La serie “The Pitt” mostra il vero volto del lavoro in Pronto Soccorso, che resiste in una sanità al collasso

La serie “The Pitt” mostra il vero volto del lavoro in Pronto Soccorso, che resiste in una sanità al collasso

La serie “The Pitt” mostra il vero volto del lavoro in Pronto Soccorso, che resiste in una sanità al collasso

Confermata anche per una terza stagione, la serie tv "The Pitt" arriva in streaming completa anche in Italia. Un racconto-documentario crudo che mostra al pubblico cosa vuol dire davvero lavorare nella sanità pubblica: carenza di organico, burnout, scarsità di risorse e problemi amministrativi. Nel farlo riesce però a trovare il vero volto umano della cura.  

Quasi cinque anni dopo l’inizio della pandemia da Covid-19 e il conseguente bisogno di evasione che ha portato una grande parte di pubblico ad evitare di scegliere intrattenimento a tema sanitario, i tempi sono di nuovo maturi per una serie tv che mostri (bene) il lavoro dei camici bianchi.

Parliamo di “The Pitt”, la serie statunitense prodotta da Hbo, appena confermata per una terza stagione, vincitrice di cinque Emmy, tra cui “miglior serie drammatica” e “miglior attore protagonista”; in Italia appena approdata in versione completa con l’arrivo di Hbo Max. “The Pitt” racconta in maniera asciutta e veritiera la vita dei professionisti sanitari (medici, specializzandi, infermieri, assistenti sociali) all’interno di un affollato e sottostaffato Pronto Soccorso in un immaginario grande ospedale di Pittsburgh in Pennsylvania.

L’unico elemento di fiction, tuttavia, resta davvero l’identità dell’ospedale, perché per il resto “The Pitt” è un ritratto concreto e doloroso della realtà che i lavoratori dell’emergenza-urgenza affrontano ogni giorno: troppi pazienti, organico scarso e in burnout, pressioni dall’amministrazione, turni infiniti, stipendi bassi e la necessità di mantenere standard alti e una cura umanizzata.

La serie, in cui si ritrovano produttori e attori della notissima “Er – Medici in prima linea”, si snoda in due stagioni: gli episodi raccontano le 15 ore di turno di un’unica giornata nel PS, gestita dal dottor Micheal Robinavitch (interpretato da Noah Wyle, il dottor Carter di Er) e dalla caposala Dana Evans (Katherine LaNasa). Attorno a loro si alternano freneticamente i volti di medici, studenti e pazienti, che partecipano al racconto corale dell’impresa di salvare vite in un contesto che non ne fornisce i mezzi.

Il dottor Robby e la caposala Evans sono due facce della stessa medaglia della cura: si barcamenano nel tentativo di dedicare a tutti i pazienti l’attenzione che meritano, con la pressione di dover liberare posti letto e stanze per chi è in sala d’attesa e aspetta da almeno tre ore. Entrambi incarnano i volti della “buona” medicina, che si impegna a non guardare il dolore di pazienti e parenti come un’incombenza lavorativa, a dare loro spazio per processare un decesso o una cattiva diagnosi, anche a costo di subirne le conseguenze con l’amministrazione ospedaliera.

Lo stile quasi documentaristico delle riprese e gli interventi tempestivi sui pazienti, articolati come coreografie ma senza risparmiare sangue e verità, in cui l’unica colonna sonora presente sono i “bip” dei monitor, le corse sul pavimento scivoloso e il vociare eterno del PS, immergono lo spettatore in un contesto crudo, in cui i sanitari hanno a malapena tempo per darsi istruzioni pratiche, men che meno dire frasi ad effetto o raccontarsi la propria vita personale. Anche il nome “The Pitt”, ovvero “la fossa”, è stato coniato dai lavoratori per descrivere la realtà quasi senza speranza dell’emergenza-urgenza nel momento attuale.

Molto amata dal pubblico proprio per la sua onestà, è stata lodata anche dallo stesso personale sanitario statunitense, che si è riconosciuto descritto fedelmente nei disagi di ogni giorno. Sebbene con la complicanza di non essere ambientata in un sistema sanitario universalistico, la realtà di “The Pitt” non è troppo distante nemmeno da quella dei PS italiani.  

Soprattutto nei volti di chi lavora instancabilmente per svuotare sale d’attesa che restano invariabilmente piene, e lo fa in costante carenza di organico e di strumenti, parcheggiando barelle in corridoi già pieni, allungando i turni di due o tre ore in maniera sistematica, senza pause pranzo o momenti di distrazione, con il rischio di subire un’aggressione da parte di un parente che li definisce indolenti.

Insomma, in “The Pitt” c’è proprio tutto ciò che si è cercato per anni di nascondere nel raccontare la vita del medico e del sanitario. La favola degli eroi sempre perfettamente acconciati e truccati, lascia spazio a una più veritiera storia di resilienza estrema, in un sistema che lentamente crolla senza poterselo permettere, fatto di persone che ogni giorno lo tengono in piedi.

Così, una serie che ci tiene a specificare che quella recitata è solo una “giornata qualunque” per chi lavora in PS, è riuscita nel compito di mostrare al grande pubblico – che poi è o sarà anche paziente – che quello sanitario sta diventando un lavoro impossibile, ma che c’è ancora qualcuno che ha il coraggio di farlo. Di conseguenza, il pubblico ha spiato dietro quella porta scorrevole e ha ritrovato due emozioni che attese e disagi tendono a cancellare: solidarietà e rispetto.

Gloria Frezza

27 Febbraio 2026

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