Doveva essere la manovra del personale sanitario. Quella capace di dare finalmente un segnale concreto a medici, infermieri e professionisti del Servizio sanitario nazionale, dopo anni segnati da carenze di organico, difficoltà di reclutamento, retribuzioni poco competitive e condizioni di lavoro sempre più gravose. E invece, alla prova del testo bollinato dalla Ragioneria generale dello Stato, il capitolo sul personale appare molto più circoscritto rispetto alle aspettative e alle richieste avanzate nei mesi scorsi.
Niente piano straordinario di assunzioni, nessun nuovo stanziamento generalizzato per aumentare gli stipendi di medici e infermieri, nessuna risorsa specificamente destinata alla medicina generale, alla specialistica ambulatoriale e alla pediatria di libera scelta.
Le misure principali sono due: 380 milioni di euro annui dal 2027 per incrementare le indennità del personale dei Pronto soccorso e 300 milioni per finanziare le prestazioni aggiuntive di medici e sanitari contro le liste d’attesa, questi ultimi previsti esclusivamente per il prossimo anno.
C’è poi uno stanziamento di 100 milioni per concorrere alla copertura dei contenziosi relativi ai buoni pasto e al servizio mensa. Ma si tratta di risorse destinate a far fronte a obbligazioni economiche già maturate, non a finanziare nuove assunzioni o aumenti delle retribuzioni ordinarie.
Insomma, un intervento che riconosce alcuni problemi, ma non introduce il piano strutturale sul personale che aveva rappresentato uno dei principali obiettivi dichiarati dal Ministero della Salute.
Il piano del Ministero: un miliardo per assunzioni e retribuzioni. Ma nella manovra non c’è
Per comprendere la distanza tra le aspettative e il testo approvato dal Consiglio dei ministri bisogna tornare alle richieste formulate dal dicastero guidato da Orazio Schillaci durante la preparazione della manovra.
Come anticipato da Quotidiano Sanità nelle scorse settimane, il Ministero della Salute aveva lavorato a una richiesta complessiva di circa 5,5 miliardi aggiuntivi, oltre al miliardo già previsto dalla precedente legge di Bilancio.
All’interno di questo pacchetto, circa un miliardo era destinato specificamente al personale sanitario, attraverso un piano di nuove assunzioni e il rafforzamento delle indennità e delle retribuzioni.
La priorità era intervenire soprattutto sulle categorie maggiormente esposte alle criticità del sistema, a partire dagli infermieri, per rendere più attrattivo il lavoro nel servizio pubblico e rafforzare la capacità assistenziale delle strutture.
Il piano avrebbe dovuto contribuire anche al potenziamento dell’assistenza territoriale, un passaggio fondamentale alla luce dell’attivazione delle Case e degli Ospedali di Comunità, e al contrasto delle liste d’attesa.
D’altra parte, il ministro aveva più volte indicato il personale come una delle priorità degli investimenti sanitari, ribadendo la necessità di assumere nuovi professionisti e migliorarne il trattamento economico.
Ma nel testo della legge di Bilancio quel progetto non trova una corrispondente traduzione finanziaria.
Non c’è un nuovo fondo specifico per un piano straordinario di reclutamento, né uno stanziamento aggiuntivo destinato a un incremento generalizzato delle retribuzioni.
Restano le risorse previste dalla legislazione vigente e dai precedenti provvedimenti, comprese quelle per i rinnovi contrattuali, ma manca il salto di qualità che era stato prospettato.
Pronto soccorso, 380 milioni annui per le indennità. Ma non sono risorse per assumere
La misura più consistente per il personale è contenuta nell’articolo 69, comma 6, del disegno di legge.
Dal 1° gennaio 2027 vengono incrementati di 380 milioni di euro annui i limiti di spesa destinati alle specifiche indennità per i professionisti impegnati nei servizi di Pronto soccorso.
Le risorse sono suddivise in 114 milioni per la dirigenza medica e 266 milioni per il personale del comparto sanità.
