Lo stereotipo dell’anziano fragile

Lo stereotipo dell’anziano fragile

Lo stereotipo dell’anziano fragile

Gentile Direttore,
sono per natura intollerante alla simulazione di virtù, buoni sentimenti e a tutte quelle forme di non genuina umiltà e mal sopporto ciò che in questi giorni si dice sugli anziani morti. Non sono un’esperta di Covid 19 e non voglio sembrarlo. Aiuto gli anziani a vivere operando l’infermieristica di complessità. Parlo usando, prevalentemente, una conoscenza basata sul ragionamento, che parte da esperienze passate, organizzative, progettuali/formative, e da fatti acquisiti attraverso l’osservazione, ma soprattutto, utilizzando un’ ulteriore conoscenza inferenziale, la teoria infermieristica  dell’“Aiutare a vivere”.
 
Il dato degli anziani morti, da solo, senza alcuna mediazione concettuale, per quanto alto, non può e non deve giustificare lo stupore mostrato dai più. Stupirsi oggi per quel dato equivale a dire che non abbiamo reso chiare le nostre idee sulla realtà dello stato di anziano, istituzionalizzato e non.
Che gli anziani “non sono scarti” della società lo dicono le nostre parole dopo la strage e le premesse alle delibere, ma dobbiamo ancora dimostrarlo.
 
Volendo  essere pragmatici, quelle sono parole senza spirito e senza significato, capaci di produrre solo  finzioni da immaginazioni  soggettive, le quali non possono garantire regole chiare per azioni preventive.
 
L’anziano e il “virus pericoloso” sono, in una comunità sana e scientifica, come un cigno bianco in una comunità di cigni  bianchi. Si è avuto però la convinzione inconfutabile  che  fossero Cigni neri,  imprevedibili ed inspiegabili. L’evidenza empirica conferma che la condizione di anziano e la presenza di virus pericolosi non sono eventi cosi rari ,hanno un impatto enorme, ma con previdibilità retrospettiva e prospettiva, e quindi non necessiterebbero  di una  elaborazione a posteriori che giustificasse la comparsa dell’anziano, del virus pericoloso ,e del prodotto del loro incontro.
Il dato degli anziani morti  può significare due cose:
1. Che ad essere fragile è la nostra conoscenza  e non l’anziano in quanto anziano; e ciò che non si sa o non si vuol sapere è possibile giustificarlo, in epoca di post umanesimo, con lo stato di incertezza.
2. Che noi tendiamo a comportarci come se il Cigno nero ,pur sapendo che esiste, non esistesse.
 
Se l’anziano ed il virus erano per noi imprevedibili non solo non abbiamo pensato a ciò che era incerto, ma non abbiamo neanche  pensato a ciò che era certo.
Gli anziani, di per sé, fragili non lo sarebbero mai. Cosi come chi non sta bene mentalmente o ha un difetto fisico. Nei confronti dell’anziano ci comportiamo come di fronte a un libro non letto nella nostra libreria, oppure letto a metà e poi lasciato li, perché fornisce una conoscenza sconsigliata di questi tempi, essendo più interessati all’aneddotico che a ciò che è empirico. Vogliamo diventare eruditi invece che curiosi, filistei colti, quelli che Nietzsche chiamava Bildungsphilisters,
 
La fragilità degli anziani sembra data dal modo in cui trattiamo la conoscenza in generale. Siamo molto arroganti su ciò che pensiamo di sapere, cerchiamo una conoscenza che ci serva  a far crescere la propria autostima, ad aumentare il livello gerarchico, non per sviluppare il significato di un pensiero, definire quale condotta è da tenere.
 
Pensate a quanto siamo arroganti, dal punto di vista epistemico, ad affermare che l’anziano è fragile. Dire che è fragile cancella in un attimo tutta la complessità, che una conoscenza empirica rileverebbe, e le azioni che questa dovrebbe provocare. L’occhio teoretico, quale atteggiamento astratto, permette  di cogliere qualche dettaglio, la linearità, ma non la relazione fra il dettaglio e tutto il resto. La politica, per raggiungere la perfetta chiarezza nei pensieri che riguardano gli anziani, dovrebbe considerare, quali effetti concepibili di tipo pratico, “l’anziano”, possa implicare.
 
Per esempio, in Toscana sappiamo che le criticità prevalenti nelle RSA sono nella fase del pre-ingresso. La libertà di scelta della RSA, quale soluzione, è un dettaglio importante, ma non risponde alla complessità di un adattamento inefficace alla struttura e neanche a quella di reversibilità della condizione di anziano istituzionalizzato. Occorrerebbe, dopo trent’anni, riorganizzare  il sistema della continuità delle cure assistenziali per non autosufficienti. Il concetto di sé, che l’anziano ha, è cambiato e il sistema di lettura non può rimanere  lo stesso. Stessa riflessione per le criticità percepite per le attività ricreative, omologate, o la mancanza delle relazioni con l’esterno.
 
La stessa arroganza epistemica  sembra rilevarsi quando il pensiero politico non pragmatico decide che l’infermiere in RSA serva solo per fare la terapia, possa  essere coordinato da operatori sociosanitari, diretto da medici in pensione o da amministrativi.
 
Eppure esistono  infermieri in RSA, meno visibili rispetto ad altri professionisti anche della stessa professione, perché  dotati di un basso grado  di arroganza epistemica, che assicurano un opera fatta di “conoscenza anziano”. Questi infermieri competenti mappano l‘io culturale di ogni ospite e proseguono con il monitoraggio del processo di transculturazione dallo stato libero allo stato dell’anziano istituzionalizzato.
 
L’Ordine infermieristico di FI/PT però ha scritto al governatore Rossi pregandolo di riflettere su una serie di punti critici, segnalati da tempo dagli infermieri,  oggi gravi. Al momento sembra non vi sia stata alcuna risposta.
 
Questo tipo di infermieri non è apprezzabile perchè  governato, spesso, da una dirigenza, anche sindacale, che ha capito da tempo, invece, che per fare carriera occorre “platonizzare, ragionare per schemi ed algoritmi, produrre conoscenza organizzata e diventare ciechi alla realtà”.
Questa dirigenza non può consultare pertanto chi porta un  sapere frutto della diffidenza della propria conoscenza.
 
Marcella Gostinelli
Infermiera

Marcella Gostinelli

24 Aprile 2020

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