Cittadinanzattiva: “Il federalismo in sanità, alibi per lasciare le cose come stanno”

Cittadinanzattiva: “Il federalismo in sanità, alibi per lasciare le cose come stanno”

Cittadinanzattiva: “Il federalismo in sanità, alibi per lasciare le cose come stanno”
La denuncia in un convegno a Milano dove si è fatto il punto sulle differenze assistenziali tra una regione e l’altra. Il focus su liste d’attesa, cancro e punti nascita. Serve un "patto civico per la salute" che preveda la partecipazione dei cittadini alle scelte sanitarie nel loro territorio. 

Le differenze tra la sanità di una regione e l'altra sono ormai un dato di fatto accettato e cristallizzato, con l'alibi del federalismo. Ogni regione si organizza come può per supplire alle sue mancanze, ma di fatto le leggi sulle liste d'attesa sono quelle meno rispettate, non tutti i cittadini hanno uguali diritti nell'assistenza oncologica e solo 8 regioni stanno razionalizzando i punti nascita. E' questa la fotografia scattata dal Rapporto 2011 dell’Osservatorio civico sul federalismo in sanità del Tribunale per i diritti del malato-Cittadinanzattiva, presentato oggi a Milano.
Il Rapporto propone un vero e proprio sistema di 'rating civico' delle Regioni, in grado di dare ai cittadini la possibilità di conoscere decisioni, azioni e risultati conseguiti da chi hanno votato. “Il federalismo è utilizzato come un alibi: le differenze strutturali tra le Regioni sono state di fatto legittimate – commenta Francesca Moccia, coordinatore nazionale del Tdm – Una visione che come cittadini non possiamo accettare. E’ per questo che proponiamo a Regioni e Ministero della salute un nuovo 'Patto civico per la salute', in cui i cittadini possano partecipare, alla pari di Ministero, Regioni e enti locali, alle decisioni sul futuro del servizio sanitario nei propri territori”.

Liste d'attesa. Molte Regioni tardano a mettersi in regola con le norme nazionali. Abruzzo, Campania, Calabria, Liguria, Piemonte, Sicilia e Veneto non hanno infatti ancora istituito i Cup regionali e differenze ci sono nel numero di prestazioni per cui sono stati stabiliti tempi massimi di attesa. Si va dalle 125 prestazioni del Piemonte, le 101 della Provincia autonoma di Bolzano e le 100 di Lombardia e Provincia autonoma di Trento, alle situazioni negative di Abruzzo, Calabria, Liguria, Marche, Puglia, Sardegna, Toscana ed Umbria che ne hanno definito soltanto 33. I Piani regionali di contenimento dei tempi di attesa sono ancora in stand by in numerose regioni, nonostante la scadenza per presentarli fosse quella del 30 luglio. Ad oggi Calabria, Lazio, Basilicata, Piemonte e Sicilia sono inadempienti.

Rete oncologica. Prevenzione, lotta al dolore, farmaci e tecnologia sono le aree in cui si registrano le maggiori differenze nelle cure oncologiche garantite dalle Regioni. Sul tema prevenzione, ad esempio, Liguria, Lazio, Campania, Calabria, Sicilia e Sardegna riescono a coinvolgere una fetta di popolazione residente inferiore rispetto allo standard definito dal Ministero della Salute nei programmi di screening contro il cancro alla cervice uterina, seno e colon retto. Lombardia, Molise e Basilicata sono in linea, mentre si distinguono in positivo Toscana, Veneto, Emilia Romagna ed Umbria. Sul fronte delle cure palliative Lazio, Basilicata, Puglia, Molise, Marche, Emilia Romagna e Sardegna hanno attivato almeno un posto letto per il trattamento palliativo dei malati terminali ogni 56 deceduti per tumore, come previsto dal Decreto 43/2007, mentre sono ben al di sotto dello standard Sicilia, Calabria, Campania, Abruzzo e Toscana. Anche l’accesso ai farmaci cambia da regione a regione: Molise, Basilicata e Valle D’Aosta non includono alcuni farmaci antitumorali nei prontuari regionali, rendendoli di fatto inaccessibili ai cittadini; Umbria, Veneto, Molise ed Emilia Romagna pongono delle limitazioni all’uso rispetto alle indicazioni dell’Aifa, mentre in Puglia ed Emilia Romagna alcuni farmaci sono erogati solo su richiesta motivata personalizzata.

Percorso nascita. Anche qui le cose da fare sono tante. In tutte le Regioni intanto si è registrato un aumento delle difficoltà di accesso a visite specialistiche e esami diagnostici legati al percorso nascita, persistono sospetti errori nella pratica medica, e poi spesso mancano le informazioni e un serio approccio al consenso informato. Il numero dei cesarei non cala, soprattutto in Liguria, Abruzzo, Molise, Campania, Basilicata, Sicilia e Sardegna, dove è superiore al 35%, e il tasso di mortalità neonatale è al di sopra della media di 2,7 ogni 1000 nati vivi in Calabria (3,7), P.A. di Bolzano (3,4). Campania (3,1), Lazio e Abruzzo (entrambe 3,0) e nelle isole (4,3). Quanto ai punti nascita solo 8 regioni, Abruzzo, Basilicata, Lazio, Liguria, Lombardia, Piemonte, Toscana e Sardegna, stanno riducendo progressivamente quelli che effettuano meno di 1000 parti l'anno, mentre chi dovrebbe farlo, come la Campania, rimane inerte. In Calabria, Lazio, Piemonte, Sardegna sono stati chiusi diversi punti nascita tra le proteste della popolazione, che non è stata informata e coinvolta nelle scelte. 

03 Aprile 2012

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