impiegati nel Servizio sanitario nazionale.
Mobilità sanitaria: l’8,6% dei ricoveri avviene fuori regione. Picchi in Molise, Basilicata e Calabria
Resta elevata anche la mobilità ospedaliera.
Nel 2024 l’8,6% dei ricoveri ordinari per acuti dei residenti italiani è stato effettuato in una regione diversa da quella di residenza.
Il valore è stabile rispetto al 2023, ma rappresenta il livello più alto registrato dal 2004 ed è superiore al 7,8% rilevato nel 2014.
Le differenze territoriali sono particolarmente marcate.
In Lombardia soltanto il 5,3% dei ricoveri dei residenti avviene fuori regione, percentuale che sale al 5,7% in Emilia-Romagna e al 6,5% in Veneto.
Ben diversa la situazione in alcune regioni del Mezzogiorno. In Basilicata la mobilità raggiunge il 28,6%, mentre in Calabria si attesta al 22,8%, con un aumento di un punto percentuale rispetto al 2023.
Il valore più elevato si registra in Molise, con il 32,8%, un dato sul quale incide la limitata estensione territoriale della regione, caratterizzata anche da un’elevata mobilità ospedaliera in entrata.
La mobilità sanitaria non rappresenta necessariamente un fenomeno negativo, potendo rispondere anche a esigenze di prossimità geografica o alla ricerca di prestazioni specialistiche. Tuttavia, divari così ampi costituiscono un indicatore importante delle differenti condizioni di accessibilità dell’assistenza ospedaliera.
Assistenza domiciliare in crescita, ma in Calabria raggiunge soltanto il 2,2% degli anziani
Tra le notizie positive emerge l’espansione dell’assistenza domiciliare integrata (ADI).
Nel 2025 la quota di persone di almeno 65 anni prese in carico raggiunge il 4,6%, contro il 4,4% dell’anno precedente e il 2,9% del 2019.
Considerando il 2015, quando la copertura era del 2,2%, la percentuale degli anziani assistiti a domicilio è più che raddoppiata.
La crescita interessa soprattutto gli ultrasettantacinquenni, tra i quali la copertura passa dal 7,1% al 7,5% nell’ultimo anno.
I miglioramenti, tuttavia, non sono uniformi.
Nel Centro la quota di anziani assistiti raggiunge il 5,9%, rispetto al 2,7% del 2019. A livello regionale spiccano Abruzzo e Molise, entrambi al 6,9%, seguiti da Toscana e Sicilia al 6,2%, Lazio e Basilicata al 6%.
All’estremo opposto si collocano Calabria (2,2%), Sardegna (2,9%) e Puglia (3%).
Aumenta anche la disponibilità di posti letto nelle strutture residenziali socio-assistenziali e sociosanitarie, che nel 2024 raggiunge 74,1 posti ogni 10 mila abitanti, contro i 65,7 del 2014.
Anche in questo caso, però, il divario territoriale rimane molto ampio: il Nord-est dispone di 104,7 posti letto ogni 10 mila residenti, mentre nel Sud si scende a 37,5. La Campania registra appena 20,5 posti letto ogni 10 mila abitanti.
Speranza di vita al record di 83,7 anni. Ma tra Nord e Sud aumenta il divario
Sul fronte degli esiti di salute, il quadro è decisamente più favorevole.
Nel 2025 la speranza di vita alla nascita raggiunge 83,7 anni, il massimo storico, con un incremento di 0,2 anni rispetto al 2024 e di oltre un anno rispetto al 2014.
Gli uomini arrivano a 81,7 anni, mentre le donne raggiungono gli 85,7.
Si riduce progressivamente la distanza tra i sessi, passata dai 5,7 anni del 2004 ai 4 anni del 2025. Si amplia invece il divario territoriale.
La speranza di vita nel Nord è pari a 84,2 anni, contro gli 82,8 del Mezzogiorno: una differenza di 1,4 anni, doppia rispetto agli 0,7 anni registrati nel 2004.
La Campania, con 82,1 anni, presenta la speranza di vita più bassa, mentre la Provincia autonoma di Trento raggiunge gli 85 anni.
Migliora anche la speranza di vita in buona salute, che nel 2025 sale a 59,1 anni, rispetto ai 58,2 del 2024, interrompendo quattro anni consecutivi di diminuzione.
Rimane però un forte divario territoriale: gli anni attesi in buona salute sono 60,3 nel Nord, 60,1 nel Centro e appena 56,7 nel Mezzogiorno.
Le differenze diventano ancora più evidenti considerando le singole regioni: dai 67,9 anni della Provincia autonoma di Bolzano ai 52,6 della Calabria.
Un dato che mostra come vivere più a lungo non significhi necessariamente vivere più a lungo in buone condizioni di salute.
Quasi un anziano su due convive con gravi problemi di salute
L’invecchiamento della popolazione pone nuove sfide per il sistema sanitario.
Al primo gennaio 2026 in Italia vivono circa 7,7 milioni di persone con almeno 75 anni, pari al 13,1% della popolazione.
Nel 2025 il 47,2% degli ultrasettantacinquenni presenta almeno tre patologie croniche oppure gravi limitazioni nelle attività quotidiane.
La percentuale è più alta tra le donne (53,4%) rispetto agli uomini (38,5%) e raggiunge il 58,6% dopo gli 85 anni.
Anche in questo caso si osserva uno svantaggio territoriale: nel Mezzogiorno il 53,4% degli over 75 vive in condizioni di fragilità, contro il 43,6% del Nord.
Il dato mostra comunque un miglioramento rispetto al 2014, quando la quota nazionale di anziani con gravi problemi di salute raggiungeva il 51,9%.
