Ecco perché non è sbagliato parlare di “amorevolezza” nell’assistenza ai malati terminali

Ecco perché non è sbagliato parlare di “amorevolezza” nell’assistenza ai malati terminali

Ecco perché non è sbagliato parlare di “amorevolezza” nell’assistenza ai malati terminali

Gentile Direttore,
vorrei inserirmi nel dibattito sul diritto all’amorevolezza” da inserire nella legge per assistere pazienti a fine vita come proposto da Livia Turco con due autocitazioni. Nella prima citazione è riportato il messaggio iniziale sulla Slow Medicine che riguarda anche l’assistenza ai malati terminali. l’Associazione Slow Medicine è attiva nel nostro Paese dal 2010. I lettori interessati possono trovare su Internet tutte le informazioni sull’argomento. . Nella seconda sono riassunti i problemi dei pazienti vicini a morire .
Questo è l’abstract dell’articolo del 2002 (1): "L’iperattività è spesso non necessaria nella pratica clinica. L’applicazione di una “slow medicine” può portare a migliori risultati in molte situazioni. Essa permette agli operatori sanitari, ed in particolare a medici ed infermieri di avere tempo a sufficienza per esaminare i problemi personali, familiari e sociali dei pazienti, ridurre l’ansia di questi ultimi mentre attendono procedure diagnostiche e terapeutiche non urgenti, di valutare con attenzione procedure e tecnologie di avanguardia, prevenire dimissioni premature dall’ospedale ed infine offrire un adeguato sostegno emotivo ai pazienti terminali e alle loro famiglie".
 
Dal secondo articolo del 2017(2) traduco in italiano: “Time is money”: Il consiglio che Benjamin Franklin dava ai giovani imprenditori nel 1748 non era nella mente della Drs Kubler-Ross quando ascoltava senza porre limiti coloro che erano prossimi alla morte. Ha riportato la sua esperienza nel libro On Death and Dying pubblicato circa un secolo fa. Il suo centrale messaggio è l’importanza dell’ascolto a quanto le persone che stanno morendo hanno da dirci sulle loro necessità……… L’amore è un sentimento potente che può rimanere semplicemente una parola se non si trasforma in “azioni amorose” che richiedono tempo. I familiari e gli amici che sono intorno alla persona che muore dovrebbero avere abbastanza amore e tempo per far fronte all’ultimo stadio , il più difficile, la depressione descritto dalla Kubler-Ross. Il dolore che si può provare per l’assenza di un persona amata quando la vita finisce in un ambiente nei quali vi sono professionisti della salute che sono estranei e vi è una interruzione delle relazioni interpersonali può essere ancora maggiore di quello per la propria morte e ci impedisce di aver presenti le persone amate che rimangono vive. Morire in ospedale favorisce indubbiamente questo fattore. La nostra paura di morire , i nostri tentativi di posticiparla con tecnologia che ci sovrasta , l’assenza di un tempo adeguato per assistere le persone che stanno morendo con amore sono i maggiori ostacoli perchè avvenga la nostra accettazione della morte come un evento naturale e parte della vita.

L’inserimento in una legge del “ principio di amorevolezza” come proposto da Livia Turco, della quale è noto e apprezzato l’impegno politico sui temi sociali, si può fare, ma occorre modificare il nostro approccio alla medicina attuale e rimuovere gli ostacoli maggiori che ne impedirebbero l’attuazione. Non servono le polemiche.

Dott. Alberto Dolara
Già Direttore, Unità Cardiovascolare S.Luca, Ospedale di Careggi-Firenze
 
1)Dolara A. Invito ad una slow medicine .Ital Heart J Suppl 2002; 3 : 100-101
2)Dolara A. (2017), Comment on: How U.S. Doctors Die: A Cohort Study of Healthcare Use at the End of Life. Journal of the American Geriatrics Society. doi: 10.1111/jgs.14925

 
  

10 Ottobre 2019

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