Bullismo: fenomeno in crescita, anche tra le ragazze

Bullismo: fenomeno in crescita, anche tra le ragazze

Bullismo: fenomeno in crescita, anche tra le ragazze
In vista del nuovo anno scolastico, l’ospedale pediatrico Bambin Gesù realizzare un focus sul bullismo, sottolineando l’importanza di distinguere i ragazzi “difficili” dai “bulli”.

Aggressivi o sottomessi? Bulli, leader o gregari? Agitati o esposti al riflesso del disagio tra le mura domestiche? Qual è l’identikit del bullo della classe? Come mai il fenomeno dell’“aggressività rosa” è in costante crescita? Come riconoscerli e, soprattutto, come gestirli? All’inizio del nuovo anno scolastico, l’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù diffonde un dossier sul bullismo per aiutare genitori, insegnanti e anche i compagni di classe a gestire i bulli.

 
Per bullismo si intende “il fenomeno delle prepotenze perpetrate da bambini e ragazzi nei confronti dei loro coetanei soprattutto in ambito scolastico”. Il termine, estrapolato dall’inglese “bullying”, letteralmente significa “intimorire” e in italiano non rende conto delle altre caratteristiche del fenomeno relative all’intenzionalità dell’atto, all’asimmetria della relazione, al perpetuarsi dell’azione nel tempo.

Sicuramente in espansione, soprattutto negli ultimi anni e principalmente nelle scuole. Secondo il decimo "Rapporto Nazionale sulla Condizione dell'Infanzia e dell'Adolescenza", presentato nel dicembre 2009, sarebbero circa 2.500 i bambini e adolescenti “bulli” tra i 7 e gli 11 anni e tra i 12 e i 19. Inoltre, più di un quarto dei bambini ha subito più volte nell'ultimo anno offese immotivate (27,2%) o provocazioni e prese in giro (28,1%); mentre – sempre nell’ultimo anno – oltre un quarto dei bambini italiani e circa il 20% degli adolescenti afferma di essere stato vittima di vere e proprie azioni di bullismo.

Il bullismo è un fenomeno che spesso coinvolge più di una persona. In questo senso, per esistere in quanto fenomeno, deve essere visibile agli altri (ora anche attraverso i mezzi telematici) e avere la complicità degli stessi sia nel compiere l’azione (è sempre presente un leader e dei gregari) che nella “non-azione” (l’omertà dell’ambiente quasi sempre impaurito dal leader stesso); inoltre per esistere deve essere ripetuto – dal leader e dai suoi “adepti”- nel tempo ed essere messo in pratica prevaricando l’altro che finisce col trovarsi in una situazione di sudditanza.
Può essere diretto (attraverso l’azione), tipologia propria (prevalentemente) dei soggetti maschi o indiretto (tende a danneggiare la vittima nelle sue relazioni con le altre persone, escludendola e isolandola per mezzo soprattutto del bullismo psicologico e quindi con pettegolezzi e calunnie sul suo conto). Proprio questo sarebbe l’atteggiamento più diffuso nel bullismo al femminile.
Le ragazze agiscono attraverso un canale “psicologico”, che colpisce l’area emozionale, interiore, tocca i punti deboli ridicolizzandoli, deridendoli.

Una delle caratteristiche del bullismo è la “crudeltà” dell’atto, dell’azione o dell’intimidazione anche solo verbale e il fatto che sia diretta verso i più deboli. Spesso ci si domanda come possano dei bambini/ragazzi essere così spietati verso coetanei chiaramente più deboli.

La ripetitività di queste azioni così concepite testimonia l’incapacità di questi ragazzi/e di provare senso di colpa (che li porterebbe invece a fermarsi ed a “riparare” dopo l’errore) e quindi l’essere fortemente distanti dalle emozioni (come anestetizzati).
 
Nell’ambito di un processo di monitoraggio da parte degli insegnanti o dei genitori, è però necessario non confondere il ragazzo aggressivo con i ragazzi/e che praticano il bullismo. Nel primo caso l’aggressività è agita, spesso diretta, impulsiva in reazione a frustrazioni che non si riescono a tollerare; è una reazione del singolo isolata e non contempla il gruppo. È la classe stessa che in queste situazioni tende ad isolare il ragazzo/a aggressivo. È visibile.

Viceversa, nel caso del bullismo l’atto aggressivo risulta essere il comportamento finale di un processo di gruppo dove il leader rappresenta  colui che agisce in una dinamica collettiva.
 
 
I ragazzi raccontano che spesso, nelle scuole, si deve passare attraverso un rito di iniziazione dove si deve sottostare alla legge del più forte (del gruppo più forte) per poter essere lasciati in pace, altrimenti, ribellandosi, si diviene vittima di soprusi. Alla base governa la paura, ma anche l’impossibilità di far ricorso all’adulto per denunciare il fatto e farsi aiutare.
 
 
Come mai si ritiene che non ci si possa far aiutare dall’adulto? Perché i ragazzi, spiegano gli esperti del Bambin Gesù, preferiscono l’omertà, a volte la sottomissione, piuttosto che coinvolgere l’adulto, sia esso genitore o insegnante, per poter essere aiutati? “Negli ultimi tempi – affermano gli esperti – sembra essere in crisi anche la cooperazione nel mondo  degli adulti, tra genitori ed insegnanti ad esempio, che spesso hanno difficoltà a trovare una possibilità di dialogo anche in “affari” scolastici di minore importanza; a maggior ragione, quindi, quando sono attivi questi fenomeni che coinvolgono massicciamente l’emotività di tutti, i ragazzi hanno difficoltà a rivolgersi agli adulti”.

 
Il fenomeno pertanto non deve essere considerato solo come individuale, familiare, o relativo al mondo scolastico, ma come fenomeno che coinvolge l’ambito sociale dei rapporti, o forse, per meglio dire, come un fenomeno relativo a dinamiche relazionali che coinvolgono il gruppo e le regole di andamento dello stesso.

Questo vale sia in ambito familiare, dove spesso i ruoli vengono stravolti, le emozioni calpestate, lo sviluppo dei ragazzi dimenticato; sia in ambito scolastico dove tali dinamiche vengono trasferite per poi intrecciarsi con il mondo di relazione all’interno dei rapporti con gli insegnanti e con i coetanei.

 
La strategia di intervento dovrebbe essere quella di cercare di non isolare gli artefici delle azioni, ma di riportarli all’interno del gruppo classe; di non permettere l’attacco al singolo e quindi al gruppo attraverso il bullismo, ma di favorire una possibilità di coinvolgimento e di reintegrazione nel gruppo stesso.

“Un lavoro difficile, complesso – osservano gli esperti del Bambin Gesù – che dovrebbe coinvolgere non solo la classe, ma tutta la scuola dove questi bambini/ragazzi sono inseriti, e con il supporto di personale specializzato, “come già avvenuto in alcune scuole del centro Sud che hanno dato e stanno dando risultati positivi”.
 

07 Settembre 2010

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