Mortalità evitabile in calo. Italia meglio della media europea
Tra i segnali positivi figura anche la riduzione della mortalità evitabile, che comprende i decessi prevenibili attraverso interventi di sanità pubblica e quelli contrastabili grazie ad assistenza sanitaria tempestiva ed efficace.
Nel 2023, ultimo anno disponibile, il tasso standardizzato è pari a 16 decessi ogni 10 mila residenti tra 0 e 74 anni, in diminuzione rispetto ai 18,2 del 2014.
Il risultato colloca l’Italia in una posizione favorevole nel confronto europeo, dove la media è pari a 23,8 decessi ogni 10 mila abitanti.
Permangono comunque forti differenze di genere, con 20,9 decessi evitabili ogni 10 mila residenti tra gli uomini e 11,4 tra le donne.
Anche la mortalità per tumori tra i 20 e i 64 anni continua a diminuire: nel 2023 si attesta a 7,4 decessi ogni 10 mila residenti, contro i 9,1 del 2014.
Il Mezzogiorno presenta però valori più elevati, con 8,3 decessi per tumore ogni 10 mila abitanti nel Sud e 7,9 nelle Isole, rispetto ai 6,6 del Nord-est.
Sul fronte della mortalità infantile, il tasso nazionale nel 2023 è pari a 2,6 decessi ogni mille nati vivi, in lieve aumento rispetto all’anno precedente. Nel Sud si registrano 2,9 decessi per mille nati vivi e nelle Isole 3,3, a conferma di differenze territoriali anche nella salute dei più piccoli.
Salute mentale: peggiorano i giovani, migliorano gli anziani
Un altro elemento di attenzione riguarda il benessere psicologico.
Nel 2025 l’indice di salute mentale della popolazione italiana è pari a 68,7 punti, sostanzialmente stabile rispetto al 2024.
Dietro questa stabilità emergono però tendenze differenti tra generazioni.
Tra il 2016 e il 2025 la salute mentale peggiora nelle fasce d’età 14-24 anni e 25-44 anni, mentre migliora tra le persone di 45-64 anni e tra gli ultrasessantacinquenni.
Il vantaggio tradizionalmente registrato dai giovani rispetto agli anziani si è così quasi dimezzato: la differenza nell’indice tra 14-24enni e over 65 passa da 7,1 a 3,5 punti.
Persistono inoltre differenze di genere: l’indice è pari a 70,8 per gli uomini e 66,7 per le donne.
Stili di vita: meno sedentari, ma il 44,7% degli adulti è in eccesso di peso. Cresce il fumo tra le donne
Il Rapporto evidenzia infine risultati contrastanti sul fronte della prevenzione.
La sedentarietà continua a diminuire: nel 2025 interessa il 29,8% della popolazione di almeno 14 anni, contro il 40,4% del 2014.
Il miglioramento riguarda soprattutto le persone più adulte e il Mezzogiorno, dove però il fenomeno resta molto più diffuso rispetto al Nord.
Preoccupano le differenze legate all’istruzione: è sedentario il 49,8% di chi possiede al massimo la licenza media, contro il 15% dei laureati.
Rimane elevata la diffusione dell’eccesso di peso, che interessa il 44,7% degli adulti, con un’incidenza del 49,3% nel Mezzogiorno. L’obesità, in particolare, passa dal 10% del 2014 all’11,1% del 2025.
Non migliora neppure il consumo di frutta e verdura: soltanto il 16,5% della popolazione di almeno tre anni consuma quotidianamente almeno quattro porzioni, contro una quota vicina al 20% nel periodo 2016-2018.
Per quanto riguarda il tabacco, nel 2025 fuma il 20% della popolazione di almeno 14 anni. Se tra gli uomini l’abitudine è lievemente diminuita rispetto al 2014, tra le donne è aumentata di 1,4 punti percentuali.
Il consumo di alcol a rischio riguarda invece il 15,8% della popolazione di almeno 14 anni, con percentuali più elevate tra gli uomini (22%) rispetto alle donne (9,9%). Particolarmente significativo il dato tra i ragazzi di 14-17 anni, per i quali il consumo a rischio riguarda il 23,3%, pur risultando in diminuzione rispetto al passato.
Il quadro: un Paese che vive più a lungo, ma dove la salute resta disuguale
Nel complesso, il Rapporto BES 2026 restituisce un’immagine articolata della salute degli italiani.
I risultati sulla longevità, sulla riduzione della mortalità evitabile e sul miglioramento di diversi indicatori di salute confermano progressi importanti, anche nel confronto internazionale.
Parallelamente, però, i dati sull’accesso alle prestazioni, sul carico assistenziale dei medici di famiglia, sulla mobilità ospedaliera e sulla disponibilità di servizi territoriali evidenziano difficoltà che continuano a interessare una parte significativa della popolazione.
Non si tratta necessariamente di indicatori contraddittori. I progressi della medicina, della prevenzione e delle condizioni generali di vita possono infatti convivere con problemi di accessibilità e di organizzazione dei servizi sanitari.
Il nodo centrale resta quello delle disuguaglianze. Il luogo di residenza, l’età, il genere e il livello di istruzione continuano a incidere sensibilmente sulle condizioni di salute e sulle possibilità di ricevere assistenza.
Ed è probabilmente proprio questa la sfida che emerge con maggiore chiarezza dai dati Istat: non soltanto continuare ad aumentare gli anni di vita degli italiani, ma garantire che siano sempre più anni vissuti in buona salute e con un accesso equo alle cure, indipendentemente dal territorio e dalle condizioni sociali.