Addio welfare. In Grecia hanno ipotecato il Partenone. Da noi magari toccherà al Colosseo?

Addio welfare. In Grecia hanno ipotecato il Partenone. Da noi magari toccherà al Colosseo?

Addio welfare. In Grecia hanno ipotecato il Partenone. Da noi magari toccherà al Colosseo?
Nei Piigs dalla doppia “i” (Portogallo, Irlanda, “Italia”, Grecia e Spagna) si taglia per pagare le cambiali improvvidamente firmate a suo tempo, però lo si fa in un malinteso mood liberista di stampo thatcheriano. Per fare cassa privatizzando al grande capitale le principali aree di business dei nostri Paesi EU di vecchi: commodities e sanità.

L’approvazione del decreto sugli Enti Locali taglia come previsto 2,35 miliardi alla sanità. In modo di fatto lineare su ASL e AO, se buone e cattive poco importa, ne commenta Cesare Fassari con la consueta lucidità. La lama attesa è calata. Ne attendevamo, per dirla con Balzac, solo il sibilo del geniale macchinario promosso dal dr. Guillotin, pulito ed efficiente, usato nell’800 sì sulla Senna ma assai in Italia e, guarda un po’, pure in Germania.
 
Già, la Germania. E l’Europa, di cui è amministratrice delegata. Ci chiedono di fare cassa pena varie sciagure, IVA alle stelle e così via. All’incombente legge di stabilità settembrina servono quindi almeno una ventina di miliardi. Dove prenderli, se non prevalentemente dalla spesa pubblica di welfare, anzi dalla sanità, visto che delle nostre pensioni, pur così squilibrate (molte delle vecchie assai generose, le future da fame), la Consulta ha di fatto sentenziato l’intangibilità.
 
Allora cosa dobbiamo aspettarci per il prossimo futuro, specialmente se si vogliono anche ridurre le tasse (magari, ma così non devono aumentare i tagli)? Due noticine a margine per farsene un’idea più precisa.
 
Nei documenti dell’ultimo negoziato con la Grecia di una decina di giorni fa, l’EU cambia la dizione dei tagli richiesti, da generico “spending review” a ben indirizzato “social welfare review” (e ho detto tutto, chioserebbe Posalaquaglia-Peppino al cugino Posalaquaglia-Totò)
 
Non solo. Il debito pubblico procapite di ogni italiano, “crucifige” EU (e tedesco che motiva così tanto gli epigoni dei Mastro Titta di Berlino e Bruxelles) è di 35.000 euro, neonati e ultracentenari compresi, quello greco di meno di 28.000. Ovvero in termini assoluti, non in rapporto al PIL, siamo noi ad avere più buffi, come si dice a Roma con un francesismo onomatopeico (“faire pouf”, volatilizzarsi) Tsipras in effetti ha provato a darsela ma i pastori tedeschi alla Rex l’hanno subito riacciuffato.
 
Il grande interrogativo è come faremo a ripagare questo debito pazzesco, in totale oggi arrivato a 2,2 trilioni. Ci vorranno decenni e decenni di buona gestione, di assenza di sprechi, per avere avanzi primari da destinare alla sua riduzione. E in più la speranza che i tassi d’interesse restino a zero o quasi come ora, pena l’ulteriore crescita degli interessi. Oppure un giorno l’azzereremo come già accaduto molte volte in tanti Paesi: chi ha avuto ha avuto e chi ha dato ha dato…
 
In Grecia hanno “ipotecato” Partenone e isole incantevoli arrivando a malapena a una cinquantina di miliardi. Da noi magari toccherà al Colosseo?
 
Nei Piigs dalla doppia “i” si taglia quindi per pagare le cambiali improvvidamente firmate a suo tempo, però lo si fa in un malinteso mood liberista di stampo thatcheriano, per fare cassa privatizzando al grande capitale le principali aree di business dei nostri "vecchi" Paesi EU: commodities e sanità. Dalla stessa via passano nuovi modelli sociali a ridotte tutele per trasferire ulteriormente ricchezza dal reddito al profitto
 
Sono cambiamenti che lasceranno il segno. Dell’economia mi piace quella parte, credo più nobile, che si occupa di migliorare la vita delle persone, quella che si avviluppa in simbiosi a quel gomitolo di bisogni e interessi che sono le scienze sociali, in quella giungla intricata che si chiama società, insomma l’economia politica che sublima in politica economica. Mi piace meno, quindi, questa parte, oggi dominante, sottomessa alla ragioneria contabile dell’accumulo di profitto, pur se di numeri legittimati a vari zeri.
 
È Mefistofele a spiegare a Faust che è solo dal desiderio individuale di arricchimento che nasce la prosperità per tutti. Così scrive Goethe, europeista convinto che amava molto la Grecia e l’Italia. Soprattutto il padre della cultura tedesca, dovrebbe essere anche quella della Merkel e dei capataz delle banche creditrici di Atene.
 
Ai quali però oggi non deve piacere neanche il detto che i debiti siano come le bugie, più sono grossi e più la fai franca. Eppure nel 1953 alla Germania fu condonato il gigantesco debito di guerra, una montagna di quattrini, altro che gli spiccioli di Varoufakis. Magari se lo sono dimenticato. O forse fanno finta. Sul web gira un video, un filmato originale ma doppiato in satira, con Hitler che in un contesto famigliare, sul divano, gioca sorridente in salotto come uno zio buono con una bambina bionda che chiama affettuosamente “Angela”.
 
Ma, attenzione, si taglia il welfare non solo nei Piigs, quelli adusi a bearsi quotidianamente di spaghetti o moussaka, di bacalau o tapas, in un diuturno incessante strimpellio di mandolini e Pulcinella o di sirtaki di soldati in gonna plissettata, di soporifero fado o di sudata tauromachia umanizzata in flamenco. Avviene significativamente e in modo per noi ancora più preoccupante anche negli Stati ricchi e virtuosi. Perché? Ne parliamo prossimamente.
 
Fabrizio Gianfrate
Prof. Economia Sanitaria

Fabrizio Gianfrate

24 Luglio 2015

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