Si tratta di uno stanziamento strutturale che si aggiunge a quelli introdotti dalle precedenti manovre e punta a riconoscere economicamente le particolari condizioni di lavoro nei servizi di emergenza-urgenza.
È un intervento significativo per un settore che continua a registrare forti difficoltà organizzative e professionali.
Ma il punto è che le risorse riguardano le indennità e non il reclutamento di personale.
Non è quindi previsto, attraverso questa disposizione, l’ingresso di nuovi medici o infermieri nei Pronto soccorso.
Il finanziamento può contribuire a migliorare il trattamento economico di chi già lavora nei servizi, ma non affronta direttamente il problema degli organici, che resta uno dei principali fattori alla base delle difficoltà dei reparti di emergenza.
Liste d’attesa, 300 milioni per lavorare di più. Ma solo per il 2027
La seconda misura riguarda le prestazioni aggiuntive del personale sanitario, con un finanziamento complessivo di 300 milioni di euro nel 2027.
Il testo prevede 213 milioni per i dirigenti medici e 87 milioni per il personale sanitario del comparto.
Le Regioni potranno utilizzare queste risorse per incrementare l’attività dei professionisti dipendenti dalle aziende e dagli enti del Servizio sanitario nazionale, con l’obiettivo di ridurre i tempi di attesa per le prestazioni.
Dovranno comunque essere rispettati i limiti delle tariffe orarie previste dai contratti collettivi nazionali, i volumi erogabili, l’orario massimo di lavoro e i riposi obbligatori.
Il meccanismo è noto: aumentare temporaneamente la produzione di prestazioni attraverso il ricorso al lavoro aggiuntivo dei professionisti già in servizio.
Una soluzione che può contribuire ad affrontare le situazioni più critiche, ma che presenta almeno due limiti.
Il primo è che non aumenta gli organici. Il secondo è che il finanziamento viene previsto esclusivamente per il 2027, senza una corrispondente copertura per gli anni successivi.
In sostanza, si chiede al personale già impegnato nell’attività ordinaria di garantire ulteriori prestazioni per contenere le liste d’attesa.
A sollevare un’ulteriore criticità è anche il permanere, secondo le organizzazioni sindacali, del riferimento al tetto di spesa del 2021 per le prestazioni aggiuntive. Un vincolo che, laddove già raggiunto o superato, rischierebbe di limitare l’effettiva possibilità di utilizzare i nuovi finanziamenti.
Medici ospedalieri sul piede di guerra: il nodo dell’indennità di specificità
Tra i medici ospedalieri cresce il malcontento per l’assenza di un intervento economico più ampio.
I sindacati della dirigenza medica chiedono da tempo misure capaci di migliorare l’attrattività del lavoro ospedaliero e frenare l’uscita dei professionisti dal Servizio sanitario nazionale.
Uno dei temi al centro delle rivendicazioni riguarda il rafforzamento delle indennità di specificità, insieme alla necessità di intervenire sulle retribuzioni complessive e sulle condizioni di lavoro.
L’aumento delle indennità dei Pronto soccorso viene riconosciuto come una misura circoscritta a un settore particolarmente esposto, ma non risponde alle richieste che riguardano l’intera dirigenza medica.
Le organizzazioni sindacali hanno già espresso forti perplessità sulle risorse complessive della manovra.
Anaao Assomed ha richiamato il problema della carenza di personale e dell’uscita dei professionisti dagli ospedali pubblici, mentre Cimo-Fesmed ha contestato l’assenza di un piano strutturale capace di rafforzare gli organici e aumentare l’offerta assistenziale.
Tra le questioni aperte figurano inoltre le differenze retributive tra la dirigenza medica e quella sanitaria non medica. Su quest’ultimo versante, la Fassid ha quantificato in 150 milioni le risorse necessarie per intervenire sulle disparità relative all’indennità di specificità.
