Il divieto di fumare in ospedale e il contributo della psicologia

Il divieto di fumare in ospedale e il contributo della psicologia

Il divieto di fumare in ospedale e il contributo della psicologia

Gentile Direttore,
come è ben noto, la normativa italiana in tema di lotta al fumo (a partire dalla Legge 16/1/2003 n. 3, più nota come Legge Sirchia, con le successive modifiche del 2014 e 2016) fa divieto di fumare negli ospedali, sia pubblici che privati, sia negli spazi chiusi che in quelli aperti. La ratio di tale provvedimento è evidente: gli ospedali sono i luoghi della cura e sarebbe una contraddizione clamorosa tollerare nei loro spazi un comportamento chiaramente nocivo alla salute, quale il fumo. Eppure, tale atteggiamento contiene una contraddizione: non tiene conto che il tabagismo è una malattia, una dipendenza con ben precise caratteristiche sia biochimiche che psicologiche.

Per un fumatore accanito (prendiamo il caso di chi fuma 40 sigarette al giorno), costretto ad un ricovero ospedaliero, è ben difficile vietare il fumo, da un giorno all’altro. Discorso analogo, anche se con minore intensità,  vale anche per gli operatori sanitari, alcuni ahimè fumatori, che devono rispettare l’obbligo di astenersi dal fumo per 7-8 ore continuative, per 5-6 giorni alla settimana.

La logica della normativa, sia ben chiaro, è assolutamente condivisibile e l’obiettivo di disassuefazione dal fumo è assolutamente lodevole.

Ma proprio perché si tratta di un obiettivo importante in tema di sanità pubblica, sarebbe opportuno che esso fosse affrontato tenendo conto anche delle conoscenze provenienti dal sapere psicologico.

E’ innegabile, infatti, che la logica della nostra normativa  sia prevalentemente repressiva e coercitiva. Tanto è vero che le Aziende Ospedaliere devono individuare operatori, cosiddetti sentinella, che hanno il compito di osservare se le norme antifumo sono rispettate e devono eventualmente segnalarne il mancato rispetto. Solo divieti e poco o nulla sostegno.

Ma cosa vuol dire tener conto del sapere psicologico? Come si favoriscono le abilità e si rafforzano le risorse?

Noi sappiamo, confermato da molte ricerche attuate in ogni parte del mondo, che il momento della scoperta di una patologia organica, è, in linea teorica, uno dei momenti in cui le persone sono più ben disposte a cambiare i propri stili di vita. Indagando tra gli ex fumatori, molti affermano di aver smesso proprio in coincidenza  dell’instaurarsi di una malattia o per il suo peggioramento.

Quindi, teoricamente, il momento del ricovero ospedaliero dovrebbe essere uno dei più favorevoli per smettere di fumare.

Ma, quanto viene fatto in realtà? Oltre ai divieti, quante risorse, quali sostegni, quali aiuti vengono dati al paziente ospedaliero tabagista? Purtroppo, quasi nessuno. Si pensi, invece, che al paziente tossicodipendente da oppiacei, nel caso debba sottoporsi ad un ricovero ospedaliero, viene garantita la somministrazione di metadone o di farmaco sostitutivo, laddove accertata la dipendenza.

E per i fumatori, cosa viene fatto? Quanti ospedali nel nostro paese offrono cerotti, farmaci o altro per sostenere il paziente fumatore o, meglio ancora, per aiutarlo a smettere di fumare? Pochissimi, purtroppo.

Quale sostegno psicologico viene garantito, a questi come agli altri pazienti

Da psicologo ospedaliero, sono assolutamente certo che porre attenzione alla diagnosi del tabagismo, segnalarla, proporre colloqui psicologici individuali o incontri di gruppo, sarebbe estremamente efficace. Come spesso si dice, ma rischia di essere uno slogan, trasformare un evento critico in opportunità. Fare in modo che dopo un ricovero ospedaliero, quale che sia la causa di ingresso, sia risolto (o, almeno, si inizi ad affrontare correttamente) anche il problema del tabagismo.

E’ utopia? E’ troppo difficile? Costa troppi soldi? Io non credo. Credo che il cambiamento più difficile sia quello sul piano culturale. Occorre che la medicina veda davvero il paziente come persona, da curare non nella sua malattia ma nella sua interezza bio-psichica. Occorre uscire da una visione parcellizzata e passare ad una visione che tenga conto dei vissuti emotivi, delle aspettative, delle motivazioni del paziente e far diventare tali fattori non ostacoli o interferenze col processo di cura, ma fattori favorenti la guarigione ed il benessere. Riprendiamo a parlare di lotta antifumo anche per riaffermare una medicina che sappia prendersi cura dei fattori emotivi e psichici dei nostri pazienti.

Alberto Vito
Responsabile UOSD Psicologia Clinica Ospedali dei Colli (Napoli)

17 Settembre 2019

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