Alla radice del caso Avastin ci sono i criteri per fissare i prezzi degli “innovativi”

Alla radice del caso Avastin ci sono i criteri per fissare i prezzi degli “innovativi”

Alla radice del caso Avastin ci sono i criteri per fissare i prezzi degli “innovativi”

Gentile Direttore,
la vicenda Lucentis-Avastin, oltre a sollevare ancora il tema dell’uso off-label dei farmaci, in Italia amplificato e distorto dai casi limite delle cure “miracolose” (dal siero Bonifacio, alla cura Di Bella fino al recente metodo Stamina, ecc.), ruota intorno a un elemento invece poco commentato: l’elevato differenziale di prezzo assegnato ai due farmaci dal principio attivo simile, quasi sovrapponibile, ma dall’utilizzo differente.
 
Evidentemente a diverse indicazioni terapeutiche vanno prezzi diversi. Quindi prevale, nel criterio di definizione del prezzo da parte dell’autorità, l’AIFA, l’utilizzo, la finalità del bene, sulla consistenza, sulle caratteristiche del bene stesso. Si tratta di un criterio adottato da pressoché tutte le autorità regolatorie del farmaco in EU, ma anche in altri Paesi come Giappone, Australia e Canada.
 
Il tema dei criteri della definizione del prezzo dei farmaci innovativi assume valenza specifica considerando che si tratta di un problema che sta esplodendo in tutti i Paesi OCSE. Farmaci nuovi e più efficaci (es.: oncologia) costosissimi, con trattamenti per paziente da decine di migliaia di euro, che i sistemi di sanità pubblica non possono ovviamente negare alla collettività ma che minano la sostenibilità economica dei sistemi stessi.
 
Il nodo è quale deve o dovrebbe essere il criterio di definizione del loro prezzo. Quello attualmente utilizzato dappertutto, con ragione, del valore terapeutico che generano (aumentata e/o prolungata sopravvivenza, migliore qualità della vita, ecc.) ma che mina i budget pubblici di spesa pubblici? O invece potrebbe essere pensato un criterio alternativo basato sul valore intrinseco del “prodotto” farmaco, ivi incluse le spese di produzione e di ricerca e sviluppo profuse, sullo stampo di come avveniva trent’anni fa proprio in Italia col cosiddetto “Metodo Sanità”, o più o meno come avviene oggi con le principali "commodities" (luce, gas, acqua)? 
 
Prezzo, quindi, sul valore terapeutico o su quello “industriale? Chiara la preferenza per il primo dato che parliamo di salute, individuale e collettiva. Se non fosse che sta facendo saltare i budget di spesa. E se non fosse che la maggior parte dei farmaci salvavita per le patologie croniche più diffuse (ipertensione, diabete, gastrite e ulcere, antibiotici, ecc.), che pesano nell’insieme per oltre la metà sulla spesa farmaceutica SSN, hanno prezzi di poche decine di centesimi al giorno, ovvero infinitamente inferiori a quelli enormi se calcolabili, appunto, col criterio del valore terapeutico generato.
 
Prezzi reali oggi invece più vicini al criterio "industriale", da "commodity". 
Insomma, il legislatore ma ancora di più l’AIFA, maneggiando in modo elastico i criteri di prezzo e rimborsabilità è finora riuscita meritoriamente a garantire una più che buona assistenza farmaceutica pur disponendo della spesa pro-capite più bassa d’Europa. Ma molti nuovi e costosissimi farmaci stanno arrivando e per riuscire a mantenere sostenibile questo livello di assistenza nuovi criteri urge siano pensati.
 
Prof. Fabrizio Gianfrate
Economista sanitario 

05 Marzo 2014

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