Il monopolio dei “covidologi” nel dibattito sulla sanità

Il monopolio dei “covidologi” nel dibattito sulla sanità

Il monopolio dei “covidologi” nel dibattito sulla sanità

Gentile Direttore,
i covidologi sono diventate delle vere star prima del web e poi della televisione. I covidologi sono quell’insieme di scienziati e professionisti che (credo involontariamente, almeno all’inizio, nella maggioranza dei casi) hanno conquistato la attenzione del pubblico aiutandolo a capire cosa stava succedendo.
 
La categoria ricomprende in disordine alfabetico virologi (tanti), infettivologi (parecchi), epidemiologi (pochi quelli veri) e specialisti delle diverse discipline più coinvolte (rianimatori, pneumologi, ecc.).
 
L’impatto della pandemia nella società, nelle comunità e nella vita di tante famiglie e di tante persone ha giustificato questa attenzione quasi “morbosa” nei confronti di chi portava elementi di conoscenza sui meccanismi di trasmissione (e quindi sulle misure da adottare per contenere la circolazione del virus) e sulla possibile evoluzione della pandemia in termini clinici e di impatto epidemiologico.
 
Questa vitalità comunicativa dei covidologi ha riguardato filoni diversi: dalla origine della epidemia, all’utilità degli accertamenti disponibili, alle politiche di contact tracing (a proposito, come avviene con qualunque fenomeno mediatico ad alto impatto ci ritroviamo oggi con “nuovi” termini entrati nell’uso comune come lockdown,  tamponi  e tamponato, portatori asintomatici, ecc.), ma soprattutto l’utilità o meno nelle diverse fasi della storia di questa pandemia delle misure di distanziamento sociale.
 
E qui c’è stato il formarsi di due schieramenti: i ragionevolmente ottimisti e i ragionevolmente pessimisti. Scegliere tra questi due il proprio schieramento per “i laici” non era e non è facile, e forse l’adesione all’uno o all’altro dipende più da fatti emotivi che da analisi razionali.
 
Accanto a tutta questa covidologia adesso dovrebbe trovare spazio anche il confronto sulle scelte di sanità pubblica da fare per costruire una sanità pubblica che sia contemporaneamente in grado di prevenire e gestire una eventuale risorgenza epidemica e di innalzare la qualità complessiva del Ssn.
 
Dopo anni di definanziamento col Decreto Rilancio si dovrebbe aprire una stagione  di grandi modifiche negli assetti del Ssn e dei Servizi Sanitari Regionali. Ci sono sul campo temi come gli investimenti sulle cure primarie, un nuovo ruolo per i Medici di Medicina Generale, l’inserimento massiccio di figure nuove come gli infermieri di comunità, la eventuale rivisitazione del ruolo dei piccoli ospedali, un totale ripensamento della residenzialità, una rivisitazione dei meccanismi di programmazione del fabbisogno delle diverse figure professionali, la ridefinizione della rete ospedaliera contestuale ad un “ritocco” del DM 70 pure anticipato dal Nuovo Patto per la Salute e così via.
 
Tutti questi temi sono però di fatto orfani di una attenzione mediatica con la eccezione della stampa specializzata, Quotidiano Sanità in primis (e non  è piaggeria). E questa rischia di essere  una straordinaria occasione  persa  di health literacy per tutti, dai cittadini (e chi li rappresenta) e dagli operatori (e chi li rappresenta) per arrivare ai politici che si sono imposti (anche troppo) come le figure di riferimento per traghettare il paese fuori dalle crisi che la pandemia ha provocato.
 
Del rapporto tra Covid-19 e health literacy si è da poco parlato su Salute Internazionale in termini di importanza della alfabetizzazione individuale sui temi della salute per una gestione migliore sia della cronicità (e questo si sapeva) che di eventi come questa pandemia (e questa è una novità).
 
L’health literacy serve, come si legge in una citazione riportata nell’articolo citato, “a che gli individui siano in grado di acquisire, comprendere e utilizzare le  informazioni sanitarie in modo sano ed etico, vale a dire essere “health literate”, alfabetizzati in salute”, la public health literacy”.
 
Ma esiste anche un’altra accezione di health literacy, quella che “può essere impiegata per migliorare l’erogazione delle prestazioni sanitarie e la partecipazione della comunità alla pianificazione e alla realizzazione di interventi per la cura, la prevenzione e la promozione della salute. 
 
Tale valutazione fornisce l’opportunità di rispondere in modo appropriato ai bisogni di salute e contribuisce a migliorare l’equità e gli esiti.” Insomma quella health literacy che serve a disegnare col coinvolgimento di tutti la sanità del dopo Covid-19.
 
Purtroppo la sanità pubblica è poco “social” ed i suoi cultori hanno uno scarso “appeal “da “influencer” (il profluvio di virgolette sottolinea quanto poco mi appartenga questo linguaggio). E quindi la covidologia ancora assorbe tanta (troppa?) attenzione.
 
Potrebbe valere la pena ridurne l’impatto mediatico per trasferirne parte al dibattito sulla nostra sanità pubblica del futuro. Come? Magari facendoci aiutare dagli stessi covidologi riconvertiti ad un ruolo più attivo nei processi di ridisegno delle nostre reti di servizi.
 
Claudio M. Maffei
Coordinatore scientifico di Chronic-on

18 Giugno 2020

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