Intervenire con una terapia mirata ed efficace è assolutamente indispensabile per non peggiorare la situazione. Per fortuna, il ventaglio delle scelte terapeutiche si è allargato ed oggi medici e pazienti hanno a disposizione più armi per combattere la degenerazione maculare senile.
Le prime terapie
Fino al giugno 2006 la terapia farmacologica approvata negli USA era di due tipi: la terapia fotodinamica con l’iniezione endovenosa di Verteporfina e l’iniezione intravitreale di pegaptanib che è stato il primo farmaco anti VEGF indicato on-label per la maculopatia senile. “Entrambe queste terapie, per quanto abbiano mostrato di rallentare l’instaurarsi di gravi deficit visivi, sono state progressivamente abbandonate e sempre meno utilizzate perché, tra i pazienti trattati, erano pochi quelli che mostravano un miglioramento dell’acuità visiva” spiega il professor Savino D’Amelio, e aggiunge “oggi questi trattamenti vengono utilizzati solo in casi clinici particolari.”
I nuovi antiVEGF
Successivamente l’introduzione di nuovi ANTI– Vascular Endothelial Growth Factor (antiVEGF) ha migliorato significativamente la prognosi dell’acuità visiva dei pazienti affetti da maculopatia legata all’età. Tra tutti gli antiVEGF, quelli attualmente più utilizzati sono gli anticorpi monoclonali, Ranibizumab e Bevacizumab che viene impiegato fuori indicazione.
“Il Bevacizumab e il Ranibizumab derivano entrambi da un anticorpo murino monoclonale diretto contro il VEGF e presentano essenzialmente il medesimo meccanismo d’azione, con alcune differenze nelle dimensioni, nel tempo di permanenza nel vitreo e nel sangue. Queste differenze non sembrano portare a differenti risultati clinici in termini di efficacia e sicurezza. Numerosi studi infatti, dimostrano che il trattamento con Bevacizumab ottiene essenzialmente gli stessi risultati funzionali e anatomici di quelli ottenuti con Ranibizumab” chiarisce l’esperto.
L’antiVEGF di ultima generazione, l’innovazione farmacologica
Recentemente, l’introduzione in commercio di Aflibercept (Eylea) mette a disposizione degli operatori e dei pazienti un nuovo farmaco per il trattamento in prima linea della Degenerazione Maculare Legata all’Età. Si tratta di una proteina di fusione completamente umana con un meccanismo d’azione totalmente nuovo rispetto agli anticorpi monoclonali..
“L’Aflibercept è una nuova proteina di fusione dal meccanismo d’azione unico, prodotta tramite tecnologia del DNA ricombinante, in grado di legarsi e bloccare gli effetti di una sostanza denominata fattore A e B di crescita dell’endotelio vascolare. A differenza delle molecole anti-VEGF attualmente disponibili, può anche legarsi ad altre proteine coinvolte nella neovascolarizzazione come il fattore di crescita placentare” spiega D’Amelio. In pratica, agisce come un recettore naturale, intrappolando come le chele di un’aragosta i fattori responsabili della crescita anomala dei vasi sanguigni all’interno della retina.
L’Aflibercept si caratterizza per una particolare efficacia nel bloccare l’evoluzione della patologia: più del 95% dei pazienti trattati ottiene una stabilizzazione o un miglioramento del visus.
Più aderenza alla terapia e risparmio per il SSN
Elemento caratteristico di questa nuova molecola, oggi rimborsabile dal Servizio Sanitario Nazionale, è il fatto di consentire nel primo anno di terapia gli stessi risultati clinici delle altre terapie ma con un ridotto numero di iniezioni intravitreali: sette invece di dodici. Questo regime terapeutico oltre a ridurre la tensione emotiva del paziente, legata alle ripetute iniezioni intravitreali, e a migliorare la compliance del trattamento, permette di ridurre la percentuale di eventi avversi e garantisce un risparmio economico.
Una possibilità in più per i Pazienti non responder o con tachifilassi
Grazie al diverso meccanismo d’azione Aflibercept ha dimostrato di essere efficace anche nei pazienti che non hanno risposto agli altri trattamenti ed erano perciò destinati alla perdita progressiva della vista. “Se alla fine del primo ciclo di 3 iniezioni intravitreali di un anti-VEGF eseguite a cadenza mensile non consegue un miglioramento nè anatomico, dimostrabile con l’esame OCT, nè funzionale quantificabile con l’acuità visiva né miglioramento della morfopsia riferita, si parla di pazienti non responders” dice D’Amelio. Ci sono, poi, alcuni pazienti che, dopo un periodo di buona risposta al trattamento con un antiVEGF, in caso di recidiva della patologia, non rispondono più alla somministrazione dello stesso farmaco. Si parla, in questi casi, di tachifilassi.