Federalismo. L’Iss cerca la sua identità nel sistema delle Regioni

Federalismo. L’Iss cerca la sua identità nel sistema delle Regioni

Federalismo. L’Iss cerca la sua identità nel sistema delle Regioni
Come conciliare le funzioni dell’Istituto superiore di Sanità, organo tecnico-scientifico del Servizio sanitario nazionale, con il nuovo assetto regionale del federalismo? Questa mattina si è cercato di dare risposta all'nterrogativo in un dibattito tra i rappresnetanti dell’Iss e quelli della politica nazionale e regionale. Molte le proposte avanzate durante l'incontro, ma solo un punto condiviso da tutti: l'Iss sarà essenziale per aiutare le Regioni a garantire la qualità e l'omogeneità delle prestazioni.

Precariato, forte riduzione dello stanziamento dei fondi alla ricerca a partire dal 2000, promozione di una cultura autonoma della valutazione, ma soprattutto cercare una collocazione all’interno del nuovo scenario federale. Si è discusso di tutto questo stamattina a Roma, presso la sede dell’Istituto superiore di Sanità, durante  l'incontro dal titolo Il ruolo dell’Istituto Superiore di Sanità in un sistmema sanitario federale che ha coinvolto esponenti del mondo scientifico e rappresentanti della politica nazionale e regionale.
Ad inquadrare la situazione italiana riguardo la ricerca, ed in particolare l'attuale ruolo svolto dall’Istituto Superiore di Sanità, è intervenuto Nicola Vanacore, membro dell’Assemblea permanente dell’Iss. “L’Italia – ha spiegato – investe solo lo 0,9% del Pil in ricerca, e abbiamo un tasso di 2,82 ricercatori ogni mille lavoratori. Questi numeri sono tra i più bassi in Europa. L’Istituto – ha proseguito – può contare su 454 lavoratori a tempo determinato (18,2%), e 1.540 (62%) a tempo indeterminato. La maggior parte di questi precari grava su fondi esterni”. Vanacore, dunque, chiede al Governo un Piano straordinario di assunzione, anche allo scopo di ovviare al problema dell’innalzamento dell’età media all’interno dell’Istituto. Ma essenziale è anche l'erogazione di finanziamenti pubblici adeguati “a garanzia di indipendenza ed eccellenza”.

Ma l'argomento caldo della giornata ha riguardato le prospettive future dell'Iss, organo tecnico-scientifico del Servizio sanitario nazionale, all'interno del nuovo modello federale, dove la competenza sanitaria è di fatto prerogativa delle Regioni. Vittorio Mapelli, membro del Dipartimento di  Sanità pubblica, Microbiologia, Virologia, dell’Università degli Studi di Milano, ha evidenziato nel suo intervento come la caratteristica basilare del nostro Ssn sia il “multilivello” nella ripartizione di competenze tra Stato centrale, Regioni e Aziende sanitarie. Ulteriore caratteristica essenziale del federalismo italiano che, a parere dell’esperto, potrebbe essere uno dei suoi punti di forza, è la flessibilità di modelli. "Nelle 21 Regioni italiane, possiamo dire che esistono 21 modelli diversi”, ha spiegato. Mapelli, secondo il quale si potrebbe "aggiustare la quota capitaria nel riparto del Fsn per preponderanza di malattie" e “porre sotto commissariamento non solo quelle Regioni con deficit economico, ma soprattutto quelle nelle quali è presente un deficit di salute”. Riguardo al nuovo contesto federale, per Mapelli l’Iss potrebbe diventare “il garante di un processo di armonizzazione nazionale della Sanità pubblica, nonché il collegamento per sviluppare la ricerca italiana a livello europeo”.

Sulla stessa lunghezza  d’onda Fabio Rizzi, membro della commissione Igiene e Sanità del Senato, che ha sostenuto l’importanza del “mettere a disposizione il bagaglio culturale e tutto il know-how dell’Iss in favore delle Regioni, affinché abbiano le condizioni per svolgere al meglio il loro ruolo di monitoraggio delle prestazioni erogate”. Di queste conoscenze, ha concluso Rizzi, “potrebbe avvalersene a monte, soprattutto riguardo la tematica dei Lea, anche la Conferenza Stato-Regioni”.

Infine, l’assessore alla Sanità della Regione Lombardia, Luciano Bresciani, ha fatto un esplicito invito all’Iss per una compartecipazione al proprio modello di network regionale, in modo da poter attrarre finanziamenti privati dalle industrie, e per poter “esportare questo modello di network a livello nazionale, in modo da favorire un prepotente rilancio della ricerca italiana a livello euripeo, attraendo così quei fondi che sono ormai di difficile reperimento a livello nazionale”.


 


G.R.
 

18 Maggio 2011

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