Il rischio, dal punto di vista delle organizzazioni professionali, è che le misure previste non siano sufficienti a invertire le difficoltà di reclutamento e permanenza nel servizio pubblico.
Infermieri, la protesta dei sindacati: nessun aumento strutturale degli stipendi
Non meno critica è la situazione sul fronte infermieristico.
Proprio gli infermieri avrebbero dovuto rappresentare uno dei principali destinatari del piano di valorizzazione economica richiesto dal Ministero della Salute.
Nel testo della manovra, però, non compare un nuovo stanziamento generalizzato per incrementare le retribuzioni della categoria.
Il Nursind ha espresso un giudizio particolarmente duro, denunciando l’assenza di misure capaci di incentivare i giovani a intraprendere la professione e di trattenere nel Ssn gli infermieri già in servizio.
Il segretario nazionale Andrea Bottega ha criticato anche la mancata detassazione delle indennità legate ai turni e la destinazione degli 87 milioni per le prestazioni aggiuntive esclusivamente agli interventi contro le liste d’attesa.
Il sindacato sottolinea infatti come queste risorse non possano essere impiegate per affrontare le carenze di personale nei reparti attraverso le attività aggiuntive.
Critiche arrivano anche da Nursing Up, che chiede 500 milioni strutturali per incrementare le indennità degli infermieri e delle altre professioni sanitarie dell’area non medica, oltre a una dotazione iniziale di 800 milioni per un Fondo perequativo nazionale destinato ad avvicinare progressivamente le retribuzioni infermieristiche italiane a quelle degli altri Paesi europei.
Richieste che testimoniano quanto il tema economico sia diventato centrale nelle rivendicazioni della professione.
“Una doccia gelata per il personale sanitario. Non possiamo continuare a spremere lo stesso limone”
Una bocciatura particolarmente netta arriva dal segretario dell’Anaao Assomed, Pierino Di Silverio che denuncia l’assenza di una strategia strutturale per il personale sanitario e annuncia l’intenzione di promuovere un confronto con le altre organizzazioni sindacali per valutare iniziative di mobilitazione.
“Questa manovra rappresenta una doccia gelata per il personale sanitario. Dopo mesi di annunci, durante i quali si è ripetuto che medici e infermieri sarebbero stati la priorità, ci troviamo di fronte a una legge di Bilancio che lascia sostanzialmente senza risposte i problemi strutturali del Servizio sanitario nazionale. Bene le risorse per il Pronto soccorso, ma non possono bastare. E anche sulle prestazioni aggiuntive bisogna essere chiari: non possiamo continuare a spremere lo stesso limone, chiedendo a professionisti già allo stremo di lavorare sempre di più. Peraltro, le risorse stanziate rischiano di rimanere inutilizzate perché permane il tetto di spesa del 2021 per le prestazioni aggiuntive, che in molti casi viene già superato.
Non c’è un euro per un vero piano straordinario di assunzioni, nonostante la gravissima carenza di medici e infermieri. Non ci sono risposte per la medicina territoriale. Eppure il Ministero della Salute aveva avanzato richieste precise, indicando priorità e necessità di investimento sul personale. Richieste che sembrano essere state completamente ignorate. Viene da chiedersi quale sia il ruolo del Ministero della Salute se poi le decisioni sulle risorse e sulle priorità vengono prese altrove, senza tenere conto delle indicazioni di chi dovrebbe governare il sistema sanitario.
Trovo poi incomprensibile la scelta di destinare risorse così importanti a un bonus una tantum da 300 euro per gli over 75, da utilizzare per prestazioni sanitarie. Non è con i bonus che si costruisce la sanità pubblica. Quelle risorse avrebbero potuto essere utilizzate per investimenti strutturali, per assumere personale e rafforzare i servizi. Invece si è preferito un intervento estemporaneo, dal sapore più elettorale che sanitario. E pensare che le risorse complessivamente individuate per la sanità, in una fase così difficile per i conti pubblici, non erano affatto trascurabili. Se fossero state destinate al rafforzamento del Servizio sanitario nazionale, oggi staremmo discutendo di una manovra completamente diversa.
