Scrivo queste righe di rientro da «Next-Tox Oncology 2026», il convegno organizzato a Bolzano dai colleghi Stefania Kinspergher, Eva Haspinger e Luca Tondulli, che hanno scelto (come nella prima edizione dell’anno scorso) di dedicare due giornate di lavori scientifici alle tossicità dei trattamenti antitumorali e alla loro gestione. Il tema merita uno spazio specifico, ma anche una riflessione più ampia: nella ricerca e nella pratica oncologica, dobbiamo costantemente essere attenti non solo a ciò che le terapie possono offrire ai pazienti in termini di controllo di malattia, ma anche a ciò che le terapie «chiedono» ai pazienti, in termini di tollerabilità e di qualità di vita.
Qualche giorno fa, di rientro dal congresso ESMO di Madrid, riflettevo sul fatto che quando presentiamo e discutiamo i risultati di uno studio clinico, l’attenzione spesso si concentra comprensibilmente sugli endpoint di efficacia e di attività: quanto la terapia consente di ridurre le dimensioni del tumore, di quanto tempo si ritarda la progressione di malattia, di quanto aumenta l’aspettativa di vita. Le tossicità vengono descritte, ma non sempre ricevono lo stesso rilievo nella discussione scientifica e nella comunicazione dei risultati. Eppure, valutare il valore di una terapia significa necessariamente tener conto di entrambe le dimensioni. Un beneficio, per quanto rilevante, non può essere comunicato e compreso fino in fondo senza discutere anche la frequenza, la gravità e la durata degli effetti indesiderati che comporta. La tossicità dei trattamenti condiziona l’esperienza quotidiana di chi li riceve: può limitare le attività, generare ansia e preoccupazione, richiedere visite e trattamenti aggiuntivi, o rendere necessarie interruzioni e modifiche della terapia. Discutere questi aspetti aiuta i professionisti a gestire meglio il percorso e consente ai pazienti di prendere decisioni più consapevoli.
La sfida clinica della gestione ottimale delle tossicità è particolarmente evidente con alcuni dei nuovi farmaci oncologici, le cui tossicità possono coinvolgere organi e competenze diverse da quelle tradizionalmente gestite in ambito oncologico. Negli ultimi anni è apparso chiaro quanto in questi casi la collaborazione tempestiva con altri specialisti sia essenziale. Ma se affermare che è opportuna la collaborazione multidisciplinare è abbastanza semplice, più difficile è realizzare quella collaborazione nella pratica clinica di ogni giorno. E’ quanto è emerso nella discussione a Bolzano, commentando casi clinici che avevano richiesto il coinvolgimento di altri specialisti: nella pratica clinica sono auspicabili percorsi predefiniti, riferimenti chiari, modalità rapide per chiedere una valutazione e un’effettiva condivisione delle informazioni. Peraltro, la collaborazione multidisciplinare efficiente e tempestiva non può dipendere soltanto dalla disponibilità personale dei singoli: deve poter contare su un’organizzazione che la renda praticabile.
In tema di tossicità, un’attenzione particolare è necessaria quando trattamenti antitumorali inizialmente sperimentati ed impiegati nella malattia avanzata vengono valutati e introdotti nelle fasi precoci. In questo caso, il bilancio tra benefici e rischi si colora di sfumature specifiche. Da una parte, quando una terapia aumenta le probabilità di guarigione, i pazienti (ed i medici che con loro discutono le possibilità di terapia) potrebbero essere disposti ad accettare anche tossicità importanti. D’altra parte, proprio la prospettiva di una lunga vita libera da malattia rende necessario interrogarsi con attenzione sulle conseguenze di quelle tossicità: quanto sono alti i rischi di tossicità severe? Quanto durano? Sono reversibili? Possono comparire a distanza, possono lasciare esiti persistenti? Probabilmente nella valutazione del rapporto tra rischi e benefici non c’è una risposta unica, né una soglia valida per tutti. Il valore di un trattamento dipende dall’entità del beneficio, dai rischi e dalle priorità della persona che lo riceve. Sicuramente, però, nei setting di malattia precoce l’obiettivo di guarire non dovrebbe farci trascurare ciò che accade durante e dopo la terapia, anzi dovrebbe spingerci a valutare con particolare attenzione sia il beneficio assoluto offerto, sia il peso degli effetti indesiderati nel tempo.
Sono convinto che l’attenzione alla tollerabilità e alla qualità di vita debba occupare un posto rilevante nella ricerca clinica, nella presentazione dei risultati e nel dialogo con i pazienti. Accanto all’efficacia, dovremmo descrivere in modo chiaro la natura e la durata degli effetti indesiderati, le modifiche o le interruzioni delle cure e le conseguenze sulla qualità della vita, valorizzando adeguatamente anche i patient-reported outcomes, sperando che siano disponibili. Nella gestione dei trattamenti nella pratica clinica, è opportuno costruire e rafforzare modelli organizzativi capaci di riconoscere e affrontare tempestivamente le tossicità che richiedono competenze di specialisti diversi.
Il convegno di Bolzano ha ricordato a me e ai tanti giovani presenti che la cura oncologica non si misura soltanto da quanto una terapia riesce a controllare la malattia o ad allungare la vita. Si misura anche da come accompagniamo le persone nel corso del loro trattamento e da quanto sappiamo prevenire, riconoscere e gestire le tossicità. Queste ultime sono un elemento importante del valore di una terapia e la loro gestione ottimale è fondamentale per la qualità della cura.
Prof. Massimo Di Maio
Dipartimento di Oncologia, Università di Torino, AOU Città della Salute e della Scienza di Torino
Presidente Associazione Italiana di Oncologia Medica (AIOM)