La delusione è enorme e la reazione del personale sanitario non si farà attendere. Sto già prendendo contatto con le altre organizzazioni sindacali e convocheremo un confronto per valutare le iniziative da mettere in campo. La volontà è quella di mobilitarci e manifestare il nostro dissenso, utilizzando tutte le forme di protesta a nostra disposizione. Non possiamo accettare che, dopo tanti annunci sulla centralità dei professionisti sanitari, il personale esca ancora una volta penalizzato dalla legge di Bilancio”.
La dichiarazione apre dunque anche il fronte della mobilitazione sindacale, con la prospettiva di iniziative comuni di protesta durante l’esame parlamentare della legge di Bilancio.
Particolarmente significativa è la contestazione delle scelte di allocazione delle risorse: il voucher da 300 euro per gli over 75, finanziato con 1,645 miliardi nel 2027, viene indicato dal dichiarante come esempio di un intervento che avrebbe potuto lasciare spazio a investimenti strutturali sul personale e sui servizi.
Medici di famiglia e pediatri, nessuna risorsa specifica nella manovra
Un altro elemento significativo riguarda l’assistenza territoriale.
Negli articoli sanitari del disegno di legge non compare uno stanziamento specificamente destinato ai medici di medicina generale e ai pediatri di libera scelta.
Un’assenza che pesa nel quadro delle prospettive di rafforzamento della sanità territoriale.
Le Case della Comunità e il nuovo modello organizzativo previsto dal Pnrr richiedono infatti non soltanto strutture e tecnologie, ma anche professionisti in grado di garantire concretamente le attività assistenziali.
E proprio il ruolo dei medici di famiglia nelle nuove strutture territoriali rappresenta uno dei nodi ancora aperti nel confronto tra Governo, Regioni e organizzazioni sindacali.
La Fimmg ha già richiamato la necessità di risorse vincolate per il rinnovo dell’Accordo collettivo nazionale 2025-2027, di incentivi per il personale degli studi medici e di strumenti economici capaci di sostenere le attività di prevenzione e presa in carico della cronicità.
Anche per i pediatri di libera scelta il testo non individua specifiche risorse aggiuntive.
Naturalmente, ciò non significa che l’assistenza convenzionata non disponga dei finanziamenti previsti dalla legislazione vigente. Significa però che nella nuova manovra non viene introdotto un intervento economico dedicato al rafforzamento della medicina generale e della pediatria di libera scelta.
Un elemento che rende ancora più evidente la distanza tra l’obiettivo dichiarato di potenziare l’assistenza territoriale e gli strumenti finanziari effettivamente individuati dal provvedimento.
“Siamo profondamente delusi da una manovra che non cita neppure la medicina generale, mentre si chiedono sempre più funzioni al territorio e si parla della necessità di rendere attrattiva la professione per i giovani medici. Servono risorse specifiche per la medicina generale, la detassazione della quota variabile legata agli obiettivi di salute e misure a sostegno del personale degli studi. Chiediamo inoltre che la medicina convenzionata sia coinvolta negli interventi sulle liste d’attesa e che l’emergenza territoriale e la continuità assistenziale non siano escluse dalle risorse aggiuntive previste per il Pronto soccorso. Siamo pronti a collaborare per costruire emendamenti che riportino la medicina generale al centro delle politiche sanitarie”, dichiara il segretario nazionale della Fimmg, Niccolò Biancalani.
Le Regioni chiedevano 1,7 miliardi per gli stipendi di medici e infermieri
A rendere ancora più evidente la distanza tra richieste e stanziamenti è anche il documento elaborato dalle Regioni in vista della legge di Bilancio.
Le amministrazioni regionali avevano chiesto 1,722 miliardi di euro per il 2027 destinati all’adeguamento delle retribuzioni di medici e infermieri.
La quota più consistente, pari a circa 1,111 miliardi, era destinata agli infermieri, con l’obiettivo di ridurre il differenziale retributivo rispetto ai colleghi degli altri Paesi europei.
Per la dirigenza medica erano invece previsti 611 milioni nel 2027, comprensivi di specifici interventi per alcune specialità particolarmente critiche.
Le Regioni avevano inoltre sollecitato il superamento dei vincoli storici alla spesa per il personale, ritenuti un ostacolo alla capacità di programmare gli organici sulla base dei reali fabbisogni assistenziali.
Nel testo bollinato queste richieste non trovano una corrispondente traduzione finanziaria.
Resta il tema dei rinnovi contrattuali, per i quali sono già previste risorse dalla legislazione vigente. Ma si tratta di finanziamenti distinti da un nuovo piano straordinario di valorizzazione economica e reclutamento.
Schillaci proverà a recuperare risorse durante l’iter parlamentare
La partita, tuttavia, non può ancora considerarsi chiusa.
Il testo della legge di Bilancio avvia ora il proprio percorso parlamentare, durante il quale potranno essere presentate modifiche e integrazioni, compatibilmente con le coperture finanziarie disponibili.
Secondo quanto si apprende, il ministro della Salute Orazio Schillaci sarebbe intenzionato a continuare il confronto per tentare di recuperare ulteriori risorse destinate al personale sanitario durante l’esame parlamentare.
L’obiettivo sarebbe ottenere almeno un rafforzamento degli stanziamenti per le categorie rimaste escluse dagli interventi principali, recuperando una parte delle misure inizialmente prospettate dal dicastero.
Una prospettiva che dovrà però confrontarsi con i vincoli di finanza pubblica e con le altre priorità della manovra.
Per il momento, dunque, non vi sono ulteriori finanziamenti certi oltre a quelli contenuti nel testo del disegno di legge.
La priorità annunciata che rischia di restare incompiuta
Il punto politico e sanitario è proprio questo.
Il personale era stato indicato più volte come uno dei principali destinatari delle nuove risorse. Aumentare le assunzioni, valorizzare le professioni e rafforzare la capacità assistenziale del Ssn dovevano rappresentare alcuni degli obiettivi centrali della manovra.
Nella versione uscita da Palazzo Chigi, tuttavia, gli interventi sono concentrati prevalentemente sulle indennità dei Pronto soccorso e sulle prestazioni aggiuntive contro le liste d’attesa.
Due misure che rispondono a criticità reali e che introducono finanziamenti significativi, ma che non equivalgono a un piano complessivo per gli organici e le retribuzioni.
La differenza è sostanziale: aumentare le indennità di chi lavora in Pronto soccorso non significa assumere nuovi professionisti; finanziare prestazioni aggiuntive non equivale a rendere strutturalmente più forte la capacità assistenziale del sistema.
A questo si aggiunge l’assenza di specifici interventi per la medicina generale e la pediatria di libera scelta, proprio mentre la riorganizzazione dell’assistenza territoriale entra in una fase decisiva.
È questa la contraddizione che emerge dal testo: il Governo aumenta complessivamente il finanziamento sanitario, ma non introduce il piano straordinario sul personale che il Ministero della Salute aveva posto tra le proprie priorità.
Per le organizzazioni professionali, che chiedevano un segnale più deciso su assunzioni, stipendi e condizioni di lavoro, le risposte finora contenute nella manovra risultano insufficienti.
L’iter parlamentare rappresenterà dunque un passaggio decisivo per capire se sarà possibile recuperare almeno una parte degli interventi inizialmente ipotizzati.
Perché, al di là delle cifre complessive del Fondo sanitario, resta una questione fondamentale: senza professionisti sufficienti e adeguatamente valorizzati, anche gli investimenti nelle strutture, nelle tecnologie e nell’organizzazione dei servizi rischiano di non tradursi in un effettivo miglioramento dell’assistenza ai cittadini.